Recensione ROUTINE | Un eco sfuggente di un incubo lunare

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Data di uscita
Dicembre 4, 2025
Disponibile per:
PC, Xbox One, Xbox Series X|S
Sviluppato da:
Lunar Software
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L’attesa nel mondo dei videogiochi è uno stato mentale strano e multiforme, capace di trasformare una semplice curiosità iniziale in un desiderio quasi doloroso, oppure, al contrario, di far sprofondare l’oggetto del desiderio nell’oblio più totale, lasciandolo svanire come un pensiero passeggero. Quando Lunar Software mostrò per la prima volta il trailer di ROUTINE nel lontano 2012, il panorama videoludico era un territorio diverso da quello odierno, un’epoca in cui titoli come Amnesia stavano appena iniziando a riscrivere il concetto di horror ludico, e l’idea di un gioco in prima persona ambientato nello spazio, con un’estetica così marcata, sembrava una promessa rivoluzionaria.

Da quel momento sono passati ben tredici anni, un periodo durante il quale abbiamo visto nascere e morire diverse generazioni di console e siamo stati testimoni di nuovi capolavori del genere come Alien: Isolation e i diversi Resident Evil, che hanno alzato l’asticella tecnica e narrativa ad alti livelli, rendendo il pubblico sempre più difficile da sorprendere. ROUTINE è stato presente ma assente allo stesso tempo, come una sorta di gatto di Schrödinger, un sogno che ormai stava per svanire all’interno della memoria collettiva.

Nel 2025, tuttavia, questo piccolo progetto di Lunar Software ha visto la luce, consegnandoci un prodotto non dimenticato dagli appassionati. Un’esperienza horror lineare, curata davvero nei minimi dettagli e focalizzata su una visione artistica che non si adatta a compromessi moderni per non lasciare indietro la sua anima originale, quella di un gioco concepito in un’era diversa con nuove tecnologie.

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In questa recensione analizzeremo il prodotto nella sua interezza, valutando se ciò che venne proposto nel 2012 abbia ancora oggi la forza di imporsi nel mercato videoludico contemporaneo o se, invece, risulti superato dall’evoluzione del medium.


TRAMA

La premessa narrativa di ROUTINE ci proietta in un passato distopico, specificamente nell’anno 1978, in cui la corsa allo spazio ha preso una piega inaspettata e l’Unione Sovietica sembra aver avuto la meglio sugli Stati Uniti, influenzando l’estetica, l’architettura e la tecnologia dell’epoca. Il giocatore della storia si risveglia nei panni di un protagonista ignoto, un ingegnere spaziale inviato sulla base lunare Union Plaza, una struttura che doveva essere il top di gamma del progresso umano, ma che ora ci accoglie in un silenzio tombale e opprimente, interrotto solo dal ronzio di macchinari obsoleti e dall’eco dei propri passi.

Emerge presto che la base è stata colpita da un “terremoto lunare” e che, in seguito a questo evento, una strana malattia ha iniziato a diffondersi tra gli abitanti della stazione, costringendo l’amministrazione a tentare un insabbiamento fallimentare, mentre le macchine che garantivano la sicurezza iniziavano a comportarsi in maniera ambigua probabilmente a causa di un bug.

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La narrazione non viene servita attraverso cutscene cinematografiche o dialoghi esaustivi che vanno ad interrompere il flusso dell’azione, ma deve è attivamente ricercata e ricomposta dallo spettatore – esplorando le varie sezioni della base lunare – setacciando scrivanie e computer alla ricerca di e-mail – oppure trovare appunti utili o ascoltare registrazioni audio lasciati da un equipaggio ormai scomparso, che dipingono il quadro di un disastro già annunciato.

La storia, pur nella sua semplicità riesce a costruire un’atmosfera di mistero molto coinvolgente, spingendo chi gioca a chiedersi cosa sia realmente accaduto in quella struttura ormai marcescente. Tuttavia, è doveroso segnalare una certa frattura nel ritmo narrativo, poiché dopo circa metà gioco, il titolo abbandona le premesse thriller sci-fi per spostarsi verso l’analog horror soprannaturale, introducendo elementi come, ad esempio, una vegetazione che infesta i corpi, oppure, mostri invisibili legati a un’area misteriosa chiamata “The Canal”.

Questo cambio di tono, sebbene affascinante, porta a una conclusione sbrigativa e per certi versi insoddisfacente, un finale che lascia troppe domande senza risposta e che tronca il discorso piuttosto che effettivamente chiuderlo in bellezza.


GAMEPLAY

Il cuore pulsante di ROUTINE risiede in un gameplay che padroneggia la fisicità e l’assenza di aiuti da parte dei suoi pilastri portanti, rifiutando quasi ogni convenzione, per permettere al giocatore di immergersi in una simulazione di sopravvivenza pura e priva di interfacce invasive. Non sono presenti indicatori a schermo per delineare il prossimo obiettivo, mappe dettagliate con segnali o barre della salute: l’interfaccia utente è completamente integrata nel mondo di gioco, costringendo lo spettatore a interagire fisicamente con l’ambiente circostante per ottenere qualsiasi tipo di informazione vitale.

L’unico vero compagno in questa discesa nella follia spaziale è il C.A.T (Cosmonaut Assistance Tool), uno strumento multifunzione che ricorda vagamente una vecchia videocamera anni ’80, dotato di un piccolo schermo CRT (il vecchio tubo catodico) a bassa frequenza di aggiornamento e di una serie di pulsanti fisici che verranno gestiti manualmente, quindi senza avere uno shortcut come può essere il tasto “R” per la ricarica di un’arma.

