Recensione Wicked parte due: For Good | Si può fare la rivoluzione in musical

La volontà di portare uno dei più grandi musical della storia del teatro americano al cinema è stato uno dei progetti più ambiziosi e complessi degli ultimi vent’anni. In un epoca in cui è sempre più difficile portare spettatori in sala – con l’avvento e il predominio dello streaming e l’ormai abitudine delle major di proporre solo reboot o revival di grandi franchising – l’Universal Pictures ha dimostrato la sua volontà e coraggio nel portare in sala un progetto rischioso comeWicked. Pensavamo che il genere musical fosse morto, e ci siamo sbagliati alla grande, fino ad oggi.

Famosissimo in territorio americano, ha dimostrato di avere il potere di suscitare l’attenzione di tutti gli spettatori il globo. Il collante quale sarebbe? L’affrontare tematiche universali come l’amicizia, l’identità e la ribellione, con un tono epico ma molto emotivo.

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A raccogliere la sfida è stato il regista Jon M. Chu, che negli ultimi anni ha mostrato una rara sensibilità nel tradurre il linguaggio del musical sul grande schermo – ricordiamoci dell’iconico Step Up 2 che ha plasmato un intera generazione di millennials. Ulteriore coraggio è stato dimostrato anche dalla scelta di dividere la storia in due capitoli – girati come un’unica produzione monumentale – nasce dal desiderio di non sacrificare l’arco emotivo e politico di un racconto che vive di sfumature e trasformazioni interiori.


La potenza culturale del mondo di Oz

Per comprendere l’impatto culturale di Wicked, bisogna tornare alle origini del mito. L’immaginario di Oz affonda le sue radici nei romanzi di L. Frank Baum e, soprattutto, nel celebre film del 1939 con Judy Garland: un mondo colorato, rassicurante, popolato da icone universali dell’infanzia, caratterizzata dalla sua produzione quasi “horror”.

il mago di oz

Nel corso dei decenni, Oz è stato reinterpretato più volte — dal musical afroamericano The Wiz (1978) del regista Sidney Lumet, con un iconico Michael Jackson nei panni dello Spaventapasseri, al più inquietante e meno adatto ai bambini Return to Oz (1985) del regista Walter Murch, fino al prequel sottovalutato ma in realtà meritatissimo di riconoscimento Oz the Great and Powerful (2013) del regista Sam Raimi — ma nessuna di queste opere ha davvero messo in discussione la narrativa originale o spostato il fuoco dai protagonisti “canonici”.

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In sostanza, la vera rivoluzione arriva con Wicked. La storia non nasce dai libri di Baum, ma dal romanzo di Gregory Maguire del 1995, che rilegge la Strega dell’Ovest come una figura complessa, politica, imperfetta, tutt’altro che malvagia per natura. Un personaggio relegato dall’immaginario a semplice antagonista, che Maguire e poi il musical trasformano in una creatura tragica e sorprendentemente umana; un ribaltamento prospettico che smonta le versioni ufficiali e costringe a guardare Oz da un angolo completamente diverso.


Imperfetto come la città di Smeraldo

Il film prova infatti a mantenere l’equilibrio tra spettacolo e dramma, ma fin dai primi minuti mostra qualche crepa. La narrazione corre, si interrompe, riparte, come se volesse condensare troppe cose senza riuscire davvero a respirare. Gli animali parlanti — simbolo della persecuzione e motore politico dell’universo di Wicked — tornano, ma sempre in sordina come nella prima parte. La loro presenza, pur fondamentale, appare relegata a una e sola unica sequenza utile per il personaggio di Elphaba. Scelta che impoverisce l’impatto tematico del film e attenua il conflitto sociale che aveva reso potente il primo capitolo.

