SWAPMEAT – Recensione | Benvenuti nella macelleria aziendale

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Data di uscita
Giugno 17, 2026
Sviluppato da
One More Game
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Nell’attuale panorama gaming, la comparsa di un’opera fuori dal comune e volutamente respingente rappresenta un evento raro che merita di essere analizzato con molta attenzione. Questa tendenza all’omologazione estetica, criticata da una vasta community di appassionati ormai stanca di vedere trailer ingannevoli, trova finalmente un baluardo di creatività grottesca nella nuova fatica battezzata con il nome di SWAPMEAT. 

Uscito dall’accesso anticipato, questo titolo ludico dimostra come sia ancora possibile catturare l’attenzione degli utenti attraverso l’adozione di un immaginario bizzarro, a tratti persino disturbante, ma sorretto da una visione autoriale solida e priva di compromessi commerciali. ​Dietro la nascita di questo folle microcosmo organico si cela il talento di One More Game, uno studio indipendente che vanta tra le proprie fila autentici veterani del settore, le cui firme hanno storicamente contribuito al successo planetario di colossi sacri del calibro di Diablo e Guild Wars.

Il risultato è una produzione che si inserisce con prepotenza nel filone degli sparatutto in terza persona con forti elementi roguelite, un segmento di mercato oggi estremamente competitivo in cui è facile passare inosservati se non si possiede una caratteristica davvero dirompente. ​Per tentare di descrivere l’architettura di SWAPMEAT, risulta quasi obbligatorio proporre dei paragoni, immaginando questo gioco come un bizzarro punto d’incontro dove la frenesia di Risk of Rain 2 si fonde con la vastità delle ambientazioni di Deep Rock Galactic.


TRAMA

L’universo narrativo di SWAPMEAT sceglie deliberatamente la via del minimalismo concettuale, utilizzandolo come un catalizzatore per il suo black humor. La trama non si impegna nel giustificare l’azione attraverso spiegoni filosofici, preferendo invece gettare il giocatore all’interno di una distopia aziendale opprimente ma esilarante.

L’incipit dell’avventura viene introdotto attraverso una riuscita sequenza di titoli di giornale d’epoca che compaiono sullo schermo, un espediente classico che riesce a stabilire fin dai primi istanti la natura profondamente satirica e volutamente assurda della realtà in cui ci si sta per immergere. Il fulcro di questa narrazione industriale ruota attorno alla Rangus Corporation, una spietata mega-corporazione specializzata nel commercio e nella lavorazione di prodotti di origine animale, nota in tutto il cosmo conosciuto sotto il marchio di Rangus Meats.

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Il giocatore viene chiamato a interpretare un anonimo e sacrificabile dipendente di questa azienda, un semplice operatore il cui unico scopo vitale consiste nel viaggiare di pianeta in pianeta per massacrare le specie indigene locali e raccogliere quanta più materia possibile per riempire i magazzini aziendali. A supervisionare queste operazioni troviamo la figura di Carl Rangus, un amministratore delegato fluttuante sigillato all’interno di una capsula, il quale si limita a impartire direttive spietate e commenti sarcastici direttamente dall’orbita della nostra nave.

Questa totale assenza di un world-building non deve però essere interpretata come una pigrizia da parte degli sceneggiatori, poiché ogni singolo elemento dell’interfaccia e dei dialoghi è stato progettato per rafforzare la satira del capitalismo selvaggio. Sebbene la progressione narrativa si limiti quasi esclusivamente all’avanzamento lungo i faticosi gradini della scala gerarchica aziendale l’atmosfera goliardica viene costantemente alimentata da una valanga di giochi di parole legati alla macelleria.


GAMEPLAY

Il vero elemento di rottura risiede in una meccanica di gioco tanto raccapricciante quanto integrata nel loop principale: il sezionamento e l’innesto immediato dei componenti biologici nemici. All’inizio di ogni singola spedizione, l’utente non si trova di fronte a un tradizionale editor per la creazione del proprio alter ego, bensì assume il controllo di una massa organica informe, un ammasso flaccido e privo di lineamenti definito come una creatura “squishy“. 