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La gestione dell’apparecchiatura è volutamente complessa e macchinosa: ogni azione richiede comandi specifici, tempi di attesa e precisione, spesso ostacolati da interferenze.
Elementi come la smagnetizzazione dello schermo o l’uso manuale della torcia UV aumentano la tensione. Quest’ultima, infatti, disabilita l’attacco: il giocatore è così costretto a scegliere tra vedere e difendersi.

La gestione delle risorse, in particolare delle batterie che alimentano il C.A.T, è abbastanza punitiva, poiché risultano scarse (hanno a disposizione solo tre cariche) e non possono essere accumulate nell’ inventario, costringendo a sostituire l’arma scarica con quella nuova, trovata sul momento.
Tuttavia, per sopperire a questa situazione, Lunar Software ha bilanciato questa meccanica, poiché nei pressi dei puzzle che richiedono tanta energia, si trovano quasi sempre dei contenitori di batterie infinite, evitando così che il giocatore resti bloccato senza via d’uscita per mancanza di risorse.

La minaccia principale è costituita dai robot di sicurezza, scheletri cybernetici inquietanti che si muovono con scatti improvvisi e che spesso restano immobili come statue finché non si attivano, creando paranoia costante su cosa sia pronto ad ucciderci oppure no.
Il sistema stealth è semplice e si basa su un ciclo costante di “nasconditi, ascolta, sbircia”, un approccio minimal che se da un lato aumenta il realismo, dall’altro rischia di diventare ripetitivo e prevedibile alla lunga.

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La scelta di non includere alcuna mappa della stazione lunare trasforma l’esplorazione in un continuo orientarsi e non perdere la bussola, un’arma a doppio taglio che può esaltare l’immersione per alcuni, ma che risulterà frustrante per chi non possiede un senso della direzione perfetto, costringendo alcuni giocatori a segnarsi i punti esplorati con carta e penna.

I puzzle ambientali sono ben integrati e logici, spaziando da soluzioni brillanti come dover guardare il proprio petto per leggere il codice identificativo sulla tuta (dato che il nostro badge è caduto ad inizio avventura), fino a momenti di umorismo come un terminale rotto che si ripara semplicemente utilizzando la tecnica “spegni e riaccendi” come dei veri ingegneri. Da citare, inoltre, la semplificazione dei codici e delle combinazioni a ogni che ad ogni nuova partita impedisce di barare, cercando soluzioni in giro per il web, aumentando anche la rigiocabilità, dove ogni “run” mantenga il livello di sfida intatto.

Infine, la mancanza di una funzione di salvataggio libero (si salva solo manualmente presso appositi terminali che richiedono tempo per la connessione) e l’impossibilità di mettere il gioco in pausa, quindi l’azione continua, contribuiscono a creare un’esperienza che non perdona distrazioni.


COMPARTO ARTISTICO E TECNICO

Se c’è un aspetto in cui ROUTINE eccelle è sicuramente la sua direzione artistica; una vera e propria lettera d’amore all’estetica fantascientifica di fine anni ’70 e inizio anni ’80. Qui l’utilizzo dell’Unreal Engine 5 serve a dare corpo a una visione analogica e sporca del futuro, dove ogni superficie è segnata dallo scorrere del tempo – ogni schermo è un monitor a tubo catodico e ogni pulsante ha una sua consistenza fisica.

L’illuminazione gioca un ruolo fondamentale nel definire l’atmosfera, dove la luce fredda dei neon si scontra con il buio spettrale dei tunnel di manutenzione, mentre la polvere lunare viene mostrata grazie ai fasci di luce creando un senso di profondità che rende l’ambiente quasi soffocante, evitando l’uso di aiuti visivi per indicare il percorso. Troviamo aree che spaziano da uffici claustrofobici o a sale abbandonate. Da citare assolutamente la presenza di una sorta di sala giochi dove si può effettivamente giocare a un cabinato di nome “Gunshow”, un tocco positivo in un mondo di gioco intriso di terrore.

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Il comparto sonoro è realizzato in maniera magistrale, capace di trasmettere terrore anche nel buio più assoluto grazie a un sound design analogico. L’audio è integrato in modo organico nella narrazione: ogni scricchiolio della struttura spaziale, ogni ronzio elettrico e, soprattutto, il tonfo pesante e ritmico dei passi dei robot, permettono al giocatore di localizzare le minacce e percepire lo spazio circostante con una precisione chirurgia.

Le voci, quando presenti (spesso tramite registrazioni), sono filtrate attraverso effetti di distorsione che richiamano le vecchie sintesi vocali degli anni ’80, aggiungendo un ulteriore strato di alienazione, disagio e fascino retro-futuristico.

Per quanto riguarda il comparto tecnico, il gioco vanta prestazioni tecniche fluide e solide, evitando quei problemi di frame rate o stuttering che spesso affliggono le produzioni basate sull’ultima versione del motore di gioco. Inoltre, non abbiamo da segnalare alcun bug o artefatto tecnico in grado di rovinare l’esperienza di gioco. Ciò costituisce un risultato lodevole per un team che ha lavorato al progetto per così tanti anni.


Ringraziamo Lunar Software per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
Seguiteci sul nostro sito per altre recensioni e articoli in arrivo nei prossimi giorni.

ROUTINE
ROUTINE (PC)
In conclusione
ROUTINE è un horror atmosferico, affascinante ma imperfetto: punitivo, divisivo e volutamente anacronistico, che rinuncia ai jumpscare per puntare su solitudine, tensione e un’estetica potente, capace di imporre una visione unica nonostante i suoi limiti.
Pregi
Direzione artistica di spicco
Grande sound design
Immersione totale nell'esperienza
Rigiocabilità grazie alla gestione dei puzzle
Ottima stabilità tecnica
Difetti
Stealth che può risultare ripetitivo
La narrazione e il finale
Gestione delle risorse forzata
8
Voto