Recensione Abathor | Un canto bidimensionale di acciaio e sangue

Data di uscita
Aprile 17, 2025
Disponibile per:
Switch, Microsoft Xbox Series S/X e One, PC, Playstation 5 e Playstation 4
Sviluppato da:
Pow Pixel Games
Il nostro Punteggio
9
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Negli anni d’oro dei cabinati, quando Rastan brandiva la sua spada sotto le lampade al neon delle sale giochi e Golden Axe II faceva diventare la danza dell’acciaio e del fuoco un rito domestico sul Sega Mega Drive, il videogioco d’azione in 2D aveva un linguaggio chiaro: colpisci, avanza, sopravvivi.

Poi arrivarono le epoche dei Castlevania dove il platform action si fece più oscuro e gotico, intrecciando esplorazione, segreti da scoprire, ritmo e combattimento. In quelle schermate CRT di pixel e gloria, si nascondeva una formula che anche oggi rimane immediata e divertentissima.

Abathor, sviluppato dai ragazzi di Pow Pixel Games, è uno di quei rari incantesimi che riportano alla vita il mito del “sword & pixel” con la ferocia e la devozione di un rituale antico, prendendo spunto sia dai primi due hack’n’slash (ma anche da Altered Beast) che dal metroidvania per eccellenza.

Per gli appassionati è un omaggio a un’epoca d’oro e una sfida, un canto di battaglia che parla la lingua delle divinità dimenticate e dei joystick consumati.

Lì dove Rastan affrontava draghi, gli eroi di Abathor chiudono portali infernali. Dove Castlevania ci metteva contro interi castelli maledetti, Abathor ci scaglia contro il continente di Atlantide, invaso dalle orde demoniache. E se il tempo ha sepolto i re del passato, questo gioco ne riaccende la fiamma pixel dopo pixel, colpo dopo colpo, col suono metallico (a 16 bit) del mito che ritorna.

Prendete tre amici, tre joypad, e fatevi strada sino agli angoli più reconditi di Atlantide per ricacciare l’esercito demoniaco dietro le porte di Abathor

E allora cosa aspettate a lanciarvi con noi in questo epico massacro?


AT THE GATES OF ABATHOR

La trama di Abathor ruota attorno al destino della leggendaria Atlantide, una civiltà travolta dalla propria sete di potere: in tempi antichissimi, gli Dei crearono il piano dimensionale di Abathor, un reame oscuro e instabile da cui essi stessi traevano la loro energia.
In quell’abisso vennero esiliati demoni, titani e mostri d’ogni sorta, confinati per l’eternità lontano dal mondo degli uomini, e anche l’Oricalco, un metallo leggendario intriso delle sue stesse energie primordiali.

Con l’aiuto di Atlante e Poseidone, numi protettori del continente, gli Atlantidei impararono a estrarre e forgiare l’Oricalco, costruendo armi e armature magiche di potenza inimmaginabile oltre a un esercito di automi zoomorfi destinati a servire l’impero.
Ma ciò che doveva essere una benedizione, si trasformò presto in condanna.

Nonostante la promessa di non tentare mai di aprire le Porte di Abathor fatta ad Atlante stesso, queste vennero spalancate dall’avidità del popolo di Atlantide corrotto dallo studioso chiamato Evaimon, reso a sua volta folle dalla sua ricerca dell’immortalità.
Le creature esiliate iniziarono a riversarsi su Atlantide portando con sé disastri e distruzione, e nei panni di uno dei quattro eroi prescelti, inviati dai numi e dal destino, il giocatore deve attraversare le rovine del continente, combattere contro demoni, divinità malvagie dimenticate e abomini di ogni tipo per sigillare i varchi che minacciano di inghiottire il reame mortale e quello divino.

L’avventura assume dunque i toni di un dark fantasy epico, dove il mito platonico di Atlantide si fonde con l’immaginario sword & sorcery di Conan e le minacce ultradimensionali lovecraftiane.
La lore di Abathor non viene svelata tuttavia in una volta sola ma gradualmente, attraverso una pratica enciclopedia interna divisa per argomenti dove ogni capitolo permette di approfondire i miti, le creature, i luoghi e gli eventi che hanno plasmato Atlantide e il piano dimensionale di Abathor.

