
Quando nel 2023 il piccolo team svedese Wishfully fece il suo ingresso nel panorama videoludico con il primo Planet of Lana, in molti rimasero colpiti dalla capacità di uno studio alle prime armi di confezionare un’avventura tanto delicata quanto memorabile.
Un puzzle-platformer bidimensionale dal respiro estremamente cinematografico, capace di raccontare una storia senza far proferire ad i suoi personaggi una singola parola comprensibile e di lasciare un segno profondo grazie ad una direzione artistica di assoluto livello.
A distanza di quasi tre anni, Wishfully torna con un seguito diretto che non si limita a riproporre la medesima formula, ma che ambisce a crescere in ogni aspetto, pur nel modo più naturale e familiare possibile.
Planet of Lana II, in questo senso, è il frutto evidente di uno studio che ha saputo ascoltare, metabolizzare e maturare le critiche del pubblico e della stampa specializzata.
Senza perdere altro tempo nell’introduzione, ecco la nostra recensione!
INCIPIT E NARRAZIONE
L’avventura inizia un paio d’anni dopo gli eventi che chiudevano il primo capitolo. Il pianeta di Lana e Mui ha ritrovato un fragile equilibrio: le macchine che un tempo rappresentavano una minaccia implacabile sono state in parte integrate nella quotidianità del villaggio, e la comunità sembra aver trovato finalmente il modo di convivere con la tecnologia che aveva rischiato di annientarla. Lana è visibilmente cresciuta, più sicura di sé, e il suo legame con il piccolo Mui si è consolidato in qualcosa che va oltre la semplice compagnia.
I primi istanti fungono da prologo introduttivo e ci vedono accompagnare una bambina attraverso i relitti di un’astronave ormai fagocitata dalla vegetazione. Tutto cambia quando la piccola entra in contatto con qualcosa che la fa ammalare gravemente, e Lana si ritrova costretta a intraprendere un viaggio alla ricerca degli ingredienti necessari per una cura, guidata da un anziano della comunità attraverso territori inesplorati e pericolosi.

Come da tradizione per lo studio, la narrazione si sviluppa interamente attraverso una lingua inventata, priva di sottotitoli traducibili, affidandosi alla recitazione vocale, alle animazioni dei personaggi e alla potenza evocativa delle immagini per veicolare emozioni e significati. È una scelta autoriale che Wishfully aveva già sperimentato nel predecessore, ma che qui raggiunge un livello di efficacia semplicemente stupefacente. Le interpretazioni vocali trasudano espressività, e ogni gesto, ogni sguardo di Lana e Mui comunica con una chiarezza che rende superflua qualsiasi esposizione letteraria.
Rispetto al suo predecessore, Children of the Leaf sceglie di affrontare tematiche più complesse e mature: l’avidità del progresso, le conseguenze delle proprie azioni, la responsabilità verso un ecosistema che l’uomo tende inesorabilmente a piegare ai propri interessi. Ci sono momenti, specie nella seconda metà dell’avventura, che colpiscono con una forza emotiva non indifferente, e un paio di sequenze in particolare lasciano davvero il segno.

Va detto, tuttavia, che l’approccio narrativo basato sull’assenza di un linguaggio decifrabile potrebbe rendere più difficile la comprensione completa dell’intreccio narrativo. Non tutti i passaggi risultano immediatamente leggibili, e al termine dell’avventura ci siamo ritrovati con alcuni interrogativi ancora aperti riguardo alle origini di Mui e del pianeta. Si tratta di un’ambiguità che per certi versi arricchisce l’esperienza, invitando alla riflessione e all’interpretazione personale, ma che in altri frangenti rischia di frustrare chi cerca risposte. Si tratta di un equilibrio delicato, e Wishfully lo percorre con sicurezza nella maggior parte dei casi, pur non riuscendo sempre ad evitare qualche zona d’ombra.
GAMEPLAY
Dal punto di vista ludico, Planet of Lana II rappresenta un’evoluzione coerente e naturale della formula che ha caratterizzato il predecessore. Il nucleo dell’esperienza rimane ancorato alla risoluzione di rompicapi ambientali e all’attraversamento di scenari ostili, ma le differenze meccaniche introdotte dal sequel sono sufficienti a rendere il tutto considerevolmente più dinamico e appagante.
Il cambiamento più immediato riguarda la mobilità di Lana, ora notevolmente più agile e reattiva. La protagonista può arrampicarsi con maggiore disinvoltura, compiere salti a parete e muoversi con una fluidità che il primo capitolo semplicemente faticava a raggiungere. Questo ampliamento del moveset non si limita a rendere più piacevole la navigazione degli ambienti, ma si ripercuote direttamente sulla struttura degli enigmi, che sfruttano appieno le nuove capacità della ragazza per proporre sfide più articolate e a volte persino cervellotiche.

