l tema dell’apocalisse zombie, sin dalla prima apparizione del genere nel 1968 con il film “La notte dei morti viventi”, è sempre stato uno dei più sfruttati e, a detta di molti, abusati del panorama horror. Anche nei videogiochi abbiamo molti esempi di questo fenomeno, con titoli molto apprezzati come Left 4 Dead e Dead Island.
A cambiare un po’ la formula già ampiamente sfruttata arrivò il primo Dying Light nel 2015, che, con la sua introduzione del parkour nel contesto apocalittico, seppe distinguersi sul mercato. Dopo un secondo capitolo molto discusso, il team polacco Techland ci riprova con una terza iterazione della serie, questa volta ambientata in un paesino sulle Alpi apparentemente governato da un malvagio scienziato.

Ma bando alle ciance e lanciamoci nell’universo di Dying Light!
Incipit e trama
Uno degli aspetti senz’altro più apprezzati dai fan è il ritorno di Kyle Crane, protagonista del primo capitolo di Dying Light, come personaggio principale al posto di Aiden Caldwell. Seppur sia stata criticata da molti, l’indole spaccona di Kyle riusciva a renderlo un personaggio alquanto godibile, al contrario di Aiden che, a parere nostro, è da considerarsi un personaggio alquanto piatto e mal gestito. Il ritorno dell’impavido mercenario sarà senza dubbio un toccasana per i fan, che apprezzeranno senz’altro il cambio del mood generale della storia rispetto a quello del secondo capitolo.

Tuttavia, il ritorno dell’amato protagonista non aiuta di certo a migliorare una scrittura che sicuramente non è tra le più brillanti. La storia vedrà il nostro Kyle, che per anni è stato torturato e usato come cavia per esperimenti genetici, cercare vendetta contro la mente a capo del laboratorio di sperimentazione, il dottor Marius Fischer, detto anche il Barone. Dopo che un’ex scienziata che faceva parte del progetto ci aiuterà a uscire dall’impianto, ci ritroveremo a esplorare le foreste di Castor Woods alla ricerca del perfido scienziato e di eventuali risposte alle domande sulla nostra natura, aiutando chi ne ha bisogno nel frattempo.
La storia ha molti aspetti visti e rivisti, anche e soprattutto se paragonata ad altre opere sull’apocalisse zombie. Inoltre, alcuni plot twist, assieme a molti plot point, risultano raffazzonati e poco creativi, facendo perdere sempre di più l’interesse per la storia. Ciò che, personalmente, ci ha delusi maggiormente è stato il villain stesso: dapprima una figura misteriosa e interessante che agiva nell’ombra e dalle motivazioni sconosciute, poi ridotto a essere un personaggio dalle caratteristiche viste e riviste, un matto desideroso di ulteriore potere con fin troppi soldi e tempo libero tra le mani.

Oltre al barone, anche gli altri personaggi principali sono alquanto dimenticabili e spesso un po’ goffi, un fattore che impedisce a certi capitoli della storia di brillare. In particolare, stiamo parlando di quelli dedicati alle altre persone, vittime degli esperimenti del barone, che ora vivono all’interno di una grotta, lontani dalla civiltà e intenti a non avere alcun contatto con essa. L’arco narrativo dedicato a loro presenta molti degli stereotipi che da sempre vengono affibbiati ai personaggi “emarginati” e non riesce proprio a far affezionare il giocatore alla loro causa, qualunque essa sia.
La trama di Dying Light non è certamente mai stata il punto cruciale dell’opera, ma è un vero peccato vedere un titolo che sembrava poter dare molto di più perdersi in sciocchezze, soprattutto nel momento in cui molte missioni secondarie presentano una buona scrittura e riescono a tratti a essere molto più interessanti della quest principale.
Gameplay
Il gameplay di Dying Light: The Beast presenta tutte le caratteristiche che hanno reso il suo primo capitolo così apprezzato, riuscendo anche a migliorarle sotto ogni punto di vista. Ciò per cui la serie sugli zombie si è sempre distinta è la sua implementazione del parkour, un fattore che non si vede molto nella maggior parte delle opere appartenenti al genere. Qui questa meccanica è stata elevata all’ennesima potenza, consegnando al giocatore un sistema di movimento fluido ed estremamente soddisfacente da utilizzare all’interno di una stupenda ambientazione colma di spot da visitare. Tutto ciò è stato ulteriormente valorizzato dall’implementazione del rampino, avvenuta già in Dying Light 2, che sbloccheremo in una parte avanzata del gioco e che cambierà radicalmente il nostro modo di muoverci per la città.

