Negli ultimi anni pochi generi hanno conosciuto una seconda giovinezza così brillante come quella del boomer shooter, soprattutto quando a incontrarlo è un immaginario capace di far vibrare insieme nostalgia e personalità. È anche grazie a opere come Cuphead che quello stile cartoonesco d’altri tempi è tornato a esercitare un fascino quasi ipnotico e Mouse: P.I. For Hire si inserisce in questa scia con l’aria di un caso complicato, sporco di cenere, jazz e uomini sbagliati nel posto sbagliato.
Qui però la nostalgia non è mai fine a sé stessa e diventa la copertina perfetta per un noir dal sapore di anni ‘30, dove investigazioni, professori fuori di testa e malaffare cittadino si intrecciano in una Topoburg piena di segreti. Il risultato è un’opera che prende il linguaggio dei cartoni classici e lo traveste da dossier d’agenzia investigativa, con un gusto tutto suo per il dettaglio, la contaminazione e il colpo di scena piazzato con il tempismo di un pugno nello stomaco.
La corruzione di Topoburg
Jack Pepper è un veterano di guerra diventato investigatore privato e il suo caso parte, in apparenza, da una sparizione minore, ma finisce per svelare una trama molto più ampia che avvolge l’intera città di Topoburg, tra rapimenti, corruzione e omicidi. La narrazione procede come una vera indagine da poliziesco anni ’30: si raccolgono indizi, si torna in ufficio, si aggiorna la lavagna delle prove e si ricompongono i pezzi del mosaico fino a sbloccare nuove destinazioni e nuovi sviluppi.

Abbiamo apprezzato molto questo impianto, soprattutto quando il mistero di fondo si faceva man mano più grande delle singole missioni e i casi son finiti per intersecarsi tra loro, dando alla sceneggiatura una coerenza da vero caso giallo (da vero cacio giallo, per rimanere in tema).
Lo spessore dei personaggi
Uno dei meriti più evidenti del gioco è il cast, che vanta personaggi adorabili, scritti con piglio sicuro e che parlano con un lessico perfettamente calato nel contesto noir-cartoon. Un complimento particolare va anche al doppiaggio, con Troy Baker che presta la voce al nostro investigatopo di fiducia, ottenendo un risultato molto più che convincente, al punto da sostenere buona parte del carisma del protagonista.

Anche la localizzazione italiana è particolarmente riuscita, in particolare grazie all’uso di termini e inflessioni che richiamano dialetti e sfumature regionali (una menzione d’onore va alla citazione del casu marzu, un formaggio tipico sardo) e che rende il mondo ancora più vivido, creando un’ottima aderenza al tono da commedia crime in salsa italo-americana.
Il gunplay
Qui va fatta una premessa doverosa: Mouse non è Doom, anche se ne richiama spesso il feeling, il movimento e parte di quel mood bellicoso. La differenza, però, è strutturale e il gunplay risulta meno brutale e meno impattante, con l’azione che viene diluita dentro una formula che mescola investigazione, esplorazione e progressione da metroidvania, pur senza spingere davvero fino in fondo nessuna di queste ultime componenti.
Le armi sono comunque variegate, con nomi e varianti che strizzano l’occhio alla parodia e la presenza della motosega e di altri richiami ai classici dello sparatutto non fanno che aggiungere sapore al piatto. In questo senso, il sistema di combattimento è parte integrante della progressione complessiva e non un elemento isolato. I livelli non sono semplici corridoi da ripulire, ma spazi in cui l’azione si alterna a piccoli momenti di osservazione e raccolta, e questo cambia il modo in cui si percepisce ogni scontro. Non c’è la stessa frenesia di un boomer shooter puro, e chi cerca un’esperienza brutale, costantemente in apnea, potrebbe restare parzialmente spiazzato.

Anche il feedback generale degli scontri contribuisce a questa impressione di calma, più che di furia. I nemici, l’assetto delle armi e la struttura degli spazi non puntano a generare caos totale, ma a far sentire il giocatore come un investigatore armato che deve cavarsela con gli strumenti giusti, al momento giusto. È una scelta che riduce l’impatto immediato rispetto ai mostri sacri del genere, ma che allo stesso tempo aiuta Mouse a costruire una sua identità precisa.
Tuttavia, nonostante la creatività, il feeling restituito dalle armi non è sempre memorabile e alcune risultano meno incisive del previsto, mancando il giusto impatto che avremmo desiderato.
Una città ricca di segreti
Il teatro degli eventi non può che essere la cittadina di Topoburg, cuore dell’avventura e che funziona da hub ricorrente per potenziare le armi, fare rifornimenti e aggiungere nuovi indizi alla lavagna delle prove. Questa struttura dà al gioco un buon ritmo investigativo, perché la progressione non è solo lineare ma anche mentale: si raccolgono indizi, li si collega e si aprono nuove piste.
C’è però un limite che pesa, dato che gran parte della progressione è più lineare di quanto ci aspettassimo; nonostante ci venga data una certa libertà nell’ordine della risoluzione dei casi, Mouse si limita infatti a far avanzare la progressione in modo alquanto ripetuto e schematico. Un’altra nota sicuramente dolente è l’assenza effettiva di ogni forma di backtracking, con sezioni che si completano una sola volta e collezionabili che possono sfuggire per sempre.

