Nel vasto panorama indipendente, dove innovazione e sperimentazione convivono spesso con risorse limitate, Alientrap è uno studio noto per la sua capacità di creare mondi affascinanti e visivamente particolari. Dopo titoli come Apotheon e Capsized, il team torna con Dunecrawl, un action-RPG che unisce deserti infiniti e mecha arrugginiti a segreti di antiche civiltà ormai sepolti sotto tonnellate di sabbia.
L’idea di pilotare un Crawler, una sorta di esoscheletro meccanico che strizza l’occhio ai più celebri robottoni giapponesi, ci aveva immediatamente incuriosito e, dopo diverse ore passate tra dune e rovine, sia in solitaria che in compagnia di un amico, possiamo affermare che Dunecrawl è un’esperienza contraddittoria. Si tratta di un titolo affascinante nel suo concept, ma incompiuto in troppi aspetti per brillare davvero e il perché lo vediamo subito nella nostra recensione.
Un mito sepolto nella sabbia
Fin dai primi minuti, Dunecrawl ci immerge nella sua ambientazione: un deserto sconfinato, un mare di dune e rovine che nascondono un passato dimenticato che noi, pian piano, dovremo portare alla luce.
La trama, tuttavia, è puramente un pretesto narrativo, una cornice che spingere il giocatore all’esplorazione: Alientrap non intende infatti raccontarci una saga ricca di colpi di scena, ma piuttosto suscitare curiosità attraverso frammenti di lore disseminati nel mondo di gioco.
Il design narrativo, volutamente frammentato, ricorda l’“environmental storytelling” di titoli come Hyper Light Drifter o Journey, in cui il mondo parla attraverso simboli, strutture e relitti più che attraverso dialoghi espliciti. Tuttavia, in Dunecrawl questa scelta si traduce a volte in una sensazione di incompletezza e, pur avvertendo la presenza di un grande mistero, manca la profondità necessaria per legarlo realmente alle azioni del giocatore.

Inoltre, i villaggi e le oasi fungono principalmente da hub in cui accettare missioni, potenziare il proprio Crawler e commerciare, ma raramente i loro NPC offrono spunti di dialogo memorabili.
La narrazione è quindi funzionale, una scusa per tornare in battaglia più che un elemento ben strutturato e integrante al gameplay. Per chi cerca una mitologia da scoprire con pazienza, i frammenti testuali e gli artefatti trovati nel corso del viaggio offrono sprazzi suggestivi, ma chi spera in una storia strutturata rimarrà probabilmente deluso.
Un pandemonio action
Sul piano del gameplay, Dunecrawl è unaction a visuale isometrica che punta tutto sull’immediatezza. Fin dall’inizio il gioco ci ha lanciato nel bel mezzo dell’azione grazie ai suoi comandi semplici e una curva di apprendimento pressoché inesistente, con un combat system sicuramente accessibile, ma difficile da padroneggiare nelle situazioni più affollate (in particolare per via del caos su display).
Tuttavia, il feeling dei colpi risulta stranamente ovattato: le prime ore ci hanno trasmesso la sensazione che il loro impatto non abbia il giusto “peso”, mentre le animazioni e gli effetti sonori faticano a rendere la fisicità dello scontro.
Solo con il tempo, sbloccando di nuove armi e potenziamenti, si inizia a percepire un ritmo più gratificante, grazie proprio a un ventaglio di equipaggiamenti sorprendentemente vario, che spazia dalle classiche spade e balestre, fino ad arrivare alle più bizzarre minigun, fiocine avvelenate e lance magiche.

