Recensione Wonder Man | Quando i superpoteri non contano

Data di uscita
Gennaio 27, 2026
Pubblicazione
Disney | Marvel Studios
Il nostro Punteggio
8.6
Trailer

Che siate tra i nostalgici convinti che dopo Endgame non sia più uscito un singolo prodotto davvero valido, o tra i fan che non stanno più nella pelle in attesa del prossimo Avengers, è difficile negare come uno dei problemi più grandi dei cinecomics sia la difficoltà nel raccontare storie realmente diverse tra loro.
Pur cambiando temi e personaggi, molti film sono stati spesso accusati di riproporre la medesima struttura narrativa: un eroe che soccombe inizialmente di fronte a un antagonista apparentemente insormontabile, attraversa una fase di crescita o di crisi e, infine, riesce a ribaltare le sorti dello scontro nella battaglia conclusiva in un canovaccio ormai assai prevedibile.

Con piccole variazioni, questa formula è stata la linea guida per molti anni a venire, al punto che la stessa Marvel Studios ne ha progressivamente preso coscienza.
E che lo si voglia ammettere o meno, negli ultimi tempi lo studio ha tentato con sempre maggiore frequenza di allontanarsi da questi schemi, cercando di proporre qualcosa di più audace e sperimentale talvolta con risultati più convincenti e altre volte con esiti meno riusciti.

Abbiamo avuto diversi esempi da WandaVision e Loki, fino a Doctor Strange nel Multiverso della Follia con le sue tinte orrorifiche sotto la guida inconfondibile del geniale Sam Raimi. Ma anche guardando ai progetti più recenti, il discorso si estende a Marvel Zombies e a I Fantastici 4 – Gli inizi, arrivando infine a oggi con Wonder Man che rappresenta l’ultimo passo verso questa azione di rinnovamento.

Ma chi è Wonder Man? Parliamo di un personaggio nato nel 1964 che, come spesso accade nelle trasposizioni Marvel, condivide ben poco con la sua controparte live action, trasformandosi di fatto in una figura sostanzialmente diversa sotto molti aspetti. Ma è proprio questo deciso cambio di rotta che consente alla serie di imboccare una direzione che oscilla brillantemente tra una sottile autoironia e una narrazione paradossalmente più intima e umana, lontana dagli schemi rigidi e prototipici del classico “racconto di supereroi”.

Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Wonder Man

Resta tuttavia doveroso ricordare con una necessaria cautela come la serie sia stata approvata in uno dei periodi più controversi dei Marvel Studios, dominato dalla filosofia del quantity over quality. Riuscirà quindi la serie a distinguersi come uno dei prodotti riusciti della recente rinascita del franchise, oppure finirà per ricordare le sue fasi più oscure?
Senza ulteriori indugi, ecco quindi le nostre impressioni su Wonder Man, la serie che inaugura uno degli anni potenzialmente più delicati e decisivi per il futuro del Marvel Cinematic Universe.


Due fragilità che si incontrano

Per poter parlare adeguatamente della trama di Wonder Man, è necessario prima introdurre i suoi due personaggi cardine: Simon Williams, protagonista e centro dell’intera miniserie, e il suo co-protagonista Trevor Slattery, che i fan dell’MCU conosceranno ormai bene per le sue precedenti apparizioni come il falso “Mandarino“.
Iniziando proprio da quest’ultimo, la serie riprende la sua storia esattamente da dove l’avevamo lasciata, trovando un uomo in fuga nel disperato tentativo di crearsi una nuova identità che gli permetta di prendere definitivamente le distanze dal suo passato legato al terrorismo.

Un obiettivo che ha tuttavia vita breve in quanto Trevor viene infatti presto catturato e consegnato al Damage Control (DODC), un’istituzione ormai ben radicata all’interno del Marvel Cinematic Universe che, come abbiamo visto in passato, è incaricata di monitorare e contenere individui dotati di poteri potenzialmente pericolosi.
Ed è proprio qui che prende forma il suo ruolo all’interno di Wonder Man: Slattery viene infatti incaricato di avvicinarsi a Simon, guadagnarne la fiducia e fingersi suo amico, con l’obiettivo di confermare e documentare l’esistenza di eventuali abilità sovrumane per poterlo infine incastrare.

Dall’altra parte troviamo invece proprio Simon Williams, bersaglio inconsapevole di questa articolata messinscena, che risulta essere un giovane attore in cerca della grande occasione che possa finalmente permettergli di emergere e realizzare così il suo sogno. Un uomo profondamente solo, insicuro e complessato, ma al tempo stesso genuino e intraprendente, animato dal desiderio di dare sempre il massimo in ogni situazione… forse anche troppo, sfociando in momenti di forte stress emotivo e in veri e propri attacchi d’ansia che contribuiscono a rendere il suo arco narrativo sorprendentemente empatico.

