Recensione Cairn | Scalando le pareti delle proprie ossessioni

Data di uscita
Gennaio 29, 2026
Piattaforme
PC, Playstation 5
Sviluppato da
The Game Bakers
Dove acquistarlo

Nell’articolo di oggi, fra un sorso di thè caldo e uno spiacevole residuo d’influenza, vi portiamo l’analisi di Cairn, l’ultima fatica di The Game Bakers, team francese che ci aveva già conquistato con opere come Furi e Haven.

Questo nuovo progetto rappresenta un cambio di rotta radicale per lo studio, abbandonando del tutto il combat frenetico e le atmosfere romantiche per abbracciare piuttosto una simulazione d’arrampicata che si fa veicolo di riflessioni sorprendentemente profonde sull’ossessione, i limiti dell’essere umano e su ciò che per noi è davvero importante.

Se siete un utente che non disdegna le esperienze ludiche che sanno esplorare la dimensione psicologica dell’individuo attraverso meccaniche di gioco strettamente connesse alla narrazione, Cairn potrebbe lasciarvi qualcosa di difficilmente dimenticabile.​

E voi, cosa siete disposti a sacrificare per raggiungere la vetta?





INCIPIT NARRATIVO E TRAMA

La narrazione di Cairn costruisce il proprio fondamento attorno alla figura di Aava, scalatrice di fama internazionale dal temperamento aspro quasi quanto le mastodontiche pareti rocciose che si ostina a voler scalare. Non si tratta della classica eroina spinta da nobili ideali ed un indiscriminato amore per il prossimo; Aava è un personaggio ostico, distante tanto emotivamente quanto fisicamente dalle persone che la circondano e che le vogliono bene.
Il suo agente la bombarda di messaggi che lei ignora senza neppure dare al giocatore la possibilità di controbattere, del resto la storia le appartiene e noi ne saremo vittima quasi quanto i suoi conoscenti. Anche la sua compagna la vorrebbe più presente, meno incosciente, maggiormente ancorata a una dimensione terrena che invece Aava sembra rifiutare con tutte le sue forze.

In una vita fatta di grandi traguardi e riflettori sempre puntati, rimane una sola vetta da conquistare: il gigantesco Monte Kami.
Nessun essere umano ha mai toccato la sua sommità, e sono ben 159 i morti che hanno tentato l’impresa prima della nostra spedizione. Nonostante le sue spiccate abilità, Aava ha ottime probabilità di aggiungere il proprio nome a questa lugubre statistica, eppure non esita un solo istante e abbandona la sua famiglia per ricercare il brivido e la soddisfazione che sembrano ossessionarla.

Durante l’ascesa, fra una scivolata e l’altra, incontrerà Marco, un giovane scalatore per cui Aava rappresenta un’autentica leggenda vivente. Sarà proprio questo incontro a permettere alla protagonista di iniziare un lungo e graduale percorso di apertura, trovando in lui un’affinità inaspettata nella ricerca di risposte alle domande esistenziali che la tormentano. Altri personaggi costelleranno il viaggio della nostra scalatrice, alcuni dei quali dal carattere quasi surreale, inseriti in caverne e scenari che sfiorano e talvolta abbracciano la dimensione fantastica.​

Il Monte Kami non è semplicemente un ammasso di roccia e ghiaccio: è un luogo carico di storia, abitato un tempo da numerose tribù antiche che hanno lasciato tracce del loro passaggio. L’esplorazione di questi reperti archeologici rappresenta una componente opzionale ma affascinante dell’esperienza, permettendo al giocatore di scegliere se approfondire questo aspetto antropologico o concentrarsi esclusivamente sull’obbiettivo di raggiungere la cima.​


IL GAMEPLAY

Il cuore pulsante di Cairn risiede nel suo sistema di scalata, straordinariamente riuscito nel trasmettere sia la componente fisica che quella mentale dell’alpinismo. A differenza di titoli meno orientati al gameplay come Jusant, dove le pareti da scalare presentano appigli chiaramente definiti, Cairn opta per una rappresentazione organica della roccia che richiede al giocatore di interpretare visivamente la superficie, ruotando la telecamera e studiando attentamente ogni increspatura di pietra.

