Il 1999 è stato un anno a dir poco particolare per il mondo dei videogiochi: i primi giganti del medium avevano cominciato a trovare la propria strada e molti studios minori avevano la possibilità di sperimentare con alcuni dei titoli a dir poco fuori di testa, senza preoccuparsi troppo di vendite o previsioni di mercato.
Insomma, la fine del secolo sembrava il periodo perfetto per reinventarsi, e questa voglia di cambiamento colpì senza ombra di dubbio anche uno dei generi più importanti e prolifici dell’ambito videoludico, il survival horror.
Quando si parla di questo genere è impossibile non citare una casa di produzione in particolare e, anche se non è stata la prima a dar vita ai survival horror, Capcom era ed è ancora la punta di lancia di questa branca del videogioco.
Anche se la maggior parte delle meccaniche che associamo al survival horror erano già state introdotte al pubblico di massa grazie ad Alone in The Dark, Resident Evil ebbe un successo tale da sbaragliare qualsiasi tipo di competizione e da garantire immediatamente la produzione di una serie di sequel differenti.

Per gestire questa immensa ondata di successo Shinji Mikami abbandonò in parte il suo ruolo da director e assunse la posizione di supervisore, lasciando che la libertà creativa di autori come Hideki Kamiya trovasse libero sfogo in titoli come Resident Evil 2.
Libero dai vincoli della serie a cui aveva dato vita, Mikami decise di concentrarsi su un nuovo progetto che avrebbe rappresentato lo scalino evolutivo per il survival horror: era arrivato il momento di lasciarsi alle spalle i tetri ambienti gotici della Spencer Mansion e dei suoi zombie, optando invece per un approccio più scenico ed esplosivo.
Dopo anni, i fan non riescono ancora a dimenticare il frutto di questo lavoro, in quanto ogni volta che un gioco sembra avere un minimo a che fare con un dinosauro si chiede a gran voce un remake di questa perla.
Non indugiamo oltre, oggi si parla di Dino Crisis.
Un progetto troppo ambizioso
Shinji Mikami voleva fare le cose in grande e spingere l’hardware della PS1 al suo limite massimo, sfruttando tutte le conoscenze che il suo team di sviluppatori aveva racimolato in anni di esperienza.
Lasciando da parte gli zombie, che per i giocatori esperti non rappresentavano più un pericolo, decisero di scegliere un nemico che fosse infinitamente più minaccioso e reattivo, lavorando molto sul tipo di IA utilizzata.
Volevano che le creature affrontate fossero intelligenti e che cambiassero comportamento in base alle scelte del giocatore, organizzandosi in gruppi e dando la caccia al protagonista come una sorta di super predatore. Inutile dire che la scelta cadde ovviamente sui dinosauri.
Il loro secondo obiettivo, ben più ambizioso, era quello di riuscire ad ambientare il gioco in un open world, una giungla immensa da esplorare costituita da diversi biomi mortali e colma di puzzle da risolvere in qualsiasi ordine.

Purtroppo era evidente quanto queste idee fossero impossibili da implementare, sia per il modo in cui volevano introdurle che per le ovvie costrizioni di sviluppo dell’epoca, riuscendo quindi a realizzarle nel gioco finito in modo solamente marginale.
Abbandonarono anche l’idea di una mappa tanto enorme e si concentrarono sulla qualità di nemici e di aree esplorabili piuttosto che sulla quantità, scelta che con il passare del tempo si è rivelata a dir poco azzeccata per svariati motivi.
Prima di perderci nei vari tecnicismi, però, c’è un altro aspetto da approfondire: al contrario dei giochi a cui Capcom stava lavorando e che avevano una trama accattivante ma semplice, Dino Crisis aveva come obiettivo quello di essere quanto più cinematico e articolato possibile, offrendo un intreccio narrativo di tutto rispetto.
I terrori dell’isola Ibis
L’incipit della trama narrativa ci lancia già nel pieno dell’azione.
La squadra speciale S.O.R.T. (Secret Operation Raid Team) riceve un messaggio da uno dei suoi membri infiltrati nel laboratorio di ricerca nell’isola Ibis, un certo Edward Kirk, il quale però secondo i registri risulterebbe morto da almeno tre anni.
Per dare la caccia a questo folle dottore che si era già macchiato di diversi crimini, vengono inviati sul posto quattro agenti altamente specializzati: Regina, Gail, Rick e Cooper.
Se i primi tre riescono a raggiungere il centro di ricerca dopo essersi paracadutati sul posto, lo stesso non si può dire di Cooper, finito tra la fitta vegetazione che circonda il complesso di ricerca e che, nel tentativo di mettersi in contatto con i suoi compagni, viene sbranato da un immenso T-Rex sullo sfondo di una suggestiva luna piena.
Si tratta di un’introduzione molto semplice ma in realtà parecchio familiare per chi ha bazzicato i titoli Capcom, ricordando quasi fedelmente la stessa situazione presente nel primissimo Resident Evil.