Non appena si mette piede sui mondi alieni e si inizia a mietere vittime, i corpi delle mostruosità abbattute esplodono, lasciando sul terreno i propri arti come se fossero souvenir. In qualsiasi momento del combattimento, l’esploratore può raccogliere e installare sul proprio corpo queste appendici nemiche, suddivise in tre slot fondamentali che corrispondono alla testa, al busto e agli arti inferiori, modificando istantaneamente sia il proprio aspetto visivo che l’intero set di abilità attive a disposizione.

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​La varietà e la profondità strategica offerte da questo sistema di innesti anatomici sono vaste e spingono l’utente a una continua e dinamica improvvisazione tattica a seconda delle necessità del momento. Equipaggiare delle zampe derivate da una creatura insettoide simile a un ninja permette di ottenere incrementi di velocità per schivare i proiettili, mentre l’innesto di un bizzarro apparato inferiore che ricorda una macchina da clown consente di sfrecciare lungo la mappa travolgendo qualunque minaccia con totale spensieratezza. 

Allo stesso modo, sostituire la propria calotta cranica con la testa di un enorme insetto permette di spruzzare un getto di tossina appiccicosa e letale, laddove l’adozione di un gigantesco bulbo oculare consente di evocare piccoli droni organici senzienti che fluttuano attorno al protagonista bersagliando autonomamente le minacce circostanti.

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Questo delirio è però costantemente regolato da una severa ma giustissima meccanica di deterioramento biologico, concepita per evitare che il giocatore possa adagiarsi troppo a lungo su una singola configurazione vincente. Ogni arto o pezzo di carne equipaggiato possiede infatti una propria barra della salute e della durabilità completamente indipendente dall’energia vitale complessiva del protagonista; qualora questo indicatore dovesse azzerarsi a causa dei colpi subiti, l’appendice corrispondente si disintegrerà all’istante, costringendo l’utente a vagare come un’aberrazione mutilata, finché non si troverà un nuovo pezzo da innestare. 

A complicare ulteriormente le cose interviene lo smantellamento automatico di tutte le parti corporee raccolte al termine di ogni singolo livello planetario, una scelta di design inizialmente spiazzante e quasi frustrante, ma che si rivela fondamentale nel costringere il fruitore a uscire dalla propria zona di comfort, spingendolo a testare combinazioni anatomiche sempre nuove e a esplorare a fondo le potenzialità del software.

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​La struttura portante di una singola partita si sviluppa a partire dalla sicurezza dell’astronave che funge da hub centrale, un ambiente protetto in cui è possibile calibrare con cura il proprio arsenale bellico iniziale scegliendo un massimo di due armi da fuoco, invitare altri utenti, testare i vari innesti e spendere le risorse accumulate per i potenziamenti permanenti. Una volta completati i preparativi presso l’area di collaudo denominata Bolt Burger, la squadra viene letteralmente sparata verso la galassia selezionata per affrontare una campagna procedurale che prevede l’esplorazione di due distinti pianeti, prima di poter accedere alla decisiva area dello scontro con il boss di fine spedizione. 

Una volta toccato il suolo di un nuovo mondo, ci si ritrova immersi in territori di dimensioni mastodontiche dove la libertà d’azione è quasi totale, con una mappa costellata da tre direttive primarie obbligatorie e da una miriade di compiti secondari facoltativi, a cui si aggiunge la possibilità di raccogliere risorse ambientali attraverso attività rilassanti come l’estrazione mineraria o la pesca di creature aliene.

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L’esplorazione di questi vasti biomi è tuttavia costantemente minacciata dalla presenza di un timer di dieci minuti che scorre inesorabilmente nella parte superiore dello schermo, introducendo una tensione psicologica costante che scoraggia i comportamenti eccessivamente passivi. Fortunatamente, questo conto alla rovescia non rappresenta un limite rigido oltre il quale scatta un istantaneo ed ingiusto game over, bensì indica il tempo rimanente prima dell’inizio di un imminente e brutale invasione aliena, un evento catastrofico che farà scendere in campo mostruosità pronte a ridurre in brandelli la squadra se questa non si affretta a raggiungere la capsula di evacuazione.