Pur rifacendosi a cliché e stilemi tipici del sword & sorcery e del fantasy classico, la scrittura è curata e mai banale: le voci dell’enciclopedia arricchiscono la narrazione e aggiungono profondità a ogni missione, trasformando i combattimenti e le esplorazioni in momenti di vero coinvolgimento. Questa struttura permette al giocatore di scoprire dettagli nascosti, comprendere meglio le motivazioni dei personaggi e sentirsi parte integrante di un mondo coerente e vibrante dove mito e azione convivono in equilibrio.

The Chosens – Gli Eroi di Atlantide

In Abathor, il destino di Atlantide è affidato a quattro campioni leggendari caratterizzati da una missione personale, uno stile di combattimento unico e una serie di abilità specifiche che plasmano profondamente il modo in cui il giocatore affronta i livelli.

Crantor, il barbaro, è la forza bruta e la determinazione fatta carne e ossa. Armato di spada, muscoli possenti e una sete di vendetta indomabile, incarna lo spirito del combattente puro, fedele al dovere e al sacrificio.
Erede di un esule atlantideo contrario allo sfruttamento dissennato delle energie abathoriane, ritorna nel continente per vendicare la sua amata uccisa dal demone Xythul; il suo attacco speciale è potenza pura, ed è l’unico dei quattro a poter schivare qualsiasi tipo di danno con il suo dash.

Sais, la valchiria dagli occhi d’acciaio, combatte con uno scudo impenetrabile, padroneggiando un equilibrio perfetto tra difesa e contrattacco; inviata dagli dei stessi, è in cerca dell’anima del suo amante mortale per potergli dare finalmente pace.
Consigliatissima come personaggio principale per i neofiti, dato che è in grado di bloccare tutti i danni da attacchi ravvicinati e a distanza ma non quelli da contatto.

Kritias, l’assassino, è la velocità che si fa lama. Un fulmine nell’ombra che colpisce e scompare, incarnando la parte più agile del combattimento con tecniche che richiedono precisione e sangue freddo e che in mani (davvero) esperte può ridurre a brandelli anche i titani fuoriusciti da Abathor. Reso immortale e orrendamente sfigurato da Evaimon, Kritias ha visto la sua unica figlia morire di vecchiaia, e per questo motivo ha giurato di uccidere il necromante corrotto con le sue mani.

Azaes, infine, è un essere a metà tra uomo e demone senza memoria del suo passato, unico essere a poter chiudere le porte di Abathor grazie alla sua doppia natura.
La sua forza deriva dall’abisso stesso: assorbendo le anime dei nemici appena uccisi, canalizza le energie oscure di Abathor e le trasforma in potere, e ogni anima assorbita alimenta la sua furia e rende i suoi attacchi base i più potenti a disposizione.

Fate attenzione che questa diversificazione non si limita a differenze superficiali: ogni eroe favorisce approcci distinti, incentiva strategie diverse e si integra in modo particolare con le meccaniche delle varie aree, contribuendo a rendere il gameplay sempre dinamico e sorprendentemente vario.
L’unica eccezione è Kritias, che purtroppo rimane un po’ in ombra sia per il suo design visivo che per le sue meccaniche meno incisive rispetto agli altri campioni, rendendolo un eroe complessivamente più “scialbo” e meno memorabile.

A questo si aggiunge l’assenza discutibile per chi gioca in singolo di un menu di selezione del personaggio direttamente sulla mappa, tra un livello e l’altro, invece di costringerci a entrare nel livello per poi uscire al menu principale e perdere i potenziamenti accumulati che vengono convertiti in valuta da spendere solo quando si incontra il mercante per la prima volta.
Una soluzione poco elegante che spezza il ritmo e penalizza inutilmente l’esperienza del giocatore solitario.


SANGUE, GLORIA E REDENZIONE

Oltre alle abilità intrinseche dei quattro personaggi, Abathor arricchisce ogni livello con una serie di oggetti interattivi e consumabili che ampliano ulteriormente le possibilità offensive: ad esempio, lungo una boss fight è possibile imbattersi in gigantesche balestre da postazione, armi fisse che permettono di infliggere danni devastanti a gruppi di nemici o a minacce particolarmente resistenti.
Nei forzieri — o tramite gli acquisti dal mercante — si trovano invece consumabili che forniscono l’accesso ad armi da lancio, attacchi divini o alla possibilità di evocare automi meccanici dalle forme animali, ciascuno con funzioni e peculiarità ben distinte.