Nonostante il nostro protagonista sia parecchio veloce, è innegabile il fatto che la mappa del titolo sia parecchio estesa e, a lungo andare, diventerà alquanto tedioso muoverci da un luogo all’altro soltanto a piedi. Fortunatamente però, verranno in nostro aiuto le automobili, comodamente poste in molti angoli della mappa e accessibili sin dall’inizio del gioco gratuitamente, contrariamente a quanto accadeva negli altri due giochi, in cui erano accessibili solo tramite l’acquisto dei DLC. Nonostante questa sia una grande aggiunta al gameplay, va detto che la totale mancanza del viaggio rapido, a lungo andare, diventa molto pesante, soprattutto nel momento in cui non ci saranno veicoli disponibili nelle vicinanze e saremo costretti a raggiungere due punti opposti della mappa.
Anche il combattimento è stato nettamente migliorato pur mantenendo la medesima dinamicità dell’originale, traducendosi in un’esperienza avvincente e assolutamente irresistibile. Questo viene specialmente ampliato dall’introduzione della modalità bestia: uno status sbloccabile dopo aver concluso con successo molteplici attacchi e schivate che ci renderà una vera e propria macchina inarrestabile e assetata di sangue. Questa contribuirà a rendere i nostri combattimenti ancora più sanguinosi, in un tripudio di violenza che non potrà far altro che tenerci incollati allo schermo.

Per aumentare la versatilità del gameplay, avremo a nostra disposizione un grande quantitativo di armi trovabili all’interno della mappa, a partire da armi corpo a corpo apparentemente semplici ma di una potenza devastante, fino ad arrivare alle più classiche armi da fuoco. Queste saranno molto meno comuni di mazze e martelli, ma saranno facilmente in grado di sbarazzarsi di più nemici contemporaneamente, fattore che ci sarà molto d’aiuto anche di notte. Ciò, però, accade solo nel caso in cui disponiamo di un buon quantitativo di munizioni che, come in ogni buon titolo sull’apocalisse zombie, sono più rare di un titolo di Valve che non venga cancellato. Il gioco ci darà spesso dritte su dove trovarle, spingendoci soprattutto a cercare all’interno dei convogli militari diffusi per la mappa, ma questi, al loro interno, saranno sempre alquanto scarni ed è quasi sconsigliabile andare a cercarli, soprattutto perché molto difficili da aprire.
Fortunatamente la stessa cosa non succederà con gli altri oggetti che ci serviranno per il crafting. Infatti, Castor Woods è piena di punti d’interesse ricchi di risorse anche abbastanza facili da trovare, dato che quasi ogni abitazione o punto d’interesse sarà ricolmo di tutti gli oggetti di cui avremo bisogno durante il nostro gameplay. Questo, da una parte, sarà ottimo per chi vorrà un’esperienza leggera e senza eccessive difficoltà, ma potrebbe deludere chi, invece, è alla ricerca di una sfida più complessa.

