Sono passati quattro anni da quando Paul Thomas Anderson ha rilasciato il suo penultimo progetto, Licorice Pizza, e il pubblico, in trepidante attesa, ha aspettato il nuovo film di quello che si può considerare il miglior regista attualmente in attività. Finalmente, Una Battaglia Dopo l’Altra è arrivato nei cinema di tutto il mondo, e non poteva scegliere momento migliore.
A quasi trent’anni dall’uscita di Hard Eight, il suo esordio alla macchina da presa, PTA è uno dei pochissimi a mantenere il pieno controllo sulle sue opere, senza mai essere costretto a cedere alle logiche di mercato Hollywoodiane. È proprio con il suo primo lungometraggio che segna l’ultima concessione che fa ai grandi studi losangelini, cambiando il nome del film da Sidney ad Hard Eight per scelte produttive.

Da allora si è sempre distinto dai suoi colleghi per la sua innata autorialità, originale e moderna, e la scrittura dei propri film che rasenta sempre la perfezione. Nella New Hollywood degli anni ’70 possiamo ritrovare molte delle sue ispirazioni ma una campeggia sopra le altre: Robert Altman, colui che può essere considerato il padre putativo di PTA.
È anche il ritorno della collaborazione che ha già dato alla luce un altro grandissimo film del regista, Vizio di Forma: quella con lo scrittore Thomas Pynchon, dai cui romanzi sono tratti sia il film con Joaquin Phoenix, sia Una Battaglia Dopo l’Altra. Se alla prima esperienza PTA aveva seguito in maniera piuttosto fedele la storia del detective sballato, in questo caso ha preso il romanzo Vineland e lo ha smembrato per poi ricomporlo secondo la propria sensibilità, come solo un vero artista sa fare.
Una rivoluzione dopo l’altra
Una Battaglia Dopo l’Altra si apre in un tempo non ben definito (probabilmente siamo all’incirca nel 2010) seguendo i French 75, un gruppo di attivisti rivoluzionari attivi contro la carcerazione incontrollata dei migranti da parte del governo degli Stati Uniti d’America. Parte del gruppo sono Pat Calhoun, interpretato da Leonardo Di Caprio, e Perfidia Beverly Hills, interpretata da Teyana Taylor, lui esperto artificiere e lei guerriera da prima linea della rivoluzione.
Nella prima mezz’ora di film PTA dipinge un immaginario che ci riporta alla mente Bonnie e Clyde, con la storia d’amore tra Perfidia e Pat che insieme alla disobbedienza rivoluzionaria del gruppo, fa da focus centrale nel primo atto. A questo punto facciamo la conoscenza di un altro grandissimo personaggio, il Capitano Steven J. Lockjaw (Sean Penn) ufficiale dell’esercito particolarmente razzista – e antagonista del film – a cui è stato affidato l’infausto compito di rinchiudere ed espatriare i migranti illegali.

Spinto da una profonda ipocrisia, il razzista Capitano Lockjaw ha un debole per le donne di colore, e lo dimostra durante tutta la prima parte di film pedinando Perfidia e masturbandosi ad ogni occasione valida. Le propone così uno scambio, lui non le metterà mai più i bastoni tra le ruote, ma lei deve concedersi al Capitano almeno una volta, con tutta la foga possibile.
Tutto nella vita di Pat e Perfidia cambia quando la donna rimane incinta e presto i due si accorgono che la vita rivoluzionaria non può coincidere con la responsabilità di crescere una bambina. Mentre Pat si ritira subito per dedicarsi alla figlia, Perfidia prova molta più fatica. Inoltre, la sua depressione post parto, la spingerà a tornare in campo.

