Star Wars Visions è stato sin dall’inizio un progetto interessante, una sorta di Love, Death and Robots in salsa galassia lontana lontana, in cui vari studi di animazione potevano mettersi in gioco e dare il loro contributo artistico al brand.
Dopo una prima stagione all’insegna del mondo nipponico, con le successive si è dato spazio ad artisti di tutto il mondo, mantenendo sempre la stessa formula: un corto ciascuno, preferibilmente autoconclusivo, caratterizzato dallo stile tipico dello studio.
Star Wars: Visions Present – The Ninth Jedi, già dal titolo, fa intuire che il piccolo progetto di corti autoconclusivi vuole espandersi, “tentare il salto”, se si può dire, e consegnare al pubblico una serie animata completa, forse più autoriale e personale di altre ambientate nello stesso universo.
Riuscirà questa serie a distinguersi o sarà l’ennesimo tassello di una produzione sempre più stanca, ancora indecisa se e come rinnovare il proprio brand? Vediamolo assieme in questa recensione.
TRAMA E PERSONAGGI
The Ninth Jedi continua la storia del corto omonimo della prima stagione di Visions e di Child of Hope della terza, e ci conduce all’interno della lotta tra i Jedi rimasti nella galassia e Nawaam, un generale pronto a riunificarla sotto il suo potere. Potere che reclama per sé in un periodo di conflitti interni, protratti da svariati signori della guerra incapaci di mantenere una vera e propria stabilità dopo la caduta del governo centrale e dell’ordine Jedi.
Come si può notare, la trama in sé non porta nulla di originale: si tratta di uno scenario che ormai i fan di Star Wars conoscono fin troppo bene, utilizzato così tante volte che questa serie riserva ben poche sorprese a chi ormai è fidelizzato al brand.
Tutto è, ahimè, prevedibile e porta poco di nuovo a una saga che pare girare in tondo, incapace di osare veramente, se non in alcuni casi (e non serve scomodare Andor, altri stessi corti di Visions erano stati capaci di portare una ventata d’aria fresca, seppur breve).

Tuttavia, non è tutto da buttare: alcuni discorsi circa il ruolo dei Jedi e quanto essi rappresentino, soprattutto se contrapposti ai Sith, sono interessanti. La serie sembra voler attingere agli antichi valori cavallereschi, quelli più puri, in cui non è importante la propria origine nobiliare (in questo caso la connessione alla Forza), ma basta seguire i giusti principi ed essere pronti a lottare per gli altri per essere degni del titolo.
Discorso ben raffigurato dalla peculiarità stessa delle spade laser brandite dai protagonisti: esse sono capaci di cambiare colore in base alle emozioni e all’animo di chi le impugna; un dettaglio che va sì in contraddizione con quanto raccontato dalla mitologia stessa di Star Wars, ma che si fa perdonare proprio per il messaggio che la serie vuole trasmettere.
Purtroppo, vi sono altre incongruenze nella trama, piccoli buchi che fanno sorgere domande prive di risposta, oppure momenti in cui i fatti avvengono forse fin troppo rapidamente, con personaggi che cambiano in un istante stato d’animo pur di far progredire la storia verso il finale.

Finale che, ovviamente, lascia spazio a una possibile seconda stagione, per quanto funzioni bene anche come serie autoconclusiva, poiché la trama principale si è esaurita e tutti i protagonisti hanno compiuto il loro percorso. O meglio, Lah Kara (la vera protagonista della serie), Juro (il mentore) e Nawaam (il cattivo) hanno compiuto il loro arco, seguendo così pedissequamente il viaggio dell’eroe che ogni loro mossa è prevedibile sin dall’inizio.
Gli altri personaggi sono mero contorno, aiutanti sporadici che creano numero per la storia, ma che a conti fatti possono essere riassunti nel ruolo che coprono, con personalità così monocaratteriali che è difficile affezionarsi a loro.
Lah Kara stessa brilla all’interno del cast solo perché è quella con un’evoluzione completa, ma risulta comunque debole come protagonista, stereotipata nel suo ruolo come Juro e Nawaam, per quanto quest’ultimo, nel corto originario, avesse un ottimo potenziale, soprattutto dopo la rivelazione finale.

Rivelazione che viene ripresa nella serie, ma che non viene molto approfondita, se non con il racconto del suo passato, l’unico flebile collegamento che spiega parzialmente il colpo di scena che era stato il punto di forza del corto animato. Corto che, assieme al seguito Child of Hope, non è necessario vedere se si vuole godere di questa serie: tutto viene ben spiegato all’inizio, senza spiegazioni o racconti eccessivamente lunghi, tanto che lo spettatore viene gettato subito all’interno dell’azione.
ANIMAZIONE E REGIA
Purtroppo l’animazione accompagna fin troppo bene la trama di The Ninth Jedi: nella media per una serie animata nipponica, se non mediocre in alcuni punti, soprattutto nei primi episodi. Tuttavia, gli scontri con le spade laser sono ben coreografati e molto piacevoli da guardare, la punta di diamante di questa serie, capaci di creare la tensione che manca alla trama, lasciando lo spettatore almeno un po’ con il fiato sospeso, per quanto possa intuirne la conclusione.
Anche se l’animazione è in gran parte in 2D, vi sono anche elementi in 3D che, per essere una serie giapponese, sono ben amalgamati con l’ambiente circostante e non sono mai fastidiosi o troppo alieni alla scena.
La regia è nella media, con un picco, come già accennato, nelle scene di duello, come lo stesso design dei personaggi: non vi è nulla di eccezionale, nessuno dei personaggi riesce a essere memorabile, se non per delle scelte che contrastano con quanto già consegnato da Star Wars.

Un esempio può essere la protagonista stessa, con un’acconciatura tipica degli anime, ma impensabile all’interno di questo universo, oppure una razza che sembra uscita da una serie animata fantasy di seconda categoria. Si salvano solo le spade laser, diverse le une dalle altre e con un minimo di personalità, oltre al design di qualche robot.
COLONNA SONORA E DOPPIAGGIO
La colonna sonora è molto derivativa dai temi della saga principale, ma, nonostante ciò, riesce a distingersi e a ricordare allo spettatore che si trova all’interno dell’universo di Star Wars.
Nobuto Toda e Kazuma Jinnouchi hanno fatto un buon lavoro, toccando corde già conosciute, ma applicandole con cura ai momenti più opportuni, tra scene d’azione, entrate dei cattivi e anche sottili momenti di speranza.
Il doppiaggio originale è godibile; dona quel tono caratteristico e personale alla serie animata, che, accompagnato dalla colonna sonora, ben riesce a sottolineare quanto The Ninth Jedi sia una serie di Star Wars, ma con una forte componente nipponica al suo interno.
Si sposa bene anche con alcune scelte di regia, con i design dei personaggi e ancora con lo spettatore della serie, lasciando correre molti dettagli che stonerebbero con quello inglese.

Il doppiaggio italiano, invece, è altalenante: alcune interpretazioni sembrano provenire da un cartone animato per l’infanzia, alcune convincono e altre sono a tratti deboli e piatte, un ulteriore motivo per consigliare la visione della serie in originale.
Ringraziamo Disney per averci permesso di vedere la serie in anteprima al fine di realizzare questa recensione.
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