Il bello di essere videogiocatori, specie se appassionati a generi e saghe diverse, è la costante possibilità di lasciarsi sorprendere da un mercato fluido e imprevedibile che sa come stupirci costantemente, sia nel bene che nel male.
Negli anni abbiamo visto davvero di tutto, con sequel incapaci di reggere il confronto con i predecessori, revival inattesi di serie che davamo per morte e sepolte, fino a successi clamorosi sbocciati da titoli che sembravano destinati al fallimento.
E nemmeno quest’anno sono mancate le sorprese, ma mai avremmo pensato di assistere all’arrivo di un sequel per Daemon x Machina, l’action-adventure che ci metteva ai comandi di enormi Mecha e che, al suo debutto, venne travolto dalle critiche. Eppure, non possiamo che accogliere con curiosità e un contenuto entusiasmo la decisione del team di sviluppo Marvelous di concedere una seconda possibilità a questa IP che, pur penalizzata in passato da una trama confusa e da un gameplay fin troppo ripetitivo, ha sempre lasciato intravedere un enorme potenziale nascosto.
Eccoci quindi oggi a parlarvi di Daemon x Machina: Titanic Scion, domandandoci se sarà capace di riscattare e consolidare il nome della saga, conquistando definitivamente quella fetta di curiosi che negli anni si è appassionata nonostante i difetti, o se ripeterà gli stessi errori del passato lasciando ancora una volta l’amaro in bocca.
Non vi rimane che scoprirlo insieme a noi in questa recensione!
STRUTTURA NARRATIVA
– Un nuovo inizio che non osa abbastanza –
Iniziamo da quello che, a nostro avviso, è stato uno dei principali motivi per cui il gioco originale non è mai riuscito a decollare come altre saghe simili: il comparto narrativo.
La trama di Daemon x Machina si presentava infatti confusa, priva di una direzione chiara e appesantita da eventi poco interessanti, fino a culminare in un finale che sembrava voler trasmettere un messaggio importante ma che finiva inevitabilmente per crollare sotto il peso delle proprie ambizioni.
Una storia che non riusciva ad essere interessante anche per il modo in cui veniva raccontata, con gran parte della narrazione che si limitava a semplici dialoghi durante i briefing delle missioni o a qualche cutscene di intermezzo, dove il protagonista rimaneva un osservatore silenzioso senza mai prendere una posizione concreta.
Un vero disastro narrativo a cui poi contribuiva un cast di personaggi poco ispirato, ridotto a semplici stereotipi anime privi di qualsiasi tipo reale di caratterizzazione e incapaci di suscitare interesse per le loro vicende.

Ebbene, possiamo finalmente affermare che non è più questo il caso in Daemon x Machina: Titanic Scion, che preferisce optare infatti per un approccio narrativo più lineare e coeso senza quella frammentazione caratteristica del passato.
La trama viene ora raccontata attraverso sequenze in-game e cutscene prerenderizzate che riescono a valorizzare sia gli eventi che i dialoghi, regalando alla serie un’organicità mai raggiunta prima.
Impossibile non considerare anche come il protagonista non sia più un semplice manichino silenzioso sullo sfondo, ma adesso un personaggio centrale con una propria identità e dotato di una personalità definita che potremo guidare attraverso opzioni di dialogo tra cui scegliere.
Curiosamente, pur rimanendo personalizzabile nell’aspetto, la voce disponibile resta una sola per ciascun genere (scelta probabilmente dettata dalla necessità economica di non poter far registrare tutte le linee di dialogo a più doppiatori), obbligando così il protagonista a una precisa caratterizzazione tonale.

Un compromesso tutto sommato accettabile, soprattutto se confrontato con quanto ci era stato offerto nel primo Daemon x Machina. E proprio parlando del capitolo originale, che dovrebbe fungere da prequel alla nuova storia, abbiamo notato come i rimandi siano ridotti al minimo: solo qualche concetto di base o termine del passato viene ripreso, quasi a voler suggerire una sorta di soft-reboot della serie.
La sensazione è che Titanic Scion preferisca prendere le distanze dalla sua eredità quasi come se ne vergognasse, presentandosi piuttosto come un’avventura del tutto autonoma e accessibile, così da non obbligare il giocatore a conoscere gli eventi del predecessore per apprezzarne la narrativa.
Detto questo, nonostante i progressi siano innegabili, non possiamo nemmeno dire che gli sviluppatori abbiano finalmente risolto ogni tipo di problema narrativo. La trama rimane infatti poco interessante e piuttosto banale, incapace di sorprendere davvero o di regalare momenti memorabili che sappiano lasciare il segno.
Persino i nuovi personaggi, pur presentandosi con un design più creativo e meno stereotipato rispetto al primo capitolo, non riescono mai a dimostrare una vera profondità con delle storie che vengono solo appena accennate, senza mai trovare un reale sviluppo.

