I farming sim hanno visto un improvviso aumento di popolarità, probabilmente in parte dovuto al periodo della pandemia e alla voglia di comfort globale, diventando uno dei generi più importanti di una branca di videogiochi più ampia, chiamata in gergo comune cozy games.
Con cozy games intendiamo ovviamente tutti quei giochi rilassanti che ci permettono di scappare dalla realtà per un paio di ore, rifugiandoci in paradisi idilliaci a fare quelle che molto spesso sono semplici attività mondane che nella vita vera troveremmo probabilmente molto più noiose.
Da almeno un paio di anni però questa crescita costante di giochi rilassanti, che ha dato la possibilità ad alcuni streamer di costruirsi una vera e propria carriera a suon di zappate virtuali, ha raggiunto un vero e proprio punto di collasso.
La bolla è scoppiata e il motivo è uno solo: il mercato ha fatto ciò che fa sempre.

Data la richiesta altissima di questo genere di giochi, molte case produttrici hanno ovviamente voluto una fetta della torta e così ci siamo trovati letteralmente sommersi da cozy games, tutti uguali e in cui bisogna fare sempre le stesse cose e sempre allo stesso modo.
A respingere questa ondata dilagante di banalità ci hanno fortunatamente pensato gli sviluppatori indie: in fondo se tutti i farming game sono diventati uguali basta pensare ad un modo per far risaltare il proprio titolo con un’idea originale.
Ben presto quindi sono spuntate fuori piccole gemme del genere in cui l’agricoltura si mischiava alla magia, agli omicidi o ad un’epidemia apocalittica; insomma, qualsiasi cosa per poter spiccare nella massa ma con un’idea comune, cioè quella di tornare ad un tipo di videogame leggermente più “realistico” e meno edulcorato. Tuttavia questa rivoluzione di genere non è altro che un ritorno di forma, perché, al contrario di quello che si potrebbe pensare, i farming sim non sono certo nati con l’ormai famosissimo Stardew Valley.
In questo appuntamento di Uno sguardo al passato ci occuperemo forse della serie principe per tutti gli aspiranti agricoltori virtuali e della sua evoluzione nel corso del tempo: senza indugiare oltre, quindi, parliamo un po’ di Harvest Moon.
Che cos’è Harvest Moon?
Nel lontano 1996, grazie a Yasuhiro Wada, Harvest Moon trovava i suoi natali sullo SNES, e anche se non si trattava di certo del primo simulatore a tema agricolo, si portava comunque dietro delle idee parecchio originali che ancora oggi influenzano questo genere di videogiochi.
La particolarità del titolo era quella di gettare il giocatore in una pacifica vita di campagna dove poter far crescere la propria fattoria e magari mettere su famiglia sposando uno degli abitanti della città. Il matrimonio ovviamente era una meccanica del tutto originale e che ormai è diventata inseparabile dal genere; insomma, tutto era pensato per dare un’esperienza molto più personale di un semplice simulatore.
La serie, sviluppata in origine da Pack-In video, casa di sviluppo che dopo essersi fusa con Victor Entertainment divenne Victor Interactive Software ma che oggi conosciamo come Marvelous Entertainment, è cresciuta col tempo assieme ai propri sviluppatori fino a diventare un vero e proprio colosso.

