Negli ultimi anni, il genere supereroistico ha vissuto una crisi profonda e, dopo l’apice raggiunto con Avengers: Endgame, il Marvel Cinematic Universe ha progressivamente perso mordente. È infatti innegabile che, tra saturazione del mercato e un abbassamento graduale della qualità sia visiva che di scrittura, i film sui supereroi – in particolare quelli dell’MCU – hanno perso appeal e pubblico.
In questo contesto, la grande rivale di casa Marvel, DC Comics, ha per anni tentato di riprodurre il successo della sua arcinemica creando il DC Extended Universe con scarsissimi risultati, nato con Man of Steel e morto tra The Flash e Black Adam, lasciando dietro di sé solo confusione.
È per questo motivo che nel 2022, James Gunn e Peter Safran sono stati nominati co-presidenti e co-CEO della nuova casa di produzione DC Studios, nata dalle ceneri della – ormai dimenticata – DC Films.

Dopo tre anni dall’annuncio, il DC Universe è finalmente qui, e James Gunn ha potuto mostrare al mondo i frutti del proprio lavoro con il primo vero film dell’universo che ha contribuito a creare negli ultimi anni insieme a Peter Safran.
Superman è quindi il primo film del neonato DCU e l’inizio di, forse, una nuova era dei supereroi sul grande schermo, ma non solo. È un gesto radicale: il primo film commerciale, in anni, ad avere il coraggio di dire qualcosa di reale, di urgente, di umano.
Ma il film di Superman, quindi, com’è?
Un inizio senza origini
Già dai primi secondi di film si può notare l’impronta autoriale di Gunn: la pellicola, infatti, non ha un inizio usuale rispetto ai classici cinecomics che ci tengono a mostrare la storia d’origine del personaggio, ma qui Superman è Superman da ormai tre anni, il mondo lo conosce ed è abituato a lui, e lui è abituato al mondo.
Ma la scelta di non mostrare l’origine del personaggio non è la sola scelta coraggiosa che ha fatto Gunn, e la prima immagine del film è infatti una scritta che riassume velocemente quello che ha fatto l’uomo d’acciaio da quando si è rivelato al mondo come supereroe. Gunn non decide solo di iniziare il film in medias res, sullo sfondo una landa desolata e innevata in cui Superman precipita privo di sensi, ma di iniziarlo con la prima sconfitta mai subita dal kryptoniano.

Per chi non lo conosce, Superman è un personaggio fumettistico creato nel lontano 1933 ed è considerato il primo supereroe in senso storico, rappresentandone il classico archetipo: indossa un costume stravagante, usa uno pseudonimo e grazie all’aiuto di abilità straordinarie fronteggia il male. Dopotutto, Nel 1938 il mondo era ad un passo dalla seconda guerra mondiale, e il clima di tensione aumentava giorno dopo giorno, con Superman che nacque proprio come risposta simbolica di due ragazzi ad un periodo instabile e spaventoso.
In un’intervista del 1981 alla BBC Arena, Jerry Siegel ha dichiarato: “Le persone avevano disperatamente bisogno di un crociato, anche solo immaginario. È un uomo pulito e perfetto, visto che avrebbe potuto dominare il mondo, ma decide invece di usare i suoi poteri per aiutare gli indifesi”.

Tuttavia, negli ultimi anni siamo stati abituati troppo spesso ad un Superman cupo, arrabbiato, stanco ed impaurito dalla costante sensazione di essere un Dio in mezzo agli uomini, e per quanto interessante e figlia del proprio tempo, la versione Snyderiana non è mai stata coerente con la controparte fumettistica del personaggio.
Che cos’è il vero punk?
È proprio qui che il film di James Gunn prende una piega completamente diversa da quella dell’amico e collega, Zack Snyder, con un Superman colorato, speranzoso e adorato dalle persone. Clark Kent è una brava persona e sa di esserlo.
I suoi genitori biologici, i kryptoniani Jor-El e Lara Vor-Lan (rispettivamente interpretati da Bradley Cooper e Angela Sarafyan), lo hanno spedito sulla terra proprio per salvarla e per diventarne il suo unico protettore, e Clark, forte del suo destino, ha affrontato i primi tre anni di attività a cuor leggero, seguendo quella che era una strada già impostata per lui.

Per raccontarci il personaggio, basti pensare che Gunn utilizza una scena incredibilmente coraggiosa da inserire in un blockbuster commerciale: dodici minuti di conversazione, in cui Clark Kent (David Corenswet) concede a Lois Lane (Rachel Brosnahan) – qui già sua compagna, anche se da poco – un’intervista a Superman. Durante il dialogo, troviamo un Clark che, senza mai scadere nel fastidioso, sembra quasi vantarsi della sua bontà e della giustizia che porta nel mondo ma, incalzato da una Lois Lane tagliente, viene messo davanti ad un’incontrovertibile verità: lui non è nato per essere perfetto e, di conseguenza, può sbagliare.
È qui che emerge una delle intuizioni più efficaci del film, con la bontà di Superman che non nasce da una conquista ma da un dogma. Clark ha sempre agito bene perché convinto che quello fosse il suo destino, un’idea tramandata dai genitori Kryptoniani come un ordine da eseguire, ma l’intervista con Lois incrina questo presupposto. Fare il bene senza dubbi, senza errori, non è umano e Lois lo costringe a vedere sé stesso non come un emissario perfetto, ma come un uomo che deve scegliere chi essere.