Il completamento degli obiettivi primari e secondari premia i partecipanti garantendo preziosi minuti addizionali, permettendo così di estendere la durata della sessione, la quale si assesta solitamente attorno a un ritmo incalzante e mai noioso di circa venti o venticinque minuti per ogni spedizione. Uccidendo i mostri ed esplorando le aree si accumulano preziosi punti esperienza, fondamentali per sbloccare incrementi statistici temporanei validi esclusivamente per la partita in corso, i quali spaziano dai classici aumenti della salute massima fino a potenti affinità elementali che si collegano direttamente alla tipologia di proiettili sparati dalle proprie armi.

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Il sistema di personalizzazione delle build si divide così tra potenziamenti elementali estremamente soddisfacenti e in grado di alterare il feeling degli scontri e bonus passivi decisamente più noiosi e marginali, come il “Supermarket Sushi” che riduce i tempi di ricarica del 10%.

L’assenza di un pulsante per effettuare il reroll dei premi insoddisfacenti può risultare a tratti frustrante e restrittiva, ma l’intero ecosistema è bilanciato da un tetto massimo di trenta perk equipaggiabili che impedisce la creazione di combinazioni eccessivamente sbilanciate, lasciando al giocatore la totale libertà di sperimentare senza il terrore di compiere una scelta “sbagliata” in grado di compromettere l’intera spedizione, sebbene occorra prestare enorme attenzione alla gestione della salute a causa della drammatica scarsità di oggetti curativi sparsi per le mappe.

Un plauso a parte lo meritano le battaglie contro i boss finali, scontri che si distaccano con forza dal classico stereotipo delle semplici spugne per proiettili per trasformarsi in veri e propri puzzle ambientali ad alta intensità, dove la comprensione delle meccaniche uniche dell’arena è l’unica chiave per la sopravvivenza. Un esempio lampante di questa eccellente filosofia di design è rappresentato dal memorabile scontro con Franken Beans, un gigantesco e ripugnante aracnide interamente composto da salsicce in miniatura e fagioli borlotti, una minaccia apparentemente insormontabile che richiede una specifica interazione con l’ambiente circostante.

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Durante questa frenetica battaglia, il giocatore deve infatti raccogliere e installare sul proprio corpo un’appendice organica unica rilasciata dal boss stesso, l’unica che permette di sollevare e scagliare un masso mastodontico con precisione millimetrica all’interno di uno degli orifizi della creatura.

​La progressione a lungo termine e il cosiddetto “meta-grind” rappresentano forse l’anello più debole della catena produttiva, esibendo un’ossatura che potrebbe non soddisfare appieno gli amanti delle progressioni infinite o dei sistemi di ricompensa particolarmente gratificanti. Per portare a termine la campagna principale e raggiungere il massimo grado occorrono all’incirca tra le otto e le dieci ore di gioco complessive, un valore che tuttavia può oscillare sensibilmente a causa della natura procedurale delle run, le quali non sempre garantiscono la comparsa immediata degli obiettivi primari necessari come prerequisiti per sbloccare le missioni avanzate.

Il sistema economico implementato dagli sviluppatori appare fin troppo caotico e inutilmente ramificato, mettendo sul piatto ben diciotto tipologie differenti di valute monetarie necessarie per acquistare i miglioramenti permanenti all’interno degli alberi dei perk delle singole armi. Questo processo richiede che l’arma specifica sia attivamente equipaggiata durante il completamento degli obiettivi principali sul campo per poter accumulare i punti necessari al suo sblocco, trasformando la progressione avanzata in un cammino a tratti ripetitivo ed inutilmente faticoso per tutti coloro che desiderano massimizzare ogni singolo elemento del proprio arsenale.

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La modalità cooperativa rappresenta indubbiamente il modo migliore e più genuino per godere delle follie di SWAPMEAT, permettendo alla squadra di dividersi i compiti lungo le gigantesche mappe di gioco, ottimizzando i tempi di raccolta delle risorse e dando vita a situazioni esilaranti nate dalla combinazione visiva delle varie parti del corpo innestate.

