Recensione Norimberga | Il nazista, lo psichiatra e tutto quello che ne consegue

Data di uscita
18 Dicembre 2025
Diretto da:
James Vanderbilt
Con:
Russell Crowe, Rami Malek, Leo Woodall e Michael Shannon
TRAILER

Se si parla di film storici, si può dire che il periodo della Seconda Guerra Mondiale non è solo stato usato, ma abusato dalle produzioni cinematografiche. Sarà perché, nonostante si dipani in meno di un decennio, è un periodo che può offrire tarme accativanti e ricche di riflessioni?

Dopotutto, la ferita lasciata dal secondo conflitto mondiale pulsa ancora e ci esorta a una profonda introspezione, in quanto esseri umani, perché, per quanto gli anni passino, non siamo mai capaci di distaccarci dal nostro lato animale.

Tuttavia, raccontare qualcosa di unico e pungente in questo periodo storico ormai è sempre più difficile, si rischia di cadere nel banale, nel trattare storie e temi già ripetuti fin troppe volte, depotenziando il messaggio. 

Norimberga, di James Vanderbilt, si trova proprio in questo limbo: un messaggio forte, ma anche già trattato in precedenza, come il processo da cui prende il nome (tra i titoli passati, Judgment at Nuremberg, 1961; Il processo di Norimberga, 2000).

La pellicola, dunque, riesce a distinguersi tra tutte le altre o è, alla fine, uno dei tanti film a tema, che rischia di perdersi tra la massa?


TRAMA E NARRAZIONE

Norimberga, scritto dallo stesso James Vanderbilt, non tratta l’intera storia del processo omonimo, anzi non vuole essere solo un documentario processuale, vuole scavare all’interno dell’animo umano, mostrando le luci e le sue ombre più oscure.
Infatti la sceneggiatura è tratta dal romanzo di Jack El-Hai, Norimberga. Il nazista e lo psichiatra, in cui viene raccontato il lavoro operato dallo psichiatra militare, il capitano Douglas M. Kelley, durante le sue sedute con gli alti gerarchi nazisti, con particolare riferimento al suo rapporto con Hermann Goring, il Reichsmarshall, la più alta autorità del regime rimasta in vita a conclusione del conflitto.

La trama si muove su due binari inizialmente diversi, ma poi costretti a congiungersi l’unco con l’altro: da un lato abbiamo il sopracitato Douglas M.Kelly, interpretato da Rami Malek, chiamato dal comando americano per monitorare la salute mentale dei gerarchi nazisti rinchiusi in un centro di detenzione speciale, sia per analizzarli, sia per evitare che commettano il suicidio e sfuggano dalle mani della giustizia.

Dall’altro, invece, c’è il giudice Robert Houghwout Jackson, interpretato da Michael Shannon, deciso a istituire un processo sovranazionale, convinto che i crimini commessi dal regime nazista non possano restare impuniti e che, anzi, debbano essere mostrati al mondo e giudicati come tali, per evitare che la storia si ripeta. 

Una scelta interessante, che vede un’aggiunta abbastanza consistente al romanzo originale, ovvero la lotta del giudice Jackson non solo per ottenere l’approvazione del processo, ma anche per uscire vittorioso e condannare tutti gli alti capi del comando nazista.
Tuttavia, nonostante i buoni intenti, è proprio questa la parte che rischia di passare in sordina, oscurata dal centro nevralgico della pellicola, ovvero il rapporto che si viene man mano a creare tra lo psichiatra Kelly ed Hermann Göring, interpretato da Russell Crowe.

Il processo in sé, infatti, inizia ad assumere importanza quando la condanna del Reichsmarschall diviene fondamentale per quella di tutti gli altri gerarchi. 
Ed è proprio in questo momento che la suspense aumenta, lo spettatore sente la tensione provata da tutti i protagonisti perché, come loro, inizia a conoscere Göring e a comprendere che l’uomo è furbo, anche troppo, e potrebbe portare alla sbarra un’ottima deposizione, capace di ritrarlo come una vittima degli eventi. 