I sequel di quel brillante primo titolo si fecero largo a spallate su ogni genere di piattaforma riscontrando di volta in volta un discreto successo; questo diede vita persino ad una valanga di serie spin off tra cui spicca ovviamente Rune Factory, un farming sim a tema fantasy che ancora oggi vede la nascita di nuovi capitoli. Uno dei maggiori motivi di questo successo dilagante fu di sicuro la voglia di sperimentare di titolo in titolo, ogni Harvest Moon aveva una forte identità che lo contraddistingueva dal capitolo precedente: certo di fondo bisognava pur sempre gestire una fattoria, ma il mondo che circondava il giocatore veniva mostrato sempre in maniera diversa.
Grazie ad una presentazione differente, ma accompagnata comunque dalle splendide matite del character designer Igusa Matsuyama, la serie è riuscita a creare cittadine vivaci che si sono scavate un posto nel cuore di ogni giocatore che ci ha passato almeno qualche ora.
Ovviamente anche le meccaniche di gioco vedevano un’evoluzione di tutto rispetto, grazie all’avanzare degli hardware su cui venivano pubblicati i titoli, ma per entrare nel dettaglio dobbiamo affrontare l’elefante nella stanza. Come si gioca ad Harvest Moon?
Tra folletti, ortaggi e spose
Nonostante la sperimentalità di cui abbiamo accennato prima, i titoli della serie seguono comunque uno schema ricorrente che li accomuna più o meno tutti.
Abbiamo una fattoria o una città da salvare e bisogna farlo diventando un vero e proprio impero industriale a suon di carote e rape, ritagliandosi comunque il tempo per portare avanti tutte le diverse attività disponibili che arricchiscono un sistema di gioco già profondo.
Le giornate scorrono in tempo reale, ovviamente parecchio accelerato dato che un’ora in gioco corrisponde a un paio di minuti nella realtà, e le stagioni si susseguono dando la possibilità di coltivare ortaggi e frutta diversa per rispecchiare il periodo che si sta vivendo.
Questo gameplay loop poi si divide ulteriormente in anni. In alcuni titoli si ha un numero specifico di anni da poter giocare mentre in altri si può avanzare ad oltranza; ad ogni modo sono comunque giochi che richiedono un investimento di tempo non indifferente.

All’effettivo durante il corso delle giornate bisogna prendersi cura dei propri campi, piantare le sementi e utilizzare strumenti di ogni genere per aiutare le proprie piante a crescere nel modo migliore, affinché si possa guadagnare un bel gruzzolo vendendole poi al mercato o in città.
Oltre agli ortaggi si possono avere diversi animali sia da compagnia che da fattoria, di gioco in gioco la selezione è diversa ma non mancano mai né le galline né le adorabili mucche, che forniscono un modo alternativo per accrescere le proprie finanze producendo uova o latte o persino formaggi se si investe abbastanza tempo nella loro cura.
Quando non si ha voglia di coltivare i propri campi si hanno intere città da esplorare che, nonostante molti di questi giochi abbiano una certa età, sono sempre rese in maniera superba e vibranti di vita grazie ad un cast di personaggi ben caratterizzati, con le loro routine giornaliere.
Con questi interessantissimi NPC si può instaurare un rapporto di amicizia o appunto uno amoroso, dando loro regali o anche solo interessandosi a loro durante la giornata. Se invece si ha voglia solo di rilassarsi ci sono attività come pesca o cucina che aiuteranno a far volare via le pigre giornate estive.

Indubbiamente tutto ciò vi suonerà estremamente familiare. Tutte queste meccaniche sono diventate la base di ogni farming sim moderno, tuttavia non stiamo parlando di Harvest Moon solo perché è stato il primo a presentarle ma per il modo in cui lo ha fatto.
La particolarità di questa serie è sempre stata un forte “realismo” di fondo ma proiettato su un mondo fantastico: infatti se da una parte abbiamo divinità del raccolto e folletti pestiferi dall’altra invece ci aspetta la dura realtà del mondo.
I nostri cari animali si possono ammalare e morire, con tanto di cutscene strappalacrime che siamo sicuri abbiano traumatizzato parecchi bambini negli anni Novanta; il raccolto può essere distrutto dalle intemperie del tempo e il rapporto con la nostra dolce metà può incrinarsi se trascuriamo i nostri doveri da sposi.
Questa nota realistica si riflette anche sugli NPC disponibili e con risvolti interessanti: in alcuni giochi, per esempio, col passare degli anni alcuni moriranno o si trasferiranno in altre città.