Un personaggio che potrebbe quindi sembrare umano quanto chiunque altro, con i suoi difetti e i suoi pregi, ma che in realtà cela una serie di poteri soprannaturali che cerca di nascondere ad ogni costo, ma con una potenza talmente distruttiva che non sempre è possibile ignorare.
Inutile dire che sono proprio le dinamiche tra i due a rappresentare il vero cuore dello show, con un Simon bisognoso di qualcuno che possa finalmente chiamare amico, e un Trevor disposto a tutto pur di evitare il ritorno in prigione per un passato che vorrebbe soltanto poter dimenticare.

Vi anticipiamo già che osservare l’evoluzione del loro rapporto, da perfetti sconosciuti fino a ciò che diventerà nel corso della serie, rappresenta senza dubbio il punto più alto dell’intera esperienza.
La serie stessa sottolinea più volte quanto i due personaggi si completino a vicenda, e noi non potremmo essere più d’accordo: nei momenti in cui uno dei due viene è assente, l’esperienza complessiva ne risente tremendamente e, al contrario, ogni loro interazione sprigiona una chimica straordinaria in cui personalità diametralmente opposte si fondono dando vita a una performance credibile, divertente e costantemente coinvolgente.


Un duo che funziona

Nulla di tutto ciò sarebbe tuttavia possibile senza le spettacolari interpretazioni degli attori che danno volto e anima ai due protagonisti, interpretati da Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Simon e Ben Kingsley in quelli di Trevor.
A tal proposito, una delle domande che spesso sentiamo accompagnare l’introduzione di un nuovo attore protagonista all’interno dell’MCU è sempre la stessa: “Ma sarà davvero abbastanza bravo da reggere il peso di un’intera serie?”, che si fa ancora più pressante quando il confronto avviene con figure ormai iconiche come l’Iron Man di Robert Downey Jr. o il Captain America di Chris Evans.

Ebbene, durante la visione di Wonder Man non siamo riusciti a pensare ad altro se non a quanto Abdul-Mateen sia semplicemente perfetto, dimostrando un carisma magnetico e capace di tenere lo spettatore costantemente incollato allo schermo.
Ogni volta che il suo Simon Williams afferma di essere “nato per questo ruolo”, noi non possiamo fare a meno di essere d’accordo: Yahya Abdul-Mateen II è Wonder Man, senza se e senza ma.

L’attore costruisce una contrapposizione perfetta tra le scene dominate da sentimenti negativi come ansia, rabbia o frustrazione e quelle più intime e distese, restituendo un personaggio profondamente umano e autentico.
Da spettatori, si ha la costante sensazione di vivere le sue emozioni in prima persona, come se ci si trovasse nella stessa stanza dei personaggi, fino ad arrivare persino ad avvertire il timore di trovarsi davanti a un uomo che reprime tutto dentro di sé e che proprio per questo risulta imprevedibile, potenzialmente pericoloso e sempre sul punto di esplodere.

E proprio per questo che il ruolo di Ben Kingsley è fondamentale, in quanto Trevor Slattery funge proprio da punto di contatto emotivo per il pubblico; mentre non possiamo fare a meno di immedesimarci in lui, allo stesso tempo lo giudichiamo per le scelte che compie, dando vita a una dinamica morale complessa che l’attore riesce completamente a padroneggiare.

Dimenticate il Trevor caricaturale e infantile visto in passato, qui il personaggio assume una profondità multisfaccettata, pur mantenendo intatti alcuni dei suoi tratti più distintivi, rivelando ferite emotive che affondano le radici nella sua infanzia e in un’esistenza segnata da errori difficili se non impossibili da cancellare.
La tensione costante tra il dovere obbedire agli ordini e il desiderio sincero di aiutare qualcuno che, per la prima volta, lo considera davvero un amico è resa magnificamente, al punto da far dimenticare completamente allo spettatore di trovarsi davanti a “un’altra serie sui supereroi”.

Un cast che non regge il passo

Da quello che è quindi, senza alcuna ombra di dubbio, il punto di forza più evidente dell’intera miniserie, è inevitabile collegarsi a quello che, a nostro avviso, costituisce invece il suo difetto più marcato, talmente evidente da risultare impossibile da ignorare.
Il discorso si sofferma ancora una volta sul cast, ma l’attenzione questa volta si sposta sui personaggi secondari che finiscono per risultare sorprendentemente evanescenti, privi di una reale evoluzione e sostanzialmente statici dal punto di vista narrativo.