Arrabbiata, delusa e infastidita sia da Pat che dalla bambina, decide comunque di andare in missione insieme al resto dei French 75 a rapinare una banca per finanziare le loro attività di ribellione. La rabbia, la depressione e il litigio con Pat non le permettono di avere una mente lucida e, a seguito a una lite con una guardia, Perfidia finisce per sparargli, ammazzandolo a sangue freddo, solo per essere arrestata poco dopo.
Come dice lo stesso Pat nel film, da lì in poi è davvero “una battaglia dopo l’altra“: Perfidia si lascia convincere dal Capitano Lockjaw a rivelare i nomi dei suoi amici rivoluzionari, finendo per smascherarli tutti. Traditi, i French 75 devono scappare e nascondersi, così Pat e la bambina si ritrovano costretti a cambiare nome, identità e città per provare a fuggire dalle grinfie del capitano che nel frattempo è diventato colonnello proprio per aver smantellato il gruppo dei sovvertitori.
A questo punto, PTA ci riserva la prima sorpresa del film, con un semplice dissolvenza a nero, si passa al volto di una giovane ragazza, interpretata da Chase Infiniti, in karate gi (vestiario tipico del karate) e una scritta a schermo che recita “16 anni dopo”. Un time skip inaspettato che sposta il focus dalla storia d’amore dei due rivoluzionari a quella della loro figlia, costretta a vivere nascosta per le scelte fatte dai genitori, braccata da una vecchia conoscenza, il Colonnello Lockjaw.

Già dalla prima mezz’ora, il regista ci mostra l’ampia gamma di temi – tutti estremamente attuali – che andrà a toccare nel corso della pellicola: rivoluzione, attivismo radicale, famiglia, satira politica , violenza, giustizia, razza, classismo e potere. Il regista californiano riesce a mescolare tutto nel calderone senza mai risultare pedante o banale, a volte utilizzando piccoli dettagli per critiche di più vasta scala.
Una favola ribelle
Uno degli aspetti più riusciti della pellicola è che Una Battaglia Dopo l’Altra presenta un aspetto favolistico che si intreccia con la sua narrazione politica e sociale, donando allo spettatore un’intorpidente incanto totale per tutta la durata storia. Le scelte registiche, fotografiche e musicali del film riportano sempre ad una dimensione favolistica infarcita di simbolismi e archetipi tipici, facilmente riconoscibili, ma inseriti in un contesto urbano moderno.
Pur presentando elementi fantastici, Una Battaglia Dopo l’Altra offre una critica alla società odierna, esplorando temi come la disillusione, la lotta per l’identità e le sfide generazionali. Questa fusione di archetipi favolistici con una narrazione sociale permette di affrontare questioni reali in modo simbolico, tipico delle fiabe che utilizzano il fantastico per commentare la realtà.

È anche grazie a questo approccio che in Una Battaglia Dopo l’Altra possiamo ritrovare almeno tre film che potrebbero vivere di vita propria: la storia d’amore alla Bonnie e Clyde tra Pat e Perfidia, il rapporto alla buddy/stoned movie con Di Caprio e Sensei, il personaggio di Benicio Del Toro, e il thriller finale.
In questo modo lo spettatore empatizza maggiormente coi personaggi, che assumono immediatamente una dimensione iconica, anche per la loro natura strettamente caricaturale. Il legame emotivo si fortifica perché il regista è in grado di spostarci da una storia all’altra rendendo protagonista ora uno, ora l’altro personaggio
Un padre, un sensei e un soldato
PTA ha sempre avuto la straordinaria capacità di scrivere alcuni tra i personaggi migliori e iconici del cinema come Daniel Plainview de Il Petroliere o Doc Sportello di Vizio di Forma o ancora il sarto Reynolds Woodcock de Il Filo Nascosto. Ogni suo personaggio ha una profondità di scrittura che lo distingue da ogni altro e, dato che il personaggio fa la storia, non è un caso che PTA sforni capolavori con facilità senza precedenti.
Una Battaglia Dopo l’Altra non è da meno: il regista costruisce un ventaglio di personaggio così ampio – a tratti quasi corale – da rendere difficile allo spettatore scegliere il proprio preferito. Di seguito analizzeremo tre dei personaggi che vi resteranno impressi sin dal primo sguardo:

L’ artificiere dei French 75 , Pat Calhoun , che si nasconde sotto il nome fittizio di Bob Ferguson, interpretato da un Leonardo Di Caprio in forma smagliante. Possiamo definirlo sin da subito il “meno agguerrito come gli altri”. È sicuramente convinto dalla rivoluzione ma risulta una persona che si butta in qualcosa di più grande di lui perché persa nel mare della vita, più che convinta di ciò che sta facendo.
Questo dettaglio del suo carattere lo possiamo notare soprattutto dal fatto che non gli interessa pù niente della rivoluzione dal momento che nasce Willa, da lì in poi il suo unico obbiettivo è essere un buon padre per la sua bambina. Nella seconda parte della pellicola assume le vesti di un genitore strafatto che farebbe di tutto per la figlia, ma fallisce continuamente, dimenticandosi costantemente le password della rivoluzione, risultando inutile e ridicolo.

