Supergirl, il secondo film del nuovo DCU targato James Gunn, arriva nelle sale circa un anno dopo l’apprezzato Superman e, questa volta, al centro della scena non c’è il kryptoniano più famoso del mondo, ma sua cugina più giovane, Kara Zor-El.
Inoltre, Supergirl porta il DCU lontano dalla Terra e nello spazio profondo, in un’avventura ricca di creature aliene e dai toni western-fantascientifici che ci ha ricordato i film dei Guardiani della Galassia, un immaginario che Gunn conosce decisamente bene.
Il film punta su una buona dose d’azione, sulla prova di Milly Alcock nei panni della protagonista e anche sull’atteso debutto di Jason Momoa nel ruolo di Lobo, tutti chiamati a sostenere il peso di uno dei primi tasselli fondamentali del nuovo DC Universe.
Tuttavia, proprio come successo con altri film supereroistici con protagoniste femminili, l’attesa per Supergirl è stata segnata da un hype moderato, non paragonabile a quello del suo ben più famoso cugino kryptoniano.
Il film, però, riesce a ritagliarsi uno spazio tutto suo? Scopriamolo.
Trama e narrazione
Gli eventi del film hanno luogo circa un anno dopo quelli di Superman, pellicola in cui vediamo la prima apparizione di Kara, interpretata da Milly Alcock: nel finale del film, infatti, atterra nella Fortezza della Solitudine per riprendersi Krypto, il suo fedelissimo (e popolarissimo) super-cane kryptoniano.
Un anno dopo, Kara si trova nello spazio, su un pianeta nell’orbita di un sole rosso che le impedisce di utilizzare i propri poteri, ma le permette di subire gli effetti dell’alcol e di ubriacarsi.
Lei e Krypto vivono nella sua disordinata astronave, tra bottiglie vuote e vestiti sparsi ovunque, spostandosi da un sistema solare all’altro senza una vera e propria direzione; un’introduzione che definisce sin da subito il carattere della protagonista, che appare molto più impulsiva e immatura rispetto al cugino Superman.
Parallelamente, sullo stesso pianeta, un gruppo di briganti interspaziali guidati dal temibile Krem delle Colline Gialle prende di mira la casa di Elias Knoll, un abile fabbro locale e forgiatore di armi potenti, con conseguenze che lasceranno sua figlia Ruthie sola e affamata di vendetta, consapevole però di aver bisogno di aiuto per portare a termine il proprio obiettivo.

Le strade delle due protagoniste si incrociano il giorno del ventitreesimo compleanno di Kara, che l’eroina decide di festeggiare ubriacandosi in uno squallido bar spaziale: qui arriva Ruthie, che annuncia di essere alla ricerca di un potente alleato che possa aiutarla a vendicarsi di Krem delle Colline Gialle e, in cambio, promette come ricompensa una potente spada forgiata dal padre Elias.
L’annuncio della ricompensa attira l’attenzione di due minacciosi alieni, che si avvicinano a Ruthie con intenzioni poco amichevoli: uno dei due le strappa la spada dalle mani e tenta di allontanarsi, ma Kara, che fino a quel momento aveva ascoltato senza volersi immischiare, decide di intervenire e mettere fuori gioco gli aggressori in uno dei primi momenti simil-western del film.
Nasce così un rapporto che diventerà il cuore emotivo del film, con Ruthie da una parte, giovane e determinata, consumata dal desiderio di vendetta, e Kara dall’altra, una sorta di mentore svogliata, non proprio entusiasta all’idea di lavorare con qualcuno che non sia il suo cane.
Purtroppo per Kara, unirsi alla causa di Ruthie diventerà presto una necessità più che una scelta: Krem e i suoi briganti rubano infatti la sua astronave e avvelenano Krypto, costringendola a inseguirli per recuperare l’antidoto.