Come abbiamo già detto, l’obiettivo principale del team consisteva nell’evolvere la formula che avevano già inventato, andando ad ampliare e stratificare una trama che era stata già maneggiata in precedenza.
Anche se l’incipit è simile, l’intreccio di Dino Crisis è sicuramente più complesso e gioca su molti degli stereotipi del tempo e di Resident Evil stesso per sovvertire le aspettative del giocatore in modi del tutto imprevedibili.
Lo stesso trattamento è stato riservato anche ai protagonisti, in particolare a Regina che sarà colei che andremo a impersonare: infatti qui non ci sono le solite “macchinette stereotipate”, bensì personaggi caratterizzati e carismatici grazie anche a un doppiaggio di alta qualità, specialmente per gli standard del tempo.
La vera chicca che separa Dino Crisis dalla massa, però, è la quantità di percorsi narrativi che si possono intraprendere, poiché durante l’avventura si ha anche la possibilità di schierarsi dalla parte di Rick e Gail, affrontando così sezioni di gioco completamente differenti.

Optando per i percorsi suggeriti da Rick avremo a che fare con una quantità maggiore di enigmi, con quelli di Gail invece con un maggior numero di nemici da affrontare, dando al gioco quindi un’estrema “rigiocabilità“.
Il vero salto qualitativo
Molto spesso Dino Crisis viene considerato come un “clone di Resident Evil con i dinosauri”, e anche noi in fondo non abbiamo lesinato i paragoni tra le due opere, essendo evidente che abbiano una solida base in comune.
Tutto ciò che è presente nella famosa saga con gli zombie è reiterato anche in questo titolo, come ad esempio puzzle ambientali da risolvere con parecchio backtracking e un inventario limitato che ci spinge a scegliere quali battaglie affrontare e quali evitare.
Tuttavia, il modo in cui queste idee vengono presentate riesce a distaccare Dino Crisis al punto da non farlo sembrare un titolo derivativo ma una vera e propria evoluzione del genere.
Ad esempio possiamo citare le telecamere fisse, incubo del giocatore moderno, ma ai tempi permettevano di incorniciare alcuni elementi ambientali con una cura difficilmente replicabile dalla ben più comoda visuale in terza persona.

Le inquadrature di Dino Crisis sono un intelligente mix tra le due opzioni, in cui i momenti più importanti sono dentro inquadrature fisse, ma non è raro che la telecamera si muova per seguire la nostra protagonista, dando l’impressione di essere perennemente osservati da un qualche tipo di predatore.
Parlando di predatori, anche i dinosauri risultano essere uno dei punti più interessanti del gioco, essendo in grado di fingersi morti e di seguire Regina di stanza in stanza come un’inarrestabile forza della natura.
Questi sono così intelligenti da poterci persino disarmare in qualsiasi momento con un colpo di coda ben assestato, lasciandoci senza la minima difesa finché non recupereremo l’arma dal pavimento. È da questi dettagli che si può notare come la sfida presentata sia ben più alta del classico survival horror, con un’importanza eccezionale riservata alla componente action e all’intelligenza dei nemici.

Se si prendono in considerazione tutte queste modifiche si ha la chiara impressione che Dino Crisis non solo ha lo stesso DNA di Resident Evil 4, ma sembra essere il vero e proprio precursore del titolo, capovolgendo completamente il modo in cui questo genere veniva presentato.
Shinji Mikami si riferisce a Dino Crisis con l’appellativo di “Panic Horror“, per il modo palese con cui presenta gli spaventi e la maggior importanza data alla reazione tempestiva dei giocatori. Inoltre, guardando al passato, è palese che questa perla rappresenti il vero punto di svolta tra il classico survival horror e il più moderno action horror.
Ovviamente non si tratta di un titolo privo di difetti, anzi: il backtracking può diventare tedioso e alcuni dei puzzle presenti sono davvero complessi per il puro gusto di esserlo, per non parlare dell’ambientazione che può risultare monotona e i dinosauri tutti simili tra loro.
Nonostante questi problemi, però, rimane comunque un gioco che vale la pena ricordare, molto più importante della somma delle sue parti, e per una volta possiamo chiudere quest’appuntamento di uno sguardo al passato con una nota positiva.

Di solito, questo è il punto in cui vi diciamo che il gioco di cui abbiamo parlato è diventato introvabile, ormai sul limite di venir completamente dimenticato, ma non è questo il caso per Dino Crisis! Il primo titolo della serie è sbarcato su Playstation, mentre gli altri capitoli sono disponibili su GOG, dandovi la possibilità di rivisitare questo pezzo di storia quando volete a un prezzo più che accessibile.
In attesa (forse inutile) di un vociferato remake, non vi resta che mettere mano al punto di svolta di uno dei generi più importanti della storia e iniziare a guardare i dinosauri sotto una luce completamente diversa.
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