Per quanto riguarda la loro caratterizzazione, ci sono spose che hanno problemi con l’intimità e il cui affetto cala se dormiamo nel loro stesso letto, ci sono giovani uomini che sentono la pressione dei padri nel portare avanti l’attività di famiglia e vecchi ubriaconi che chiedono la carità solo per poter sbronzarsi a fine giornata.
C’è un’indubbia magia nel come questi elementi si mischino al mondo fantastico di Harvest Moon: siamo spinti a riflettere sul significato del tempo e della vita da un gioco in cui principalmente bisogna raccogliere rape a forma di sedere.Anche se si tratta di una serie pensata per un pubblico giovane, non ha mai avuto paura di affrontare argomenti importanti riuscendo sempre a presentarli con la grazia di una dolce fiaba della buonanotte.
Il gameplay può sicuramente essere legnoso, anzi quasi noioso a volte, ma il dover interagire con ogni cosa sfruttando il proprio tempo ci costringe a fare delle scelte su come sfruttare la giornata e dà la sensazione di fondo che gestire una fattoria non sia solo rose e fiori, ma che spesso presenti tempi morti e faticosi.
Quando i genitori divorziano
Fin dagli albori della serie l’adattamento e la pubblicazione sono state affidate a Natsume (è stata proprio Natsume a darle il nome Harvest Moon in Occidente), ma dopo a A New Beginning su 3DS la pubblicazione è stata affidata a Xseed Games e la serie ha cambiato nome diventando Story of Seasons.
Dopo questo scisma sembra che la saga sia andata in tutt’altra direzione: quella nota di realismo che l’ha sempre contraddistinta è svanita del tutto preferendo un approccio più accessibile per i giocatori e, a nostro avviso, anche parecchio più banale.
Spariti i diversi eventi spaventosi disseminati in tutti i giochi, sparita ogni menzione della morte e sparito persino l’ubriacone della città che è poi diventato una semplice fata che indossa un’anguria come cappello, la serie ha accettato il suo essere pensata per un pubblico di bambini e ha semplicemente perso personalità. Perfino il gameplay è stato estremamente semplificato diventando sicuramente più rapido e accessibile ma anche estremamente noioso data la mancanza di imprevisti.

Queste differenze sono particolarmente evidenti nei diversi remake usciti negli ultimi anni, tanto diversi dagli originali da sembrare versioni monche di quelli che erano titoli amati universalmente ma che adesso sono farming sim nella media o in alcuni casi persino mediocri.
Così è successo che uno dei capostipiti del genere sia diventato solo uno tra tanti, anche lui consumato dalla maledizione di essere un cozy game perdendo tutti gli spigoli che davano all’avventura motivo di essere vissuta.
In fin dei conti, anche se non siamo troppo entusiasti di Story of Seasons, ci fa comunque piacere vedere che la serie sia rimasta viva. Harvest Moon è diventata invece una saga di proprietà di Natsume, ma presenta anche questa ben poche similitudini con i capitoli precedenti. Ciò che ci fa sperare però è il nuovo capitolo Grand Bazaar che sembra finalmente ritornare un minimo alle proprie radici dopo tanti anni.
In conclusione
È evidente che i giocatori si siano un po’ stancati del genere data la sua estrema saturazione, ed è altrettanto evidente come Harvest Moon sia in parecchi casi la risposta a molti dei problemi che ormai infestano i farming sim, ovvero la mancanza di serietà e profondità.
Tutto questo a dimostrazione che l’ambiente videoludico spesso è un ciclo, le mode di ieri torneranno le mode di domani anche se oggi ci troviamo ad odiarle, e il futuro del genere sembra di nuovo in buone mani.

Di solito questo è il momento in cui vi diciamo che recuperare questi titoli vi costerà un capitale e mezzo; per fortuna non è questo il caso, perché gli Harvest Moon originali si trovano su diverse piattaforme digitali a pochi euro e potete accedervi quando volete.
Se invece preferite avventure più rilassate potete comunque addentrarvi nell’universo di Story of Seasons che, nonostante abbia evidenti problemi, può risultare meno ostico per chi non ha mai messo mano ad un gioco simile.
Quindi, finendo questo appuntamento di uno Sguardo al Passato con una nota positiva, non ci resta altro che augurarvi un buon raccolto e salutarci fino al nostro prossimo appuntamento nei meandri del passato videoludico.
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