Continua il terremoto in casa Xbox: Microsoft valuta la chiusura di Arkane e la cancellazione di Marvel’s Blade

L’industria dei videogiochi si prepara a vivere quello che molti addetti ai lavori definiscono già come l’ennesimo bagno di sangue. Secondo quanto rivelato da una clamorosa indiscrezione di The Verge, Microsoft starebbe valutando misure drastiche per il brand Xbox, che includono la cancellazione dell’attesissimo Marvel’s Blade e la chiusura o la vendita di Arkane Studios (il pluripremiato team dietro Dishonored e Deathloop).
La manovra rientra in un piano di ristrutturazione aggressivo orchestrato dalla nuova CEO di Xbox, Asha Sharma, volto a rendere la divisione gaming più “autonoma e redditizia” dopo le mastodontiche acquisizioni degli ultimi anni che, a quanto pare, non hanno ottenuto i risultati sperati almeno sul piano economico.


Il destino di Blade e la mannaia su Arkane

Annunciato in pompa magna ai Game Awards del 2023, Marvel’s Blade rappresentava una delle fiches più importanti nel futuro di Xbox. Tuttavia, fonti interne rivelano che lo sviluppo presso gli studi francesi di Arkane Lyon avrebbe riscontrato seri problemi: la finestra di lancio interna, inizialmente fissata per la fine del 2026, sarebbe slittata alla fine del 2027, portando il progetto sensibilmente fuori budget.

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Che il trailer lanciato alla conferenza Xbox ormai due anni fa rappresenti l’unico materiale che vedremo mai del titolo Arkane?

Microsoft sta attualmente esplorando la possibilità di vendere Arkane a un acquirente esterno per salvarlo dalla chiusura definitiva, ma le trattative per questo tipo di acquisizioni potrebbero richiedere mesi. Se non si dovesse trovare un compratore in tempi brevi, lo studio seguirà il triste destino della sua controparte americana, Arkane Austin, già smantellata da Microsoft nel 2024.
In caso di chiusura, il gioco dedicato al “Diurno” di casa Marvel verrebbe definitivamente cancellato.


Cinque studi in bilico e la data chiave del 6 luglio

Arkane non è tuttavia l’unica realtà a rischio. Microsoft starebbe valutando la chiusura o la cessione di almeno altri quattro studi, originariamente acquisiti per rimpolpare il catalogo di Xbox Game Pass:

  • Undead Labs (autori di State of Decay 3)
  • Ninja Theory (freschi del rilascio di Hellblade 2)
  • Double Fine Productions (Psychonauts)
  • Compulsion Games (South of Midnight)
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Anche Double Fine rischia di finire vittima delle ambizioni di Microsoft.

Secondo i report, l’intera divisione Xbox è col fiato sospeso per il prossimo 6 luglio, la data cerchiata in rosso sul calendario in cui prenderanno il via i licenziamenti di massa. Si stima che i tagli colpiranno oltre 1.000 dipendenti in tutti i settori di Xbox, cifra che potrebbe salire di altre 500 unità qualora i cinque studi sopracitati venissero chiusi definitivamente anziché venduti.
L’ondata di tagli di Microsoft sta già avendo ripercussioni esterne, e IO Interactive (creatori di Hitman) ha recentemente annunciato la rottura dei rapporti con un “partner esterno” – confermato da Bloomberg essere proprio Xbox – che finanziava il loro prossimo GDR fantasy online, costringendo lo studio a ridimensionare il personale.

Al contrario, sembra navigare in acque sicure il misterioso horror OD di Hideo Kojima, il cui sviluppo e supporto da parte di Microsoft non sarebbero al momento in discussione.
Nel frattempo, la tensione sociale sale: i sindacati dei lavoratori Xbox, rappresentati dalla CWA, hanno espresso profonda frustrazione contro la leadership di Microsoft, chiedendo l’apertura immediata di un tavolo di negoziazione e dichiarando a gran voce: “Siamo stanchi di pagare per i fallimenti dei dirigenti”.


Oltre la crisi: quale sarà lo stato del gaming nel 2027?


Le drastiche manovre di Microsoft non sono affatto un caso isolat, ma rappresentano il sintomo più evidente di un’intera industria globale arrivata a un pericoloso punto di rottura.
Dopo il boom artificiale vissuto durante gli anni della pandemia, il mercato videoludico sta affrontando una contrazione economica tanto fisiologica quanto brutale e aggravata da costi di produzione ormai insostenibili per le produzioni tripla A, i cui budget superano regolarmente i 200 milioni di dollari a fronte di cicli di sviluppo estenuanti che oscillano tra i 5 e i 7 anni.

In questo scenario di perpetua emergenza finanziaria, i grandi publisher si sono lanciati in una disperata corsa all’oro strutturata su tre pilastri complementari: l’ossessione per i giochi live service, la transizione verso i modelli ad abbonamento e la scommessa miliardaria sull’infrastruttura del cloud gaming. Questa transizione forzata e priva di una reale sostenibilità economica solleva però un interrogativo fondamentale su quale sarà l’effettivo stato di salute del nostro medium preferito nel 2027.

La bolla dei titoli multiplayer a lungo termine ha già ampiamente dimostrato che il tempo e le finanze dei giocatori non sono infiniti. Per ogni successo commerciale, decine di cloni chiudono i battenti a pochi mesi dal lancio, un trend che entro pochi anni costringerà probabilmente i publisher a un drastico ridimensionamento dei propri portafogli, favorendo un parziale ritorno a più sicure, seppur meno remunerative, esperienze single-player.

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Riuscirà GTA VI a salvare il medium?

Parallelamente, anche i servizi in abbonamento come Xbox Game Pass e PlayStation Plus stanno mostrando i primi segni di saturazione, avendo raggiunto un plateau di iscritti difficile da superare.
La strategia di includere i grandi titoli al “day one” si è rivelata un’arma a doppio taglio che cannibalizza le vendite tradizionali senza generare abbastanza entrate ricorrenti; dinamica che entro breve potrebbe tradursi in ulteriori rincari delle tariffe o in una drastica riduzione dei giochi di prima fascia inclusi al lancio.

A peggiorare drasticamente questo quadro, oltre alla carenza ormai endemica di componenti che sta alzando sempre più i prezzi di console e componenti PC (e portando addirittura alla fine prematura sia di questa generazione di console, sia dell’intero mercato handheld), è stata proprio la cieca rincorsa al cloud gaming, che anziché rivelarsi la terra promessa ha finito per prosciugare risorse vitali.
Gli investimenti titanici richiesti per costruire e mantenere server farm proprietarie a livello globale hanno sottratto budget immensi allo sviluppo dei giochi veri e propri, creando un’infrastruttura sovradimensionata per un mercato che non ha mai risposto con l’adozione di massa sperata.

Questo squilibrio finanziario ha costretto le aziende a tagliare sui team di sviluppo storici per coprire i costi fissi dei data center, trasformando il cloud in una voragine economica.
In un panorama così frammentato e privo di certezze, l’intera industria sembra aggrapparsi a un unico, colossale punto di riferimento per l’immediato futuro: riuscirà il debutto di Grand Theft Auto VI a invertire questa tendenza distruttiva e a salvare il mercato, o l’opera di Rockstar Games finirà per dimostrarsi l’ennesima eccezione che conferma una crisi ormai irreversibile?


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