Il controllo degli arti avviene in una maniera terribilmente scomoda ma assolutamente ben azzeccata: il sistema seleziona automaticamente quale braccio o gamba muovere successivamente, basandosi sulla distribuzione del peso corporeo e sulla stabilità complessiva di Aava in rapporto alla superficie a cui siamo aggrappati. Questa automazione può essere sovrascritta manualmente nei passaggi più complessi, garantendo massima libertà di manovra nel caso ci sentissimo in grado di fare un lavoro migliore dell’algoritmo. Le mani necessitano di sporgenze solide cui aggrapparsi; i piedi cercano fessure dove incastrarsi o, idealmente, superfici su cui scaricare il peso.

Quando Aava riesce a posizionare entrambi i piedi su appoggi stabili, il gioco le concede la possibilità di estendere completamente il suo baricentro, allungando il braccio verso appigli altrimenti irraggiungibili. Trovare questo equilibrio diventa un puzzle tridimensionale in costante evoluzione e sinceramente molto, molto snervante. ​Cairn è infatti un gioco difficile, forse addirittura stancante a livello psicologico e talvolta anche fisico. Lo scopo, non stiamo neppure a discuterne, è quello di rievocare il più possibile le sensazioni di una vera scalata.
Il respiro di Aava si fa sempre più affannoso quando la fatica si accumula; le gambe iniziano a tremare visibilmente quando la presa sta per cedere. In quei momenti critici, quando la fine è palpabile, possiamo tentare una ricollocazione rapida degli arti oppure cercare disperatamente un appiglio più sicuro.

I chiodi d’arrampicata permettono di stabilire checkpoint sulla parete, ma sono risorse limitate che vanno gestite con estrema parsimonia. Piantarne uno richiede di superare un semplice QTE: il successo garantisce un ancoraggio solido, mentre il fallimento può risultare ad un chiodo piegato o addirittura spezzato.
Cadere senza aver piantato un chiodo in precedenza significa precipitare con il concreto rischio di sbattere sulla montagna e morire, costringendo al caricamento dell’ultimo salvataggio.
Neppure l’interfaccia del gioco sembra voler fare favori al giocatore; non esistono indicatori espliciti che comunichino il livello di stabilità o quanto a lungo gli arti possano reggere il peso e dobbiamo affidarci interamente agli elementi visivi e sonori. ​

SOPRAVVIVENZA E GESTIONE DELLE RISORSE

Similarmente alla simulazione di arrampicata, Cairn integra una componente survival che incide profondamente sulla difficoltà complessiva. Aava deve monitorare costantemente salute, fame, sete e temperatura corporea per poter proseguire nel suo viaggio. Le dita si feriscono durante la scalata e necessitano di essere bendate nei bivacchi per mantenere una presa adeguata.
La sopravvivenza dipende dalla capacità di raccogliere bacche, pescare a mani nude nelle pozze d’acqua di montagna, e frugare negli zaini degli sfortunati scalatori che ci hanno preceduto, facendo attenzione a gestire lo spazio limitato offerto dalla nostra dotazione.​

Il ciclo giorno-notte introduce un’ulteriore variabile da non trascurare assolutamente. Arrampicarsi nell’oscurità è sempre sconsigliabile, nonostante Aava disponga di un piccolo robot assistente e di una luce di emergenza portatile. Studiare il percorso alla luce del sole, identificare i versanti meno impervi e individuare le soste intermedie dove rifocillarsi diventa parte integrante della pianificazione e andare alla cieca risulterà quasi sempre in un game over.​

Per fortuna, raggiungere una zona pianeggiante offre una gratificazione immediata e la vista panoramica si apre su orizzonti mozzafiato, con cieli che rappresentano alcune delle realizzazioni visive più suggestive in cui ci siamo imbattuti negli anni recenti.​

ACCESSIBILITÀ E SCALABILITÀ DELLA SFIDA

The Game Bakers ha implementato un sistema di accessibilità estremamente generoso, e non possiamo negare di averne fatto un utilizzo in alcune delle sezioni più impegnative. Come abbiamo anticipato, anche a difficoltà standard, Cairn si configura come un’esperienza estremamente impegnativa, specialmente quando la componente survival si sovrappone alla già complessa arrampicata.