Inizia così un vero e proprio roadtrip interstellare, in cui uno degli aspetti più interessanti e originali – a nostro parere – è che una parte avvenga in una sorta di trasporto pubblico interspaziale: senza l’astronave, infatti, Kara e Ruthie sono costrette a prendere un vero e proprio autobus, che con diverse fermate le porta da un pianeta a un altro.
In generale, il viaggio delle due protagoniste segue una struttura dai chiari richiami western, poiché la ricerca dell’antagonista è segnata da una serie di ostacoli lungo il percorso, dalle bande di assalitori ai potenziali alleati che si rivelano traditori.
Nella seconda parte del film assistiamo alla comparsa di un personaggio molto atteso: Lobo, interpretato da Jason Momoa, al suo debutto nel nuovo DCU dopo aver vestito i panni di Aquaman.
Il cacciatore di taglie incrocia le strade di Kara e Ruthie mentre è sulle tracce del braccio destro di Krem, Drom Baxton, e dopo un’iniziale resistenza, tipica della figura dell’antieroe, finirà per essere un prezioso alleato per le due giovani.

Lobo rappresenta un buon asso nella manica per il film, che lo utilizza sapientemente: Momoa riesce ad essere sopra le righe al punto giusto, senza oscurare troppo il racconto delle due protagoniste.
Un altro aspetto interessante del film riguarda le origini di Kara e della città kryptoniana di Argo City: attraverso un flashback scopriamo infatti che, poco prima della distruzione di Krypton, lo scienziato Zor-El, padre di Kara, elaborò un piano per salvare Argo e i suoi abitanti, ovvero far decollare una parte della città, proteggendola con una barriera in grado di garantirne la sopravvivenza nello spazio.
Il piano funziona, Kara nasce ad Argo City e trascorre lì i primi anni di una vita abbastanza tranquilla, fino a quando la kryptonite nel suolo della città inizia a far ammalare gli abitanti, compresi i suoi genitori, che, senza speranze e senza una via di fuga, decidono di spedire la figlia adolescente sulla Terra, proprio come avevano fatto anni prima i genitori di Superman.
Questo approfondimento sulle sue origini contribuisce a differenziare ulteriormente la protagonista da Superman, poiché ci mostra che lei ha vissuto in prima persona il dolore e la morte dei propri cari e della sua gente, un dettaglio che aiuta a spiegare la diversa sensibilità dei due cugini: entrambi vogliono fare del bene, ma quanto Kara ha provato sulla propria pelle, Clark se l’è risparmiato.
Atmosfera, regia e aspetti tecnici
Nel costruire la sua atmosfera, Supergirl funziona molto bene, dando vita a un’avventura dai toni western e fantascientifici: le due protagoniste attraversano bar malfamati e pianeti polverosi, con il desiderio di vendetta di Ruthie che si scontra continuamente con il più pacato senso di giustizia di Kara.
A questi elementi si aggiungono alieni, dispositivi ipertecnologici e l’anima da cinecomic che caratterizza il film, una contaminazione che rappresenta la vera personalità della pellicola, anche se in alcuni punti abbiamo avuto la sensazione che si potesse osare ancora di più.
Il ritmo del film è infatti molto serrato, ma a volte sembra mancare quella suspense che contraddistingue le avventure tipicamente western, una scelta che finisce per penalizzare anche la profondità di alcuni personaggi, a partire da Ruthie, che funziona bene come spalla e “motore” delle azioni di Kara, ma raramente riesce a costruire un legame davvero forte con il pubblico.
Lo stesso Krem delle Colline Gialle, per quanto spietato e minaccioso, non riesce del tutto a imporsi come villain memorabile.