Si passa così dalle più semplici lance o tomahawk, utili contro avversari arroccati in posizioni difficili da raggiungere o poco mobili, all’evocazione di gufi e cavallucci marini meccanici che colpiscono i nemici a distanza e tengono a bada gruppi numerosi mente il nostro personaggio è impegnato ad affrontare altre minacce.
Non mancano anche opzioni più scenografiche e distruttive, come la carica di un possente toro meccanico capace di spazzare intere sezioni di schermo, fino ad arrivare all’attacco devastante di un furioso Poseidone in grado di ribaltare persino le sorti di uno scontro con un boss se usato al momento giusto.

In alcuni livelli è presente anche un particolare minigioco che spezza il ritmo in modo curioso e divertente e che ci elargisce una potentissima ricompensa in caso di successo: durante l’esplorazione può comparire un mostro volante estremamente fastidioso, difficile da colpire e incline a scappare non appena si sente minacciato.
Se riusciremo a tempestarlo di colpi abbastanza a lungo, la creatura lascerà dei cristalli viola, che dovremo raccogliere e che verranno convogliati all’interno di una grande palla di cristallo presente in un misterioso altare nei dintorni. L’obiettivo è riempirla del tutto prima che la bestia riesca a fuggire.

Superata la prova, si sblocca un upgrade unico per il nostro eroe: una creatura potentissima, diversa per ciascuno dei quattro personaggi e perfettamente allineata con le loro abilità distintive. Questa entità, a metà tra un fantasma e un’armatura vivente, si posiziona alle spalle dell’eroe e funge da guardiano, fornendo bonus e poteri aggiuntivi che arricchiscono ulteriormente le possibilità offensive e difensive del protagonista.

Il gameplay di Abathor, come si può capire già dalla quantità di meccaniche descritte sinora, non è solo una dichiarazione d’amore ai grandi classici hack & slash degli anni ’80 e ’90 reinterpretata con una struttura moderna, precisa e sorprendentemente profonda. Parliamo letteralmente del sogno di qualunque ragazzino cresciuto tra il pad di uno SNES e le mazzate a colpi di 500 lire in sala giochi: al centro dell’esperienza c’è un’azione bidimensionale serrata, fatta di colpi, schivate e salti calibrati con attenzione, ma anche di cooperazione e competizione costante tra i giocatori.

L’avventura può essere infatti affrontata in solitaria o fino a quattro giocatori in locale, con un sistema che spinge tanto alla collaborazione quanto alla rivalità: i compagni di squadra condividono gli obiettivi, massacrare mostri, ma competono nel raccogliere crediti che danno accesso a vite aggiuntive, consumabili, armi da lancio o creature e tesori che permettono l’acquisto di potenziamenti.
E la co-op online, che sarebbe stata sicuramente fonte di serate invernali indimenticabili? Purtroppo è assente; una scelta comprensibile, dato il budget limitato di Abathor, ma che comunque toglie un pizzico di magia al titolo.

Citazioni di level design di un certo peso: una torre vertiginosa da scalare, mentre un mostrone colossale la ingoia segmento dopo segmento.

Uno degli aspetti più riusciti di Abathor è senza dubbio la varietà dei livelli: il gioco non si limita a cambiare sfondo o a introdurre nemici diversi — comunque numerosi e ben differenziati — ma costruisce ogni area attorno a meccaniche uniche che influenzano in modo tangibile l’approccio del giocatore, obbligandolo ad adattare costantemente il proprio stile.

Ci sono zone acquatiche che rallentano i movimenti, livelli a visibilità ridotta o alterata, sezioni in cui forti venti modificano i salti, aree cariche di trappole e altre ancora che si sviluppano in verticale o offrono percorsi multipli per raggiungere l’uscita. Alcuni livelli stravolgono del tutto il ritmo, passando da corse folli su carrelli minerari a segmenti in cui Abathor si trasforma per qualche istante in un vero e proprio shoot ’em up 2D.
Tutte queste varianti danno al gioco un’imprevedibilità costante e piacevolmente sorprendente, che porta il giocatore a voler andare continuamente avanti per vedere cosa lo aspetta.