Sensei Sergio St. Carlos e sensei karateka di Willa, interpretato da Benicio Del Toro , è invece un personaggio totalmente surreale che si troverà a dover aiutare Bob quando il Colonnello tornerà a cercare la ragazza. Oltre ad essere un sensei, gestisce una gran numero di famiglie messicane emigrate cercando di farle sopravvivere come può in casa sua e nel retro del suo negozio.
Il mood rilassato, una birra in mano, sempre padrone di sé, anche durante gli inseguimenti della polizia, sono spunti sicuramente di ilarità ma che nascondono un significato molto più profondo. L’anima del personaggio è racchiusa nella frase che dice a Bob quando quest’ultimo si scusa per aver portato una battaglia bopo l’altra alla sua porta, rispondendo: “Oh non essere egocentrico Bob, noi siamo braccati e perseguitati da anni, non hai fatto niente di male“.

L’ultima menzione d’onore per un personaggio va inevitabilmente al Colonnello Steven J. Lockjaw, interpretato da un magistrale Sean Penn. Misogino, razzista e suprematista bianco, il cui unico scopo è entrare nel Club Pionieri del Natale, una società super segreta che sembra gestire il mondo dietro le quinte in nome della razza bianca pura. Il personaggio del Colonnello è anch’esso archetipo, in questo caso dell’uomo d’azione americano che mette sempre il potere davanti alle persone.
Oltre all’interpretazione offerta da Sean Penn – per cui si inizia già a parlare di Oscar – non possiamo fare a meno di notare l’attrazione irrazionale e continua che PTA ha deciso di interporre tra il suo personaggio e quello di Perfidia. Non è la prima volta il regista gioca su attrazioni illogiche tra i personaggi che vanno a scavare in profondità dentro di loro, infatti Lockjaw è innamorato di Perfidia – che ai suoi occhi è il nemico – arrivando a difendere il suo spirito combattivo e rivoluzionario di fronte all’accusa di Willa che le dà dell’infame.
Immagini, ritmo, suono
Quando si parla di Paul Thomas Anderson è facile concentrarsi sulla qualità della sua scrittura — dalla sceneggiatura al soggetto, fino alla costruzione dei personaggi. Proprio per questo, a volte ci si dimentica che è anche un regista dotato di una cifra stilistica visiva unica: forse non rivoluzionaria, ma ormai iconica, capace di trasportarci immediatamente dentro le sue storie.
La regia di Una battaglia dopo l’altra non è da meno, anzi. L’alternanza tra scene di grande intensità e momenti di vita intima dei personaggi, con la macchina da presa che si avvicina attraverso primissimi piani, riesce a restituire le loro tensioni interiori e le dinamiche sociali in gioco. A questo si affianca una fotografia che gioca un ruolo cruciale nel definire l’atmosfera del film, sfruttando luci e ombre per enfatizzare i contrasti tra le diverse realtà rappresentate.

Questa alternanza è resa possibile da un montaggio che rasenta la perfezione grazie al montatore Andy Jurgensen, che è riuscito a mantenere un ritmo costantemente altalenato (il finale del film è un perfetta esemplificazione visiva dell’andamento dell’intera pellicola). Due ore e quaranta di pellicola in cui non ci si annoia mai, ma un viaggio che ti tira dentro e ti culla fino alla fine, passando da momenti di tensione, a momenti ilari, a momenti drammatici.
La scansione del ritmo e la leggerezza che lo spettatore ritrova in Una Battaglia Dopo l’Altra, è dovuta anche alla superba colonna sonora composta da Jonny Greenwood, chitarrista solista dei Radiohead, con cui PTA ha stretto un sodalizio dai tempi di The Master. Oltre alla scelta a dir poco puntuale delle canzoni, il sound design e la musica extradiegetica del film sono un accompagnamento costante con motivi uno più bello dell’altro, in particolare l’uso di un tema di pianoforte minimalista, caratterizzato da due o tre note ripetute, che appare in momenti di alta tensione.
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