Il lavoro diplomatico di Jackson potrebbe essere uno scorcio interessante, una buona introduzione alla storia… se la pellicola non avesse sulle sue spalle ben 148 minuti di filmato, la cui maggior parte retto dai dialoghi. Per quanto la narrazione scorra senza troppi intoppi, mostrando in termini semplici e comprensibili gli eventi, fa quasi pesare l’irrilevanza (purtroppo) del giudice ai fini del conflitto principale. 

Si percepisce che la materia più solida è quella tratta direttamente dal romanzo, quella in cui si snocciolano le tematiche più importati della pellicola e viene mostrato a tutti noi quanto “il male” si possa celare anche dietro a persone all’apparenza comuni.

Tuttavia, un dettaglio va precisato: Norimberga non è un film d’autore, o d’essaye, come dicono i più raffinati. È una buona pelliocola e capace, come molte altre produzioni storiche statunitensi, di tradurre eventi complessi e crudi in modo semplice, per raggiungere un pubblico ampio. Storici o amanti di una profonda introspezione, capaci di mostrare i lati più oscuri dell’animo umano senza veli, potrebbero risultarne delusi, desiderando quel poco di più che il film sottrae loro, per mantenere la sua leggibilità.


PERSONAGGI E CAST

La vera punta di diamante di Norimberga, però, non sono gli eventi raccontati, ma le interpretazioni dei due protagonisti principali. Forse, potrebbero essere proprio l’elemento che salva il lungometraggio, tanto che è consigliabile guardarlo pure in lingua originale, per apprezzare appieno il lavoro svolto dagli attori.

Rami Malek porta una buon ritratto di Douglas M.Kelly. Riesce a far trasparire tutto il suo entusiasmo per il suo incarico, il suo desiderio di scoprire, a sua detta, “cosa differenzia i nazisti dagli altri esseri umani”. Seguiamo incuriositi il suo viaggio, accompagnati dal sguardo trasognante e colpito dalla semplicità con cui si approccia a persone accusate dei più efferati crimini, dimostrando la sua professionalità e, in alcuni tratti, la sua umanità.

Tratti che, però, perde pian piano, soprattutto nelle battute finali dove la realtà fa capolino e colpisce duramente lo psichiatra cambiando non solo il suo atteggiamento, ma pure le sue convinzioni… e Rami Malek riesce a trasportare appieno il suo tormento interiore.
Tuttavia, la vera stella della pellicola non è lui, ma Russell Crowe, con una delle sue migliori interpretazioni degli ultimi anni, capace di farci ricordare che questo attore, al tempo, ha vinto un Oscar e due Golden Globe.

Hermann Göring viene ritratto come una persona incredibilimente carismatica, capace di scherzare, ridere e preoccuparsi con tenero affetto della sua famiglia, ma al contempo profondamente narcisitica e sicura di sé, tanto da ignorare chiunque calpesti sul suo cammino pur di raggiungere i suoi obiettivi.

Nulla possono fare gli altri personaggi, per quanto moralemente migliori, Crowe riesce ad attrarre tutti con i suoi modi affabili e con la sua determinazione ferrea, tipica di un qualsiasi leader trascinante. 
Nonostante basti leggere un libro di storia per conoscere il finale, sino all’ultimo istante la taratura del personaggio è tale che quasi crediamo che possa battere Jackson nella sua udienza finale, troppo debole e idealista per tenergli testa.