Il risultato è un cast che potrebbe anche sembrare interessante, ma che fatica a trasmettere emozioni o a creare un legame con il giocatore che vorrebbe semplicemente assistere ad un’evoluzione che, purtroppo, non arriverà mai.
Titanic Scion dà quindi l’impressione di voler finalmente imboccare la strada giusta ma ancora una volta senza una direzione chiara, perdendosi presto in sviluppi banali e poco incisivi che risultano incapaci di mantenere alta l’attenzione. Il tutto sfocia, purtroppo, in una trama che non riesce a valorizzare né i personaggi alleati né tantomeno gli antagonisti.
GAMEPLAY
– Passo avanti o salto indietro? –
Se la trama non è mai stata il punto forte di Daemon x Machina, e purtroppo continua a non esserlo, il gameplay ha sempre rappresentato l’elemento in grado di mettere d’accordo quasi tutti: sedersi ai comandi di giganteschi mecha, distruggere tutto ciò che si muove e affrontare boss titanici era semplicemente appagante.
Certo, la struttura soffriva di una ripetitività evidente con missioni che tendevano a seguire sempre gli stessi schemi, ma proprio per questo ciò che ci aspettavamo dal sequel era che mantenesse quella stessa formula solida limitandone i difetti e al contempo ampliandone i contenuti.
Eppure, sulla falsariga di quanto visto per la narrativa, anche il gameplay sembra quasi voler dimenticare le proprie radici, cercando piuttosto di prendere le distanze da ciò che aveva reso unico il primo capitolo.
Basti pensare come gli enormi mecha caratteristici del titolo sono stati sostituiti da esoscheletri di dimensioni umane; una scelta che potrebbe sicuramente rendere più felici alcuni ma che per i fan più fedeli rappresenterà un inevitabile passo indietro rispetto a ciò che desideravano davvero dal sequel.

Fortunatamente non si tratta di un gameplay completamente diverso e potremo ancora equipaggiarci con quattro armi principali intercambiabili tra loro, attraverso un arsenale che spazia da strumenti da mischia ad armi a lunga distanza, passando poi per opzioni difensive o ravvicinate. A ciò si aggiungono anche i due classici slot extra per armi da portare sulla schiena o da lanciare, così da essere sempre pronti ad affrontare qualunque situazione.
Per quanto tuttavia il sistema di combattimento resta tutto sommato vicino a quello visto in passato e riesce a mantenere un certo livello di divertimento, emergono presto diversi problemi difficili da ignorare.
Nonostante le nuove tute siano ora di dimensioni più contenute, il ritmo del combattimento resta infatti sorprendentemente lento, ereditando dal primo Daemon x Machina quella stessa pesantezza nei movimenti che, però, in passato veniva bilanciata dall’enorme impatto dei colpi trasmesso dai mecha giganti.
In più, sono state introdotte nuove meccaniche come attacchi speciali legati al tipo di arma e la parziale rimozione dell’auto-aim, due scelte che rendono il gameplay più complesso e profondo ma allo stesso tempo meno immediato e accessibile rispetto al capitolo originale, e talvolta anche parecchio confuso.

Ovviamente ciò non significa che il gioco sia diventato più difficile, e la maggior parte dei nemici comuni può ancora essere spazzata via in pochi colpi, anche se il discorso cambia drasticamente con alcuni boss che presentano picchi di difficoltà esagerati persino alle impostazioni più basse.
Il risultato è un gameplay loop sbilanciato, dove la curva della sfida oscilla senza criterio tra il “troppo facile” e “l’ingiustamente frustrante”, ritrovandovi a vaporizzare orde di avversari minori per poi sbattere contro muri di difficoltà improvvisi che vi porteranno a ripetere lo stesso scontro più e più volte.
Di certo poi non aiuta un sistema di telecamera semplicemente disastroso, che rende complicato mantenere il focus sui nemici e mirare con precisione, specialmente in un titolo che punta tutto sulla velocità e la frenesia dei combattimenti dove alcuni boss non vi lasceranno nemmeno il tempo di capire da che parte stiano arrivando gli attacchi.

Ovviamente non tutto in Daemon x Machina: Titanic Scion è da buttare. La personalizzazione del proprio Arsenal rimane infatti ancora oggi uno dei maggiori punti di forza del gioco tra pezzi recuperati dai nemici e moduli acquistabili nei negozi, permettendoci vaste possibilità di configurazione per dare vita alla propria visione creativa.
Inoltre, le missioni secondarie, pur ridotte spesso a semplici fetch quest senza particolare inventiva, riescono comunque a funzionare bene nel loro voler concedere piacevoli intermezzi tra un capitolo della storia e l’altro.
Dobbiamo poi ammettere che molti dei difetti citati finora finiscono quasi per passare in secondo piano quando si gioca in compagnia, trasformando anche le fasi più monotone in momenti decisamente più stimolanti e divertenti, sia quando si naviga per la mappa di gioco che soprattutto affrontando boss colossali con uno o più amici. Si tratta senza ombra di dubbio del modo migliore per godersi Titanic Scion, e riteniamo che sia proprio nella sua componente multigiocatore che il titolo trova la sua ragion d’essere.
Un vasto deserto da esplorare
L’elemento più innovativo di Daemon x Machina: Titanic Scion è senza dubbio l’introduzione dell’open-world, che ancora una volta segna un netto distacco dalle origini della serie quando eravamo confinati in arene piccole e limitate.
Non fraintendeteci, dare più libertà di movimento al giocatore è sicuramente una decisione positiva, e volare liberamente per l’ambiente trasmette una sensazione assolutamente piacevole e appagante… almeno per la prima ora di gioco.
Perché sarà proprio questo il tempo che servirà al giocatore per rendersi conto che questo mondo aperto non è altro che uno di quei vasti spazi tanto ampi quanto vuoti, poveri di contenuti realmente interessanti e incapaci di stimolare l’esplorazione.
Biomi e nemici finiscono per somigliarsi tutti, indipendentemente dalla zona in cui ci si trova, mentre le caverne appaiono come copie carbone l’una dell’altra, popolate dalle stesse creature e con ricompense spesso superflue.

