Nel corso degli ultimi anni, il genere dei deckbuilder roguelike ha conosciuto una crescita notevole, reinventandosi attraverso contaminazioni sempre più audaci. Titoli come Balatro hanno dimostrato quanto sia possibile trasformare un gioco di carte tradizionale in un’esperienza profondamente strategica e quasi ossessiva, mentre Inscryption ha condotto il genere verso una dimensione narrativa e atmosferica inaspettata.
In questo contesto si inserisce Black Jacket, sviluppato da Mipumi Games e pubblicato da Skystone Games, che sceglie una strada tanto semplice quanto brillante: prendere il blackjack e costruirgli attorno un sistema roguelike complesso e stratificato.
Ciò che potrebbe sembrare un’idea minimalista si rivela invece un terreno fertile per meccaniche stratificate, gestione del rischio e – naturalmente – una forte componente di deckbuilding, dando vita a un titolo capace di sorprendere e, soprattutto, di trattenere il giocatore per sessioni ben più lunghe del previsto.
La disperata fuga dall’inferno
La trama di Black Jacket si presenta come il viaggio di un’anima intrappolata nell’aldilà e costretta a raccogliere abbastanza monete d’anima per corrompere il Traghettatore e ottenere la propria fuga dall’Inferno. È una premessa semplice, ma funzionale, che dà subito un senso concreto alla struttura delle run e al contesto di gioco.

Con il progredire delle nostre partite, però, il gioco inizia a svelare una costruzione sempre più interessante: ogni boss sconfitto ci regala infatti scorci sul proprio passato e piccoli dettagli che contribuiscono a dare spessore al mondo di gioco.
Questa narrazione frammentata, mai invadente, riesce comunque a costruire gradualmente un contesto credibile e curioso, e proprio questo ci ha spinti a proseguire, non solo per migliorare le nostre abilità, ma anche per comprendere meglio l’universo che circonda il tavolo da gioco.
Il cuore del rischio: fare 21
Il cuore dell’esperienza è il blackjack, con la sua eterna tensione tra rischio e controllo nel tentativo di raggiungere 21.
Black Jacket riesce però a espandere la sua giocabilità grazie a una serie di meccaniche che ne alterano profondamente il ritmo e la complessità, con una curva di apprendimento che può risultare abbastanza ripida per i nuovi giocatori.
Il giocatore non si limita a pescare e sperare, ma può intervenire attivamente sulla partita attraverso strumenti come nascondere le carte nella manica, giocare le carte in appositi slot che conferiscono nuovi effetti, o persino sfruttare diverse skill che modificano direttamente le regole del gioco. Questo trasforma ogni mano in un piccolo puzzle strategico, dove la pianificazione conta tanto quanto la fortuna.

La struttura della progressione richiama chiaramente quella dei roguelike moderni, con una mappa fatta di scelte che permette di decidere il proprio percorso tra incontri, negozi e rischi calcolati. Al termine di ogni area si affronta un boss dotato di abilità peculiari, spesso in grado di stravolgere le regole del blackjack e costringere il giocatore ad adattarsi rapidamente.
Un profondo deckbuilding
Il sistema di deckbuilding rappresenta di certo l’aspetto più riuscito del titolo. Le monete guadagnate durante le partite diventano una risorsa fondamentale per plasmare il proprio mazzo, grazie agli shop disponibili lungo il percorso. Infatti, grazie a esse potremo acquistare pacchetti per espandere il nostro mazzo, risvegliare carte o persino bruciarle, al fine di snellire il numero e affinare la strategia che abbiamo in mente.
Un ruolo fondamentale è giocato dai semi, che definiscono veri e propri archetipi di gioco. Ad esempio, i Danari permettono di manipolare il mazzo, rendendo più semplice pianificare le pescate e costruire mani perfette, mentre i Cuori, una volta risvegliati, introducono effetti negativi sulle nostre carte, offrendo un approccio più “control”.

D’altro canto i Fiori si distinguono per effetti di supporto e gestione, spesso legati a bonus progressivi o alla duplicazione delle carte, mentre le Picche spingono verso uno stile più rischioso e offensivo.
E non solo, perché Black Jacket presenta quattro tipi di semi aggiuntivi, come i Denti, le Fiamme e altri due che vi lasceremo il piacere di scoprire.
Pur restando fedele all’obiettivo di raggiungere 21, Black Jacket incoraggia un approccio creativo e talvolta spregiudicato: non si tratta solo di ottimizzare i valori numerici, ma di costruire sinergie tra carte e abilità, arrivando persino a sfruttare meccaniche che ci permettono strategicamente di barare.
Il sistema di risveglio aggiunge ulteriore profondità, permettendo a ogni carta di acquisire proprietà uniche; ad esempio, le Fiamme possono trasformarsi in strumenti di sabotaggio, mentre i Fiori offrono opzioni di controllo e gestione che premiano una visione più lungimirante della partita.

Questo livello di personalizzazione rende ogni build diversa e valorizza la capacità del giocatore di adattarsi alle opportunità offerte durante la run, nonostante abbiamo notato che alcune build sono nettamente più forti di altre.
Inoltre, non sono mancati i momenti di frustrazione dovuti a un RNG a tratti punitivo, soprattutto nelle sfide contro i boss, i quali riuscivano a ribaltare la partita e fare 21 senza che noi fossimo minimamente in grado di contrastarli.
Da questo punto di vista, possiamo affermare che è fondamentale un approccio quanto più strategico possibile, specie nella creazione di un mazzo che lascia sempre a noi l’ultima mossa.
Un comparto artistico credibile
Dal punto di vista artistico, Black Jacket si ispira chiaramente all’estetica cupa e simbolica di Inscryption, ma riesce comunque a ritagliarsi una propria identità: l’ambientazione infernale è resa attraverso uno stile visivo stilizzato ma efficace, capace di trasmettere un senso costante di tensione e mistero.
Molto riuscite anche le animazioni e gli effetti speciali che, pur senza strafare, riescono a rendere ogni mano più viva e leggibile, tanto che ogni carta giocata, ogni effetto attivato e ogni svolta improvvisa nella partita sono accompagnati da feedback visivi chiari, soddisfacenti e ben integrati nello stile generale.

Pur prendendo chiaramente ispirazione dal suo collega, il titolo riesce a restituire un mondo coeso, evocativo e coerente con il suo crudele tono infernale, seppur giocoso. È un comparto che non punta a stupire con la spettacolarità, ma a costruire una presenza forte e costante, e proprio per questo ci ha colpito parecchio.
Una lode va anche al comparto sonoro, che svolge un ruolo fondamentale nel mantenere alta l’immersione: le musiche ambient di sottofondo si adattano bene al ritmo delle partite, creando un’atmosfera sospesa tra tensione e concentrazione.
Anche gli effetti sonori sono precisi e gratificanti, mentre il doppiaggio dei personaggi rappresenta sicuramente una delle sorprese più piacevoli e l’abbiamo amato particolarmente.
Ringraziamo PressEngine per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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