Un vero peccato, perché avremmo preferito una struttura ri-esplorabile, al fine di completare ogni segreto nascosto nella decadente cittadina e dare persino un senso a quelle abilità a là metroidvania che sblocchiamo nel corso del gioco, purtroppo limitate. Una soluzione che omaggia certamente i classici boomer shooter, dove ogni lasciata è persa, ma sacrifica quella sensazione di labirinto vivo che avrebbe potuto dare maggiore profondità al gioco.
Affari di contorno
Oltre la trama principale, sono disponibili delle missioni secondarie, le quali si incastrano bene con la quest principale senza sembrare dei meri filler e aiutano a costruire una città che respira come un vero scenario criminale. Anche qua, tuttavia, è presente il problema dell’assenza di backtracking, e qualsiasi secondaria che non viene completata nel giusto momento verrà completamente eliminata dal nostro diario, costringendo noi giocatori a iniziare nuovamente il gioco per raggiungere un certo livello di completismo.

Sono ovviamente presenti anche i collezionabili, come moduli e figurine, che aggiungono una dimensione da caccia al tesoro e si legano al minigioco del baseball, una trovata simpatica che arricchisce l’atmosfera vintage americana. Vincere in quel minigioco concede gettoni da spendere nel D-stributore di premi, che promette ricompense uniche e stimola a esplorare meglio ogni angolo. Purtroppo, avendo mancato alcune ricompense secondarie, non siamo riusciti ad arrivare alla quota necessaria per sbloccare i segreti celati al suo interno, rimanendo con un certo rammarico dopo aver completato la storia principale.
Dietro le quinte dello spettacolo
Sul piano visivo, Mouse è sicuramente un capolavoro. Il titolo prende l’animazione rubber hose e la riporta in vita con una cura maniacale, trasformando ogni frame in una vignetta animata che sembra uscita dall’immaginario pop degli anni ‘30. Elementi quali il bianco e nero e le linee marcate sono utilizzati magistralmente, insieme alle animazioni disegnate a mano e una messa in scena che richiama il fascino dei cartoon classici.
Titoli come Cuphead hanno già dimostrato quanto quel linguaggio visivo sia ancora capace di ammaliare, e Mouse rilancia lo stesso fascino con un taglio più adulto, più urbano e più sporco. Il risultato è un mondo che sembra cartoonesco solo in superficie, ma che sotto parla di corruzione, minacce e pessimi giri d’affari.

Non mancano le citazioni, che vengono percepite come parte integrante dell’identità del gioco, da Popeye a Steamboat Willie, da Alice in Wonderland alla Bella e la Bestia, per arrivare persino a Frankestein, Indiana Jones e chi più ne ha più ne metta. Non è solo nostalgia, ma una dichiarazione di intenti, un modo per dire che questo sparatutto non vuole essere a tutti costi il più innovativo, quanto commemorativo, rendendo onore alle fonti di ispirazione che hanno contribuito a renderlo grande.
Botte a suon di jazz
Anche il comparto sonoro è molto curato, con un ottimo doppiaggio che aggiunge credibilità e profondità al cast, e con una colonna sonora che accompagna alla perfezione il tono noir e le dinamiche d’azione. La musica di Patryk Scelina è fortemente ispirata al jazz degli anni ’30, con l’esplicita ambizione di evocare l’atmosfera incalzante di un inseguimento frenetico degno dei migliori cult d’epoca. La presenza di riferimenti musicali classici e riarrangiamenti colti, come “Dies Irae” e “Allegro non molto” di Vivaldi, rafforza l’impressione di un’opera costruita con ambizione e non con semplici jingle d’accompagnamento.
La nostra prova su Steam Deck
Su Steam Deck il gioco risulta “Verificato” da Valve e il profilo di default a 40FPS è quello più solido, data la stabilità impressionante con la quale abbiamo svolto la nostra prova, senza mai riscontrare bug o crash. Nonostante sia possibile portare il framerate a 60FPS con qualche compromesso, consigliamo di rimanere col cap a 40FPS, dato che non sempre Mouse riuscirà a tenere un frame-rate stabile oltre quella cifra.
Ottimi risultati anche per quel che riguarda la durata della batteria in modalità handheld, attestata tra le 5 e le 6 ore sul modello OLED.
Ringraziamo Keymailer per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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