Il risultato è un insieme di figure che sembrano esistere unicamente per far avanzare la trama, senza mai riuscire a ritagliarsi un’identità propria o a raccontare qualcosa di davvero significativo. E al di là di qualche sporadica scena pensata per aggiungere contesto o approfondire momentaneamente una situazione, il loro contributo rimane marginale e poco incisivo.
Persino i personaggi che appaiono più promettenti, come la stessa famiglia di Simon, vengono sistematicamente relegati sullo sfondo, come se la serie scegliesse deliberatamente di limitarne l’impatto per non sottrarre spazio alla relazione tra i due protagonisti, finendo però per impoverire l’opera nel suo insieme.

E anche l’agente P. Cleary, interpretato ancora una volta da Arian Moayed, finisce per apparire poco più di una presenza accessoria, nonostante il suo presunto ruolo centrale all’interno della storia e il suo ricoprire, di fatto, la funzione di antagonista principale dell’opera.
Nel corso della miniserie non assistiamo a una reale evoluzione del personaggio né a un vero confronto tematico o morale con i protagonisti, e manca qualsiasi forma di risoluzione nel conflitto d’interessi o anche almeno un approfondimento capace di renderlo più di un mero catalizzatore per avvicinare Trevor a Simon.

In questo modo, il punto di forza della miniserie finisce paradossalmente per trasformarsi anche nel suo limite maggiore, al punto che al di fuori dei due protagonisti risulta difficile persino ricordare i nomi degli altri personaggi.
Davvero un’occasione sprecata, soprattutto alla luce di quanto la chimica tra i due funzioni e non avesse alcun bisogno di essere isolata dal resto del cast per brillare… anzi, al contrario, sarebbe stato ancora più interessante vederla messa alla prova e arricchita dal confronto con altre figure importanti nella vita di Simon.


Il lato umano dell’MCU

Abbiamo parlato a lungo di Simon Williams e Trevor Slattery e di come il loro rapporto finisca per sorreggere quasi interamente l’impianto narrativo della serie… ma, arrivati a questo punto, è lecito chiedersi: di cosa parla la trama di Wonder Man?
Per rispondere a questa domanda, è necessario fare un passo indietro e soffermarsi su cosa vuole davvero raccontare Destin Daniel Cretton con questa serie. Wonder Man si configura infatti come una piccola finestra all’interno dell’MCU, che rinuncia deliberatamente a intrecciarsi con il grande mosaico del multiverso o con le storyline pensate per culminare nei classici film evento.

Non troviamo alcun accenno ai mutanti, nessun collegamento con i Thunderbolts o con altre serie passate e future, né tantomeno elementi che lascino presagire un imminente progetto dedicato ai West Coast Avengers, nonostante le speculazioni circolate nei mesi precedenti.
Wonder Man non ha alcun interesse nel “fare da ponte” verso qualcos’altro, e se siete appassionati di cameo, rimandi continui e collegamenti al più grande universo narrativo, questa non è probabilmente la serie che fa per voi. Al contrario, Wonder Man potrebbe essere mostrata senza difficoltà anche a chi non ha alcuna familiarità con i supereroi o con l’MCU: un pubblico completamente ignaro del contesto riuscirebbe comunque a seguirla e ad apprezzarla.

Come anticipato nell’introduzione, ci troviamo di fronte a una serie profondamente intima, interessata a esplorare l’animo umano e, nello specifico, la vita di Simon Williams, un superumano che non sogna di diventare un eroe né di combattere il male, ma che aspira semplicemente a diventare un attore e mettere tutto sé stesso nella recitazione.
Da questo punto di vista, Wonder Man apre uno spiraglio su un aspetto laterale dell’MCU che non avevamo mai visto prima, mostrando il funzionamento di Hollywood in un mondo popolato da individui dotati di poteri straordinari senza ricorrere a minacce cosmiche o conflitti su larga scala.

Questo significa che Wonder Man non è una serie pensata per i fan? Che sia inutile o addirittura che vada saltata? Assolutamente nulla di tutto ciò: la serie è ricca di riferimenti all’MCU e risulta evidente come non sia stata concepita per prendere le distanze dall’universo condiviso, bensì per offrirne una lettura alternativa che amplia il worldbuilding puntando su un tono diverso, capace di divertire ma anche di distinguersi nettamente da ciò che è venuto prima.
Va inoltre sottolineato che, pur non essendoci alcuna conferma in tal senso, nulla esclude che in futuro Simon Williams possa abbracciare il proprio lato supereroistico e ritagliarsi un posto più tradizionale all’interno dell’MCU, magari persino tra le fila degli Avengers.