Solo nel secondo atto, Clark abbandona l’ideale astratto di perfezione e inizia a farsi carico del fallimento, capendo che l’eroismo non è non sbagliare mai ma rialzarsi ogni giorno anche senza sapere se ce la farai.
In questo, Gunn umanizza Superman come mai prima d’ora si era visto fare sul grande schermo, e nella lunga intervista con la dolce metà, Clark lascia trasparire la propria voglia irrefrenabile di fare del bene
Un mondo senza conseguenze
Per quanto il film sia una ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico commerciale e supereroistico, non è esente da critiche e difetti, e uno dei più grandi sono le non-conseguenze derivanti dai folli piani di Lex.
Questo non è solo un asterisco sul film in sé, ma diventa ancor più preoccupante quando ci ricordiamo che questo è il primo film appartenente ad un nuovo franchise. A rigor di logica, le conseguenze permanenti sul mondo dovrebbero essere un punto cardine per collegare film ambientati nello stesso universo, eppure alla fine non rimane praticamente nessun segno di ciò che è successo.
Arriviamo quindi a parlare del terzo atto, quello più critico a parer mio: se i primi due sono stati un crescendo costante, nel ritmo e nella crescita del personaggio, il finale subisce una battuta d’arresto notevole e tutte le situazioni vengono chiuse velocemente e in modo approssimativo. L’impressione, da spettatore, è quella di un film autoriale, che nei primi due atti si prende i suoi tempi, sovverte i canoni del cinecomic e poi, nell’ultimo atto, si ricorda di essere il capostipite di un nuovo franchise di cui molti film sono già programmati e che ha dei canoni da rispettare.

Le tematiche sociali restano, ma se inizialmente Gunn si prende la briga di criticare apertamente e aspramente i paesi invasori meglio di quanto abbiano fatto la maggior parte dei film d’autore degli ultimi anni, nell’atto finale la pellicola torna ad essere un film di supereroi più vicino a quelli “marveliani”.. e neanche dei migliori.
Certo, le scene d’azione sono ben gestite ma mai entusiasmanti, fatta eccezione per lo scontro con il Kaiju – che si può intravedere nel trailer – al centro della città, in cui però Superman non combatte veramente ma passa lo scontro a salvare chi è a rischio danni collaterali.
Anche qui possiamo trovare uno scontro ideologico con la Marvel: se nei film della produzione Disneyana ha cercato di rendere più umani i proprio protagonisti facendogli commettere errori e di conseguenza uccidere migliaia e migliaia di persone indirettamente, qui Superman si preoccupa dei civili, dei bambini e addirittura dello scoiattolo che sta venendo schiacciato.
Dopotutto, non serve abbattere un mostro di sessanta metri per essere eroi, basta essere delle buone persone.
Amici, colleghi, riflessi
Nel corso della pellicola ci vengono introdotti anche altri personaggi che, grazie all’abilità di James Gunn nel dirigere film corali, risultano tutti ben caratterizzati.
Sto parlando della “Justice Gang”, il trio di supereroi formato da Lanterna Verde (Nathan Fillon), Mister Terrific (Edi Gathegi) e Hawkgirl (Isabela Merced).
Ho però trovato, purtroppo, il personaggio di Hawkgirl particolarmente marginale, per quando Merced sia stata una brava attrice. Al contrario, Lanterna Verde è il comic relief principale del film e funziona benissimo, con un Nathan Fillon nei panni di Guy Gardner che risulta sempre in linea con il personaggio, e la sua comicità non stanca durante il film.
In questa versione, Lois è una donna del giorno d’oggi, emancipata, una persona completamente dedita alla carriera che non riesce a concedersi una relazione vera. Qui non è più la donzella che va tratta in salvo, non è più l’unica ancora di salvezza per un uomo perso e distrutto ma, in questa rilettura moderna dei ruoli relazionali portata sul grande schermo da Gunn, è la donna la personalità forte nella coppia.
Lois non ha bisogno di essere salvata e Clark non ha bisogno di salvarla. Sono semplicemente due persone, che stanno bene insieme e che si appoggiano l’un l’altro per attraversare questo mare immondo che è la vita.