Purtroppo, la stessa varietà non si riflette nelle tipologie di avversari e si entra già dopo le prime ore in una routine prevedibile, con i mob che risulteranno essere sempre gli stessi: predoni dai modelli simili, robot saccheggiatori e torri meccaniche. Anche i pattern d’attacco di ciascun nemico tendono a ripetersi e persino i miniboss finiscono per differenziarsi più per la quantità di danni inflitti che per una reale diversità strategica.
Abbiamo percepito lo stesso problema anche nelle quest secondarie, le quali si riducono ad essere delle semplici fetch quest affidateci dagli abitanti dei villaggi in quanto, per soddisfarne il completamento, spesso ci siamo ritrovati a “portare tale oggetto”, “recuperare tre componenti di tale materiale” o “recarci in tale luogo”. Insomma, è chiaro che queste missioni servono da intermezzo tra le quest principali, ma il loro design videoludico purtroppo non riesce mai a evolvere davvero, costringendoci a tornare nelle stesse aree con obiettivi riciclati.
Un tesoro sepolto: la modalità coop
Dove però Dunecrawl trova la sua vera voce è nella modalità multiplayer cooperativa.
In compagnia, il gioco assume un tono completamente diverso: la collaborazione permette di sperimentare sinergie tra equipaggiamenti, coprire i punti ciechi durante gli assalti e sfruttare strategie più dinamiche. Le armi a distanza, ad esempio, risultano essere più utili quando un compagno distrae i nemici con attacchi corpo a corpo, e guidare il mecha-granchio con un amico è tutt’altra esperienza che essere accompagnati da un bot.
Anche la ripartizione degli oggetti risulta completamente diversa nella coop, siccome ci siamo ritrovati a gestire in maniera più parsimoniosa le risorse trovate lungo la mappa, come ad esempio le munizioni e le pozioni curative.

Oltre a ciò, la componente action del gioco si è trasformata in un flusso caotico e allo stesso tempo divertente, in cui la comunicazione e la collaborazione fanno effettivamente la differenza. Ci è sembrato quindi chiaro che il titolo è pensato per brillare nel multigiocatore più che nella modalità in solitaria, rivoluzionandone completamente l’esperienza.
Un deserto non troppo affascinante
Visivamente, Dunecrawl adotta uno stile in cel-shading essenziale, con tonalità calde che restituiscono l’aridità del mondo desertico. Il colpo d’occhio iniziale è interessante, soprattutto grazie al design dei Crawler, che rimanda direttamente ai mecha giapponesi anni ’80 tra linee angolari e colori saturi. Tuttavia, al di là dei modelli dei protagonisti, molti asset ambientali risultano generici: dune, rocce e rottami si ripetono con minime variazioni, riducendo l’impatto visivo dell’ambientazione, motivo per cui avremmo apprezzato sicuramente una varietà maggiore nei biomi, sia a livello di texture che di nemici, infrastrutture e architetture.
Sul fronte audio, il comparto sonoro accompagna l’azione senza mai spiccare veramente: le musiche sono per lo più tracce ambient minimaliste, volte a evocare l’immensità del deserto piuttosto che a scandire i momenti di combattimento. Una scelta sicuramente coerente, ma che contribuisce alla sensazione generale di “piattezza” del sound design.

Una nota di merito va invece agli sviluppatori, che si stanno dimostrando estremamente presenti nel supporto post-lancio. I forum di Steam e Discord ufficiale mostrano una community attiva e un team pronto a comunicare con trasparenza, con patch frequenti e aggiornamenti che mirano a correggere bug e glitch segnalati dai giocatori. In un panorama indie spesso caratterizzato da titoli abbandonati poco dopo l’uscita, questa dedizione all’ottimizzazione è un segnale positivo e non scontato.
La nostra prova su Steam Deck
Su Steam Deck Dunecrawl risulta “verificato” da Valve, ma l’esperienza non è priva di compromessi. Il titolo si avvia senza intoppi e le impostazioni grafiche si adattano immediatamente al display portatile, tuttavia nelle sezioni più caotiche si notano cali di frame vistosi, in particolare durante gli scontri con molti nemici a schermo o durante il rendering di nuovi elementi.
Al netto di tutto ciò, la nostra prova non è stata minata da alcun bug che rovinasse l’esperienza di gioco, anche se i rallentamenti nelle fasi concitate possono compromettere la fluidità del sistema di combattimento, dove la reattività è tutto. Sebbene verificato, è chiaro che il titolo abbia bisogno di un’ulteriore ottimizzazione per garantire un’esperienza stabile anche sulla handheld di Valve.
Ringraziamo Alientrap per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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