Al contrario, decidere di scendere in campo da soli riduce sensibilmente lo scaling della difficoltà numerica dei nemici ma priva il titolo di gran parte del suo fascino, costringendo inoltre l’utente ad abbandonare la sperimentazione con le armi meno potenziate per rifugiarsi nell’utilizzo dei pochi strumenti di alto livello, a causa di un sistema di livellamento dell’equipaggiamento secondario che non riesce a tenere il passo con la brutalità degli avversari solitari.


COMPARTO ARTISTICO E TECNICO

Analizzando la produzione sotto il profilo prettamente visivo, emerge il grande lavoro svolto dal team nel confezionare un’opera dotata di una personalità straripante, capace di camminare sul filo che separa la repulsione visiva dal fascino della fantascienza più psichedelica. La direzione artistica sposa un approccio stilistico rozzo, saturo di colori vibranti e volutamente esagerato, che sembra saltato fuori direttamente da uno degli episodi più folli e surreali della serie d’animazione Rick & Morty.

Le ambientazioni dei pianeti attualmente inclusi offrono colpi d’occhio notevoli, alternando lande desolate a spaventosi scenari composti da chilometrici ammassi di visceri, intestini giganti che decorano le montagne. Questo tripudio di gore cartoonoso è ulteriormente impreziosito dall’ottima integrazione di elementi dell’interfaccia utente dal sapore vintage, dove schermate di caricamento e menù di gioco riproducono fedelmente l’aspetto dei vecchi monitor a tubo catodico, creando un contrasto cromatico riuscitissimo con le esplosioni di sangue che devastano lo schermo durante i combattimenti più concitati.

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Anche il comparto sonoro di SWAPMEAT è stata confezionata con una cura, dimostrando come lo studio di Seattle non abbia badato a spese nel voler garantire un accompagnamento acustico di primissimo ordine per sostenere il ritmo indiavolato dell’azione. Il doppiaggio dei vari personaggi, sebbene sia interamente focalizzato sulla recitazione demenziale, mostra purtroppo il fianco a una certa legnosità nel lungo periodo a causa di un campionario di frasi celebri non particolarmente vasto, il che si traduce nella ripetizione ossessiva dei medesimi quips comici che rischiano di saturare l’attenzione dell’utente.

Purtroppo, parlando del comparto tecnico, bisogna aggiungere la presenza di alcuni bizzarri bug di programmazione rimasti ancorati al codice anche dopo l’uscita dalla fase di accesso anticipato, piccoli difetti che pur non bloccando la progressione possono infastidire non poco durante le partite con gli amici.

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Il difetto visivo più ricorrente si verifica durante le sessioni in modalità cooperativa quando il proprio personaggio viene abbattuto dai nemici e si entra nella modalità spettatore per seguire le gesta dei compagni rimasti in vita; in questa specifica circostanza, la telecamera virtuale tende a bloccarsi inspiegabilmente in una rigida inquadratura dall’alto verso il basso, impedendo di fatto di comprendere l’andamento dello scontro e costringendo ad attendere il rientro in partita con una visuale completamente compromessa.


Ringraziamo PressEngine per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione. Seguiteci sul nostro sito per altre recensioni e articoli in arrivo nei prossimi giorni.

Cover art di SWAPMEAT
SWAPMEAT (PC)
In conclusione
SWAPMEAT si impone come un'opera fuori dagli schemi, capace di mescolare un black humor pungente contro il capitalismo selvaggio a un'estetica grottesca e cartoonesca. La meccanica del sezionamento e dell'innesto delle parti del corpo nemiche non è solo un brillante vezzo estetico, ma il cuore pulsante di un gameplay frenetico che spinge alla continua sperimentazione tattica. Sebbene dia il meglio di sé nel caos della modalità cooperativa e brilli per il level design delle boss fight, il titolo di One More Game inciampa purtroppo in un sistema di progressione inutilmente caotico e frustrante, accompagnato da una certa ripetitività delle battute audio e da qualche fastidioso bug di troppo. Resta comunque un'esperienza dirompente e coraggiosa, consigliatissima a chi cerca uno sparatutto bizzarro da divorare insieme agli amici.
Pregi
Ottima meccanica degli innesti
Direzione artistica stravagante
Boss fight ben costruite
In co-op dà il meglio
Difetti
Progressione caotica
Sbilanciato in solitaria
Bug fastidiosi
7.8
Voto