Il ribaltamento dei ruoli di genere lo si può notare ancor meglio nelle scene con i coniugi Kent, per la prima volta rappresentati anche esteticamente in modo realistico, risultando in tutto e per tutto persone vere.
Non c’è più il modello di un padre giusto e corretto a cui Clark deve ispirarsi per migliorare sé stesso ma c’è un padre fragile che non ha paura di piangere davanti a moglie e figlio, un padre che ricorda a Clark che lui non deve essere Johnatan o l’erede di Jor-El, lui è sè stesso e la propria identità viene formata dalle scelte che facciamo, non da dove veniamo.
Lex Luthor, il villain, è forse la parte più inquietante del film, non tanto per la sua crudeltà o per le azioni che compie, ma perché è lo specchio di certe figure che ormai siamo abituati a veder controllare il mondo. Lex è instabile, invidioso ma è anche un genio miliardario e, soprattutto, è cattivo perché gli piace essere cattivo.
Al netto di qualche semplificazione esagerata in sceneggiatura, (alcune risoluzioni sono veloci, approssimative e poco credibili) il personaggio antagonista dell’eroe per eccellenza si dimostra esattamente il suo specchio.

In fondo, ciò che guida Lex sono sentimenti d’invidia, di protezione tossica verso la Terra, che in un modo o nell’altro sente sua, e cosa c’è di più umano di questo? Se Clark rappresenta tutte le qualità umane a cui aspiriamo, Lex è ciò che possiamo diventare se non facciamo uno sforzo quotidiano per essere sempre la versione migliori di noi stessi.
L’interpretazione di Nicholas Hoult calza a pennello, a dispetto di quello che molti avrebbero pensato; in ogni suo gesto, in ogni sua movenza, Hoult ci mostra un Lex Luthor che non ha paura delle conseguenze delle proprie azioni, perché non ha mai dovuto affrontarle grazie alla sua intelligenza e, soprattutto, alla sua ricchezza.
È un uccello? È un aereo? No, è un Superman colorato!
James Gunn è riuscito a tornare ad un Superman (e più in generale ad un film) acceso, colorato ma mai “plasticoso”.
Negli ultimi anni, la tendenza della narrazione cinematografica si è sempre più concentrata a raccontare un modo spento, cupo e privo di speranza, in concordanza al nostro periodo storico, ma Gunn riesce a rompere questa tendenza proponendo un film pieno di luci riflesse e palette saturate, senza mai scadere nella banalità visiva.

Il direttore della fotografia è Henry Braha, collaboratore abituale del regista, che ha utilizzato strumenti come StabilEye Nano e RED V‑Raptor per conferire al film un look vivido ma realistico. La tavolozza visiva richiama la Silver Age del fumetto: toni saturi, colori primari e inquadrature wide-angle che evocano immediatamente il linguaggio della pagina a fumetti, mentre l’intento estetico è stato quello di costruire una Metropolis “familiare”, verosimile e mai cartoonesca, un ambiente concreto per un personaggio simbolico.
Il contrappeso del concretismo degli ambienti emerge quando il focus dell’azione si sposta da Metropolis alla Tasca Universale, ambiente non appartenente a nessun universo che Lex sfrutta per nascondere i propri prigionieri agli occhi del mondo. La tasca è un luogo nettamente più fumettistico e cartoonesco della Metropolis appena vista, e il film purtroppo risente di questo passaggio.

La regia di Gunn s’implementa perfettamente con la fotografia del collega, ispirandosi dichiaratamente ai cartoni animati dei Fleischer Studios degli anni ’40 e al fumetto All Star Superman (Grant Morrison & Frank Quitely).
Il tono non è “ironico per forza”, ma punta a un equilibrio tra momenti leggeri e dialoghi carichi di sincerità, soprattutto tra Superman e Lois. I vezzi ironici ed umoristici del regista di Guardiani della Galassia non esitano a farsi sentire nel film, diventando a tratti stucchevoli come talvolta succede nelle pellicole dirette da Gunn.
Una soundtrack dimenticabile
Le soundtrack sono sempre state parti integranti dei film del regista, basti pensare a Guardiani della Galassia che con il suo sound ha aiutato a riportare in auge l’ondata di nostalgia anni ’80 di qualche anno fa.
Alla colonna sonora in Superman c’è una vecchia conoscenza di Gunn, John Murphy, già suo collaboratore in The Suicide Squad e Guardiani della Galassia vol. 3. Le aspettative, quindi, erano alte, e se poi pensiamo che già dai primi trailer è stato rivelato che il tema principale sarebbe stato quello originale di John Williams (1978), le basi per una soundtrack memorabile c’erano tutte.

È quindi un peccato trovarsi a dire che la colonna sonora è uno dei più grandi difetti del film.
Il tema di Williams è utilizzato in modo pigro e reiterato per l’intera durata della pellicola senza apparenti distinzioni di sorta e, di conseguenza, risulta più una scorciatoia emotiva che una vera e propria scelta stilistica. In Man of Steel, Hans Zimmer aveva creato un tema nuovo, epico ma malinconico, in linea con la visione autoriale, qui invece Gunn si appoggia al passato senza elaborarlo.
La qualità peggiore della soundtrack di Superman è proprio il fatto che non lascia traccia nella mente dello spettatore: tolti un paio di momenti in stile intro Guardiani della Galassia vol. 2, nessuna canzone è memorabile, e chi esce dal cinema non ha nulla da canticchiare, nessun tema nuovo da associare a questo Superman. Per un film d’apertura di un franchise, è una grave occasione mancata.
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