Questo, però, non è il racconto di quella trasformazione, ma una serie che chiede allo spettatore di mettere da parte le aspettative legate a scontri spettacolari, combattimenti elettrizzanti e al massiccio utilizzo di CGI, per concentrarsi su una storia più fragile e sincera. Wonder Man è, in fin dei conti, la storia semplice di un superumano che sogna di recitare in un mondo in cui i superpoteri sono banditi all’interno di Hollywood, e nulla di più

Un racconto senza grandi pretese, dai toni che oscillano con naturalezza tra il comico e l’introspettivo, capace di offrire sequenze adrenaliniche senza ricorrere ai consueti cliché supereroistici e senza il tipico supervillain di turno. Una serie che sa far sorridere, ma anche fermarsi a riflettere su ciò che conta davvero.
Ed è forse proprio questo l’aspetto che ci ha attratti di più: osservare un uomo dotato di poteri potenzialmente devastanti scegliere di ripudiarli, percepirli come un ostacolo anziché come un dono perché incompatibili con il suo vero obiettivo e con l’immagine di sé che desidera costruire.

C’è inoltre da dire che Destin Daniel Cretton riesce a valorizzare al meglio le poche, ma eccellenti, sequenze d’azione, rendendole estremamente efficaci con inseguimenti ma anche semplici spostamenti permeati da un dinamismo che coinvolge persino lo spettatore, facendolo sentire parte del movimento e della tensione del momento.
A completare il quadro troviamo infine una colonna sonora perfettamente in sintonia con il tono caotico, ironico e imprevedibile della serie e che ci mette subito nello stato d’animo giusto per trascorrere un pomeriggio sorprendentemente piacevole in compagnia di Simon e Trevor.

I limiti di una storia più intima

Purtroppo, per quanto sia apprezzabile e coraggiosa questa scelta autoriale, portata questa volta avanti fino in fondo senza ricorrere a un cambio di rotta improvviso nell’episodio finale come spesso accaduto ad altri prodotti Marvel, non possiamo comunque ignorarne gli evidenti limiti.

La trama, infatti, fatica a reggersi sulle proprie gambe e non riesce mai davvero a sorprendere o coinvolgere, affidandosi a un solo colpo di scena realmente incisivo mentre il resto della narrazione si sviluppa esattamente secondo le aspettative dello spettatore fin dal primo episodio. Alcune risoluzioni rimangono interessanti anche nella loro prevedibilità, ma questo non basta a mascherare una semplicità narrativa che avrebbe dovuto offrire qualcosa in più, soprattutto alla luce della scelta consapevole di ridurre al minimo combattimenti e sequenze d’azione memorabili.

Si potrebbe sostenere che, trattandosi di una commedia, una minore attenzione alla struttura narrativa sia in parte giustificabile, ma in questo caso sarebbe la serie stessa a contraddirsi cercando attivamente di mantenere in tensione e di costruire un coinvolgimento che va oltre la semplice leggerezza di tono.
Wonder Man rimane così sospesa tra due intenti: da un lato una storia che non vuole prendersi troppo sul serio e dall’altro il desiderio di stimolare curiosità e partecipazione emotiva, portando così a un equilibrio mai del tutto raggiunto che finisce per lasciare la narrazione priva di una reale tensione.

Questa indecisione culmina in un finale di stagione particolarmente lento e sottotono, più interessato a lasciare interrogativi aperti sul futuro del personaggio che a offrire un senso di chiusura.
Come abbiamo già sottolineato più volte, al punto da rischiare di esasperare i nostri lettori, la serie riesce comunque a reggersi grazie alle eccellenti interpretazioni di Yahya Abdul-Mateen II e Ben Kingsley, ma è inevitabile che un’eventuale seconda stagione dovrà necessariamente alzare l’asticella se vorrà continuare sulla stessa lunghezza d’onda.


Wonder Man arriverà su Disney+ il 28 gennaio, con l’intera stagione disponibile fin da subito.

Ringraziamo Marvel Studios e Disney per averci permesso di vedere la serie in anteprima al fine di realizzare questa recensione.
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WONDER MAN
IN CONCLUSIONE
Wonder Man è una magnifica sorpresa tanto per i fan che non hanno mai smesso di credere in una rinascita dell’MCU quanto per chi non sopporta più di vedere raccontate sempre le stesse storie nel genere supereroistico. La serie propone un racconto umano, divertente e soprattutto genuino e audace, capace di distinguersi dal resto delle produzioni Marvel. Non possiamo che consigliarla come uno dei prodotti migliori usciti negli ultimi tempi, perfettamente godibile sia da chi conosce vita, morte e miracoli di ogni supereroe che da chi non è particolarmente esperto dell’MCU. Attenti, tuttavia, a non fare l’errore di aspettarvi una trama complessa con grandi collegamenti al resto dell’universo.
Pregi
Un racconto di superumani diverso dal solito
Divertente, ma anche sorprendentemente profondo
La chimica tra Trevor e Simon è impagabile
Yahya Abdul-Mateen II è semplicemente perfetto nel ruolo di Wonder Man
Difetti
La trama resta tutto sommato molto semplice
Il resto del cast è poco sviluppato
8.6
Voto