Anche Mui ha beneficiato di un’evoluzione significativa in termini di gameplay: il piccolo compagno è ora in grado di ipnotizzare alcune creature presenti nell’ambiente, trasformandole in strumenti utili per la risoluzione dei rompicapi. Una di queste, ad esempio, lascia dietro di sé una scia di seta infiammabile, utilizzabile per eliminare ostacoli lungo il cammino. Un’altra emette una nube di inchiostro sott’acqua, fondamentale per mascherare Lana durante le numerose sezioni acquatiche, una delle novità più rilevanti introdotte dal sequel. Il nuoto aggiunge una dimensione inedita all’esplorazione, portando il giocatore attraverso fondali marini, grotte sommerse e villaggi allagati che ampliano considerevolmente la varietà degli scenari.
I rompicapi sono costruiti con una cura artigianale che merita un riconoscimento sincero. Nessuno di essi ricorre a logiche astruse o a soluzioni arbitrarie: ogni enigma si basa sull’osservazione dell’ambiente circostante, sulla cooperazione fra Lana e Mui e su un tempismo che, nelle sequenze più concitate, richiede una certa prontezza di riflessi.
In termini di difficoltà, lo studio ha trovato un bilanciamento più che soddisfacente. Gli enigmi non risultano mai banali, ma neppure eccessivamente punitivi: la progressione è calibrata in modo tale da far sentire il giocatore costantemente stimolato senza mai spingerlo fuori pista. I checkpoint, nella quasi totalità dei casi, sono posizionati con cognizione di causa, e la morte (frequente, specie nelle sezioni stealth e nelle fughe dalle macchine) non comporta mai un arretramento tale da generare frustrazione.

Chi si aspettava uno stravolgimento delle fondamenta potrebbe percepire una certa familiarità, e in alcune sporadiche circostanze le soluzioni ai rompicapi si raggiungono più per tentativi che per deduzione ragionata.
L’avventura si distende lungo un arco di 7-8 ore a seconda dell’approccio del giocatore: una durata che si addice perfettamente al ritmo della narrazione, senza inutili dilatazioni né compressioni forzate.
COMPARTO ARTISTICO E TECNICO
Se c’è un aspetto in cui Planet of Lana II raggiunge vette di assoluta eccellenza, è senza alcun dubbio quello la presentazione audiovisiva. La direzione artistica di Wishfully, già straordinaria nel primo capitolo, compie qui un ulteriore salto qualitativo che posiziona il gioco fra le produzioni visivamente più impressionanti degli ultimi anni.
Dalle vette innevate che aprono il viaggio alle profondità oceaniche, passando per foreste lussureggianti e fatiscenti rovine tecnologiche, ogni bioma possiede una propria identità cromatica e atmosferica perfettamente distinta e funzionale. La profondità degli sfondi, nonostante la struttura 2.5D, conferisce agli ambienti un senso di vastità che trascende i limiti tradizionali, un po’ come succedeva in Ori and The Blind Forest.
Ci sono momenti in cui il gioco si concede delle pause contemplative, allargando l’inquadratura per mostrare la magnificenza del paesaggio, e in quei frangenti è davvero difficile resistere alla tentazione di fermarsi semplicemente ed ammirare il lavoro svolto da Wishfully.

Le animazioni dei personaggi meritano un’ulteriore menzione. Lana si muove con una naturalezza per nulla scontata, e le interazioni con Mui durante le sequenze narrative sono animate con una delicatezza che rende il legame fra i due palpabile senza bisogno di parole. Lo stesso vale per le creature e gli abitanti del pianeta, ognuno dotato di un linguaggio corporeo che arricchisce il tessuto narrativo dell’intera esperienza.
Il comparto sonoro è, con ogni probabilità, il singolo elemento che più di ogni altro eleva Children of the Leaf sin dai primissimi minuti di gioco. La colonna sonora orchestrale firmata dal maestro Takeshi Furukawa è un lavoro di rara potenza emotiva, capace di accompagnare tanto i momenti di quiete contemplativa quanto le sequenze più concitate e drammatiche. A differenza di tante produzioni in cui la soundtrack si limita, giustamente, a svolgere un compito di contorno, qui è invece protagonista attiva della narrazione, e ogni brano si imprime nella memoria con una forza che raramente abbiamo riscontrato in titoli così ”piccoli”.
Sul versante strettamente tecnico, la situazione è complessivamente positiva ma non del tutto priva di sbavature. Il gioco, costruito ancora una volta su motore Unity, gira nella stragrande maggioranza dei casi con fluidità e stabilità apprezzabili. Un po’ meno convincenti sono le performance su console handheld come steam deck, in cui spesso e volentieri gli stuttering ci hanno impedito di godere al meglio dell’esperienza.
Ringraziamo Thunderful per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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