Lo stesso destino tocca ai personaggi secondari, drasticamente ridimensionati: figure come Boq (Ethan Slater) , Nessa (Marissa Bode) e persino l’iconico Fiyero (Jonathan Bailey), che nella prima parte dell’opera avevano trovato spazio e identità, soprattutto importanti nella trama principale del Mago di Oz, qui vengono compressi ai margini del racconto. Non scompaiono, ma perdono peso, ridotti quasi a funzioni narrative. È come se il film, nel correre verso il suo epilogo, dimenticasse le tappe che aveva costruito con cura.

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In questo contesto, il dualismo tra Elphaba e Glinda diventa il cuore pulsante della storia, ma non sempre in equilibrio. Cynthia Erivo offre un’interpretazione solida, ma il film la trattiene, la incasella, quasi la smorza. La vera protagonista è Ariana Grande, che al contrario della collega, sorprende alla grande: la sua Glinda cresce, evolve, si incrina. Diventa un personaggio più profondo, più sfaccettato, talvolta persino più incisivo di Elphaba.

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Un ribaltamento inatteso che non dipende dalle attrici, ma dalla sceneggiatura, che sembra investire molto di più sulla “bionda buona” che sulla “strega verde”. Ed è proprio qui che si gioca la sfida di Wicked – Parte Due: un film più grande delle sue idee, coraggioso ma diseguale, visivamente spettacolare ma narrativamente irregolare. Un’opera che chiude un percorso fondamentale della cultura pop, ma che non sempre trova l’armonia necessaria per essere davvero memorabile.


Lo spettacolo visivo e audio c’è, ma non persiste

Come ben sappiamo, per un musical, le scelte musicali, le coreografie e la scenografia sono tutto.
Purtroppo per Wicked parte due, uno dei problemi più grandi risiede in queste tre aree: le canzoni non hanno l’impatto emotivo né la memorabilità di quelle della prima parte. Si è sentita la mancanza di un Defying Gravity o di un Popular – non c’è un momento musicale in grado di attraversare lo schermo, di “uscire” dal film per imprimersi nell’immaginario. In altre parole: manca il brano che vuoi riascoltare subito.

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Scenografie sontuose, fotografia elegante, costumi splendidi: la confezione è impeccabile, ciononostante non riesce a sopperire alle mancanze del ritmo e della scrittura.
Il film è uno spettacolo meraviglioso che però, a tratti, sembra vuoto: tutto è enorme, luminoso, magico ma non sempre necessario.

il regno di Oz ha ottenuto la sua rispettabilità?

Come riporta il sito Box office Mojo, Wicked parte due è fermo al momento a $440,106,660, questo rappresenta un grande bene per tutte le sale. Produzioni di questo tipo sono la speranza del cinema odierno nell’osare con nuovi immaginari e storie tutte da scoprire.

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Wicked 2 non è solo un fenomeno di incassi, ma uno specchio del cinema contemporaneo e dei suoi spettatori: da un lato dimostra che il pubblico può ancora lasciarsi conquistare da storie coraggiose e spettacoli ambiziosi. Eppure, al di là dei numeri e delle aspettative, c’è un invito sottile ma potente per tutti: anche chi non è un amante dei musical potrebbe scoprirsi catturato da questo universo di colori, musiche e emozioni. Dare una possibilità a Wicked 2 significa lasciarsi sorprendere, farsi trasportare in un mondo dove la magia non è solo sullo schermo, ma dentro chi sceglie di credere ancora al potere del cinema.


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Wicked - Parte 2
In conclusione
Wicked – Parte Due è un film necessario per completare il grande affresco iniziato nel primo capitolo. È emozionante in diversi momenti, visivamente straordinario, interpretato con sincerità e talento. Ma è anche un film irregolare, sbilanciato, che sacrifica personaggi e temi significativi per correre verso un finale che arriva meno potente di quanto avrebbe potuto.
Pregi
Regia e visione ambiziosa
Interpretazioni solide
Magia visiva e atmosfera
Difetti
Gestione dei personaggi secondari
Ritmo narrativo disomogeneo
Musicalità poco memorabile
7
Voto