Il momento in cui le nostre abilità verranno testate con più insistenza sarà senz’altro durante le numerose boss fight che dovremo superare per proseguire nella trama. Queste saranno molto interessanti, soprattutto visto il fatto che non vi saranno mostri ripetuti e che ognuno di essi avrà il proprio design e mosse uniche. Tuttavia, il problema sta nella loro facilità e nel fatto che spesso risultino meno temibili degli zombie più massicci presenti all’esterno, soprattutto nel caso si decida di giocare in co‑op.
A tal proposito, come nei capitoli usciti precedentemente, la modalità cooperativa è ottimamente implementata anche in Dying Light: The Beast, dandoci la possibilità di giocare con i nostri amici o con altri giocatori online lungo tutta la campagna senza problemi di alcun tipo. Infatti, i salvataggi saranno sincronizzati per entrambi i giocatori e, in generale, la modalità co‑op avrà molte funzionalità atte a rendere l’esperienza meno frustrante, come la possibilità di teletrasportarsi qualora uno dei due giocatori abbia raggiunto un determinato punto d’interesse.

Uno degli aspetti principali del titolo che ha ottenuto un netto miglioramento rispetto al secondo capitolo è la gestione della notte che, mentre in Dying Light 2 risultava alquanto fiacca se comparata al primo capitolo, stavolta sarà totalmente differente. Ancor più che nell’originale, i Volatili saranno davvero terrificanti e rappresenteranno una vera e propria minaccia quasi impossibile da abbattere, infondendo nel giocatore ancor più terrore nel caso in cui questi inizino a seguirci nelle sezioni notturne.
Comparto artistico e tecnico
Il titolo manterrà lo stesso stile grafico che caratterizzava gli altri capitoli della serie, questa volta spostando il focus su un setting più naturalistico e meno urbano nella realizzazione della nuova mappa, Castor Woods. Il risultato è stupefacente, con un borgo principale pieno di dettagli e favoloso sia da esplorare che da ammirare, e numerosi altri punti d’interesse altrettanto interessanti. Il design dei mangiacarne è rimasto invariato, ma non per questo passano inosservati i notevoli miglioramenti grafici apportati a questi ultimi e, soprattutto, ai modelli dei personaggi non giocanti.

Come abbiamo detto in precedenza, ciò che ci ha sbalorditi è l’ottima implementazione del gore, più che mai realistico e assolutamente privo di qualsivoglia censura nella sua rappresentazione, sfociando in un gioco sanguinolento dai combattimenti sempre spettacolari.
Anche la soundtrack sarà molto piacevole da ascoltare e cambierà spesso tono in base a ciò che staremo facendo al momento. Con ritmi più malinconici e dalle tinte nostalgiche durante l’esplorazione e tracce più dinamiche per i combattimenti e le fughe, la colonna sonora di Dying Light avrà sicuramente musica per ogni orecchio e si adatterà perfettamente al mood del gioco.
Quanto al comparto tecnico, siamo felici di potervi dire che Dying Light: The Beast gode di una buona ottimizzazione, con numerose opzioni atte a migliorare l’esperienza di gioco anche per chi avrà una macchina meno potente rispetto a quanto richiesto dai requisiti. A questo proposito, il Frame Generation di AMD farà miracoli nel caso in cui il vostro gameplay presenti grandi cali di frame e, abbinato a un buon uso dell’FSR o DLSS, vi permetterà di giocare senza intoppi di alcun tipo. Va però detto che servirà comunque un PC di fascia medio‑alta per poter giocare fluidamente al titolo e vi invitiamo ad assicurarvi che la vostra piattaforma rispetti i requisiti minimi.

Parlando di bug, invece, possiamo affermare che nel corso di tutto il nostro gameplay non abbiamo riscontrato grandi errori, fatta eccezione per alcuni problemi minori di sincronizzazione all’interno della co‑op, e il titolo si è mantenuto stabile per tutta la sua durata.
Ringraziamo Techland per averci fornito le chiavi del gioco per realizzare questo articolo.
Seguiteci sul nostro sito per altre recensioni e articoli in arrivo nei prossimi giorni.