Anche alcune sottotrame trovano poco spazio e finiscono per apparire più come note a margine: è il caso delle cosiddette “mogli” dei briganti, ragazze rapite alle famiglie di Bilquis e utilizzate dalla banda di Krem per riprodursi, che contribuiscono a delineare la brutalità di Krem e aggiungono un ulteriore motivo per fermarlo, ma non trovano mai davvero lo spazio necessario per incidere sulla narrazione.
Sul piano tecnico, Supergirl convince soprattutto per la varietà delle proprie ambientazioni e per la loro caratterizzazione, sia negli ambienti interni, soprattutto i bar e le locande, sia nelle strutture spaziali e nei diversi pianeti alieni attraversati, tra cui il pianeta Bilquis, in particolare, ricorda molto – come vedremo tra poco – una scena alla Guardiani della Galassia.
Anche la fotografia contribuisce a questa caratterizzazione, con immagini quasi sempre a fuoco e dai colori vividi, quasi sgargianti, che sembrano riflettere il carattere della stessa Kara, solare ed esuberante nonostante le difficoltà che affronta.
Tuttavia, non siamo completamente convinti: nelle sequenze più concitate, soprattutto durante la battaglia finale sulla nave dei Briganti, l’uso del green screen risulta fin troppo evidente, con un effetto che stona rispetto alla cura delle ambientazioni.
Un’ambientazione familiare per James Gunn
Guardando Supergirl è impossibile non pensare, almeno una volta, ai Guardiani della Galassia: le interazioni con le specie aliene, l’umorismo dark e un certo modo di costruire i personaggi richiamano inevitabilmente la saga diretta da James Gunn per i Marvel Studios.
Il parallelismo può partire già dai protagonisti delle opere: sebbene Star-Lord e Kara siano diversi dal punto di vista caratteriale, trasmettono entrambi una vibe simile, essendo due “orfani spaziali” ancora alla ricerca di un posto nell’universo e di una direzione da dare alla propria vita.
Vista l’ambientazione interstellare, sul piano visivo il paragone diventa ancora più immediato, ma ci sembra comunque importante sottolineare il caso del pianeta Bilquis, la cui oscurità ricorda molto gli ambienti e la fotografia di Guardiani della Galassia Vol. 3.
Questi elementi, per quanto possano sembrare poco adatti a un prodotto originale DC, rappresentano a nostro parere un punto di forza: richiamare una saga familiare al pubblico, utilizzarne i tratti fondamentali e reinterpretarli con originalità è un modo efficace per portare avanti la narrazione e avvicinare Supergirl a nuove audience.

Tuttavia, il confronto diventa più delicato se si sposta sul piano della colonna sonora, in quanto anche Supergirl utilizza con una certa frequenza brani su licenza, accompagnandoli a sequenze d’azione o a momenti più leggeri, ma il risultato raramente raggiunge l’iconicità dei Guardiani della Galassia, dove la musica è parte integrante della narrazione e dell’identità dei personaggi.
Il momento più discusso su questo tema è quello del cosiddetto needle drop, ovvero quando, in un momento chiave della storia, viene utilizzato un brano pop preesistente e particolarmente riconoscibile: in Supergirl, nella scena del combattimento finale in cui Kara protegge Ruthie dagli attacchi dei Briganti, viene utilizzata The Middle, una cover del brano dei Jimmy Eat World interpretata da Kelty Greye e Kidmotel.
La scelta è stata poco apprezzata e a molti è sembrata fuori luogo per un momento così catartico, al contrario dei needle drops dei Guardiani della Galassia, che sono diventati uno degli elementi più riconoscibili dell’intera saga, come l’utilizzo di Dog Days Are Over di Florence + The Machine in Guardiani della Galassia Vol. 3.
In ogni caso, anche se richiama i Guardiani in più occasioni, Supergirl non dà mai l’impressione di esserne una copia esatta, quanto piuttosto un’opera che ne rielabora con intelligenza i tropi fondamentali; del resto, il produttore esecutivo è lo stesso James Gunn, ed è inevitabile che il nuovo universo DC conservi alcuni degli elementi che lo hanno reso grande e che hanno caratterizzato il suo modo di fare cinema.
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