L’interpretazione di Crowe è anche uno dei motivi per cui è consigliabile recuperare la pellicola con l’audio originale: il doppiaggio italiano, purtroppo, non rende in egual modo la pronuncia tedesca dell’attore, udibile solo per pochi secondi, ma capace di far comprendere il lavoro eseguito dall’attore sulla lingua.
Degno di nota è anche Leo Woodall nei panni di Howie Triest, interprete di Kelly durante le sue sedute: per quanto sia un personaggio secondario, riesce a brillare, soprattutto verso il finale, e porta una certa gravitas sulla scena, rivelandosi tutt’altro che un semplice giovane soldato americano, finito quasi per caso come traduttore nel centro di detenzione. 

Anche la performance di Michael Shannon è degna di merito, ma, purtroppo, come già detto in precedenza, il suo personaggio è danneggiato da una sceneggiatura che non riesce a dargli lustro, che quasi lo inserisce a forza in una storia che non sembra appartenergli, se non nei momenti finali. 
Buono anche il cast di supporto, in particolar modo gli altri gerarchi presentati: anche se la loro parte è irrisoria in confronto a quella di Göring, riescono a trasmettere sia la loro “caratura” da nazisti che la loro paura, così terribilmente umana.  


REGIA E ALTRI ASPETTI TECNICI

La regia di Norimberga è funzionale alla pellicola: pulita, lineare e forse fin troppo semplice. Non ci sono guizzi innovativi, anzi, non ve ne sono proprio, tutto è ben girato, quasi da manuale, con inquadrature sempre adatte alla scena in corso. Dopotutto, stiamo parlando di una pellicola che si basa prevalentemente su sequenze dialogate, molto più complesse da rendere in modo cinematografico e spettacolare.
Tuttavia, James Vanderbilt pare essere consapevole del film che ha tra le mani e, nella sua linearità, riesce a catturare perfettamente le emozioni degli attori, enfatizzando tutte le loro performance.

La fotografia accompagna la staticità della regia, presentando pochi scorci ampi e parecchi interni; persino la veduta di Norimberga dall’alto è soffocata dal finestrino di un aereo, rendendo impossibile cogliere l’effettiva distruzione provocata dai bombardamenti degli alleati. 
Anche gli altri reparti non presentano pecche o imperfezioni, ma nemmeno brillano, compresi i costumi che, per quanto ben curati, ormai risultano banali in mezzo a un panorama colmo di film storici ambientati negli anni ‘30-’40.


E DUNQUE?

Norimberga non riesce a competere con altri film ambientati nello stesso periodo, capaci di portare altro sul campo oltre a una storia accattivante e una buona retrospettiva sugli orrori compiuti dai nazisti(vedesi esempi come Schindler’s List o Il Pianista), ma si difende egregiamente, soprattutto per il taglio narrativo scelto. 
Gli incontri tra Kelly e Goring sono molto interessanti e accattivanti, per quanto non scavino troppo a fondo nei dilemmi morali che portano in scena, ma le interpretazioni di Malik e Crowe compensano questa carenza.

È un film che riesce a far riflettere, soprattutto ai giorni nostri, e riesce a farci comprendere che il male non si mostra mai direttamente, ma si può celare dietro chiunque, anche dietro a chi, all’apparenza, può essere un buon amico e padre di famiglia.  


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Recensione Norimberga (2025)
In conclusione
Norimberga è un film che merita di essere visto, anche solo per l’interpretazione di Russell Crowe. Per quanto possa risultare superficiale in alcuni tratti, riesce a portare la sua voce all’interno dei drammi riguardanti il nazifascismo e l’olocausto, mostrando una prospettiva diretta e interna. Forse alcune scene potevano essere tagliate o condensate, ma la durata non pesa mai troppo grazie al buon ritmo della narrazione. Forse è sconsigliato a chi preferisce pellicole storiche più incentrate sull’azione, ma per tutti gli altri può essere una piacevole scoperta.
Pregi
Taglio narrativo interessante sul tema
Trama scorrevole e accattivante
Ottime prove attoriali
Difetti
Trattazione della materia a tratti superficiale
Regia e altri aspetti tecnici buoni, ma non brillanti
7.5
Voto