Difficile trovare un vero motivo per fermarsi a esplorare, se non per finire ancora più appesantiti da un farming richiesto dal gioco che risulta eccessivo persino per gli appassionati più inclini al grinding. Basti pensare che per ottenere alcune delle armi più potenti sarà necessario riaffrontare lo stesso boss dalle otto alle dieci volte, generando un loop di gameplay noioso e ripetitivo, ricadendo esattamente in ciò da cui questo sequel sembrava volersi tanto distaccare.
Non sorprende quindi che, nonostante l’introduzione dell’open-world, la durata della campagna principale resti praticamente identica a quella del primo capitolo (circa 10 ore), proprio a testimoniare come la maggior parte dei giocatori finirà per limitarsi a spostarsi da un punto A a un punto B tramite teletrasporto.

E se è vero che non mancano tentativi di spezzare la monotonia con minigiochi, veicoli, moto e altri contenuti pensati per arricchire l’esperienza, ogni aggiunta sembra più un’idea abbozzata che una feature realmente rifinita con la giusta profondità, diventando poco più che piccole distrazioni trascurabili.
Un esempio lampante sono i cavalli, che dovrebbero agevolare gli spostamenti ma risultano del tutto inutili quando volare è molto più rapido ed efficace, e lo stesso vale per i veicoli terrestri e per la moto, mal integrati nel design delle mappe e spesso inadatti al terreno proposto.
COMPARTO TECNICO
– Un mondo instabile –
Siamo pienamente consapevoli che uno dei punti più spesso criticati di Daemon x Machina: Titanic Scion riguardi proprio le sue prestazioni tecniche, con diversi giocatori che hanno definito il titolo addirittura “ingiocabile” a causa di continui scatti.
Ci siamo quindi addentrati in quest’avventura con le peggiori aspettative, salvo poi scoprire che i cali di frame e gli stutter si sono rivelati sorprendentemente rari, limitati a momenti particolarmente caotici con molti nemici a schermo e grosse esplosioni simultanee.
Problemi quindi marginali, che non hanno compromesso più di tanto la fluidità generale e ci hanno permesso di goderci anche su PC non particolarmente performanti un’esperienza stabile e soddisfacente… almeno dal punto di vista degli FPS.
Paradossalmente, infatti, durante il nostro provato è stata proprio la stabilità del framerate a rivelarsi uno dei pochi aspetti tecnici davvero riusciti. Per il resto, bug e glitch di ogni tipo hanno reso il nostro ritorno nel mondo di Daemon x Machina talmente problematico da risultare, in alcuni casi, persino comico.

Iniziamo dai tempi di caricamento, senza dubbio il problema più grave e costante. Parliamo di attese che vanno da un minimo di un minuto fino ad arrivare a due o tre nei casi peggiori, in cui non potevamo far altro che fissare uno schermo nero o le anonime mura delle piccole stanze in cui eravamo rinchiusi aspettando che il mondo di gioco si degnasse di comparire.
Daemon x Machina: Titanic Scion sembra così simulare una lunga sala d’attesa, con brevi sessioni di 10-15 minuti di gameplay regolarmente interrotte da un nuovo caricamento che, in caso di morte, non fa altro che aumentare a dismisura la frustrazione.
E questo è solo l’inizio: durante i dialoghi ci è capitato di assistere a conversazioni tra personaggi invisibili, con i modelli che non venivano caricati e lasciandoci davanti a scene surreali. Non mancano nemmeno interi tutorial apparsi in giapponese, o problemi di texutre che portavano a intere battaglie combattute su enormi distese di quadrati rossi che continuavano a comparire e sparire.

Presi singolarmente, questi problemi possono sembrare fastidi minori che per fortuna non compromettono la qualità complessiva dell’esperienza, e durante la nostra prova non ci siamo infatti mai imbattuti in crash o bug tali da impedire il completamento di una missione. Tuttavia, incontrarli così di frequente e spesso in rapida successione lascia la sensazione che Daemon x Machina: Titanic Scion sia arrivato sul mercato privo di quella rifinitura che ci si aspetterebbe da un titolo simile, che appare invece semplicemente “sporco”, lasciandoci solo sperare che gli sviluppatori intervengano al più presto con patch correttive.
Ringraziamo DecibelPR per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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