Per chi si sentisse sopraffatto, è possibile disattivare completamente le meccaniche di sopravvivenza, concentrandosi esclusivamente sulla scalata. Ulteriori facilitazioni includono risorse illimitate per chiodi e magnesite, oltre a una funzione di riavvolgimento temporale che permette di annullare errori fatali e riprendere la scalata in un momento precedente alla caduta a nostra scelta. Queste opzioni possono essere attivate e disattivate liberamente, consentendo di superare passaggi particolarmente frustranti senza compromettere l’intera esperienza.​

Questa filosofia progettuale merita un plauso sincero: riconosce che giocatori differenti cercano sfumature diverse nell’esperienza. Alcuni affrontano Cairn per la sfida pura, altri per l’aspetto esplorativo, altri ancora per perdersi in un’esperienza narrativa votata alla contemplazione e alla ricerca di sé stessi.​


COMPARTO ARTISTICO E TECNICO

Sul fronte estetico, Cairn adotta uno stile semirealistico nella modellazione degli ambienti rocciosi, pur mantenendo una certa stilizzazione nei personaggi che lo rende immediatamente riconoscibile.
Le panoramiche dalla montagna risultano genuinamente spettacolari, con una direzione artistica che sa valorizzare il senso di vastità, isolamento e malinconia. Gli scenari variano considerevolmente durante l’ascesa: sporgenze esposte ai venti, grotte di stalattiti, antichi templi e interminabili prati alpini offrono pause necessarie fra una sfida e la successiva.

Tuttavia, il comparto tecnico presenta alcune imperfezioni che non possono essere ignorate. Gli arti di Aava talvolta si piegano in maniera innaturale o spariscono parzialmente all’interno dei poligoni circondanti, generando spiacevoli fenomeni di clipping. Per quanto capiamo perfettamente quanto possa essere difficile realizzare un sistema ancora più preciso, è fin troppo facile distruggere completamente la coerenza anatomica di Ava nelle sezioni di scalata più complesse, e questo può compromettere genuinamente l’immersione.

Il doppiaggio in inglese di Sophia Eleni conferisce ad Aava la giusta combinazione di determinazione e vulnerabilità, mentre la colonna sonora accompagna l’ascesa con delicatezza, sapendo quando farsi da parte per lasciare spazio al silenzio della montagna e quando invece enfatizzare i momenti di maggiore tensione con tracce di diversa intensità emotiva.
Un particolare plauso va al ritorno del mai troppo decantato compositore Toxic Avenger, che anche qui stupisce ed emoziona con le sue melodie caratteristiche.

Dal punto di vista prestazionale, il titolo gira stabilmente anche su configurazioni non particolarmente potenti, risultando perfettamente fruibile su dispositivi portatili come Steam Deck.​


Ringraziamo The Game Bakers per averci fornito accesso al gioco per la realizzazione di questa recensione.
Seguiteci sul nostro sito per altre recensioni e articoli in arrivo nei prossimi giorni.

Cairn (PC)
In conclusione...
In definitiva, Cairn convince chi cerca un'esperienza ludica capace di intrecciare meccaniche e significato in maniera organica e inseparabile. Non è un titolo per tutti: richiede pazienza, accettazione del fallimento, e la volontà di confrontarsi con una protagonista spigolosa ma piena di carattere. Ma per chi è disposto a intraprendere la scalata, la vetta offre una prospettiva che pochi videogiochi dei nostri tempi hanno saputo regalare.
Pregi
Sistema di arrampicata profondo e articolato...
Protagonista stratificata e tanti momenti di riflessione
Opzioni di accessibilità generose
Comparto audiovisivo suggestivo
Difetti
... ma estremamente frustrante
Imperfezioni tecniche minano l'immersione
Componente survival meno interessante
8.6
Voto