La storia di Abathor si dipana attraverso più di cinquanta livelli suddivisi in regioni sempre più ostili man mano che ci si avvicina ai cancelli infernali.
La longevità e la rigiocabilità, oltre all’essere dovute dal fatto che Abathor è divertentissimo, è rafforzata dalla presenza di due finali distinti che dipendono dalla difficoltà a cui si affronta la partita. Banalmente, dovrete affrontare il titolo alla difficoltà normale per sbloccare la difficoltà estrema, ed arrivare in questo modo alla True Ending.

SFIDA E SACRIFICIO

Abathor non è un gioco che fa sconti: ogni errore è punito, ma mai in modo ingiusto. La curva di difficoltà cresce in modo costante e misurato, dando al giocatore il tempo di respirare grazie a un’equilibrata alternanza tra momenti di esplorazione più rilassata e scontri intensi/sezioni di platforming punitivo.

Ogni boss poi rappresenta una sfida a sé, con pattern elaborati e capacità in grado di cambiare drasticamente il ritmo dell’azione.
Non si tratta mai di semplici “sacchi di punti vita”, ma ciascuno mette alla prova la nostra bravura con i quattro eroi attraverso un vasto range di attacchi che richiedono osservazione e tempismo e fasi che si evolvono man mano che lo scontro procede.

Alcuni nemici puntano sull’aggressività pura, costringendo a mantenere costantemente la distanza, altri alternano momenti di vulnerabilità a improvvisi picchi di intensità e altri ancora trasformano completamente l’arena, introducendo pericoli ambientali, piattaforme che crollano e altri cambi repentini di ritmo che obbligano a ripensare istantaneamente la strategia.
Ma i boss sono solo l’apice di un bestiario sorprendentemente curato dove anche i nemici comuni contribuiscono in modo decisivo al ritmo e alla varietà del gioco, non risultano mai meri ostacoli da eliminare ma veri e propri ingranaggi delle meccaniche di ogni livello.

Alcuni avversari puntano sull’assalto diretto, altri adottano comportamenti più insidiosi — come colpire dalla distanza con strane traiettorie, inseguire il giocatore lungo piattaforme multiple o spuntare dal nulla con attacchi mordi e fuggi.
Non mancano anche nemici che interagiscono con le meccaniche dei livelli stessi: creature che diventano invisibili in condizioni di scarsa visibilità, oppure unità volanti che approfittano dei forti venti a nostro sfavore o del pericolo rappresentato dai precipizi. Questa varietà, unita alla loro disposizione ragionata, fa sì che ogni area presenti una sfida diversa e mantenga costante la sensazione di avanzare in un ecosistema ostile ma sempre coerente.


PIXEL E BLIP BLOP DI MENARE DURO

Le ambientazioni di Abathor sono un vero spettacolo visivo dove ogni livello si distingue per una palette cromatica ricchissima e un’attenzione ai dettagli superiore alla media dei platform retro. Gli scenari, che spaziano da templi sommersi a miniere instabili e da boschi nebbiosi a cimiteri in notti senza stelle, sono tutti progettati con cura e offrono varietà sia estetica che strutturale, conferendo a ciascun ambiente una personalità unica e riconoscibile.

Anche i nemici e i boss ricevono grande attenzione dal punto di vista del design: i modelli sono dettagliati, proporzionati e facilmente distinguibili, con sprite curati e animazioni fluide, mentre gli attacchi sono accompagnati da effetti visivi chiari e incisivi che rendono immediata la lettura dell’azione e valorizzano l’impatto di ogni mossa.
La varietà dei nemici, dai più comuni ai colossali boss, è notevole con creature che spaziano da figure iconiche e riconoscibili a interpretazioni più originali, tutte con un livello di dettaglio e una qualità grafica che dimostrano l’attenzione degli artisti a creare un mondo coerente, dinamico e visivamente appagante.

Una scelta stilistica particolarmente interessante riguarda i personaggi con sprite realizzati in dimensioni molto contenute — circa 32 × 32 pixel — ma che risultano comunque proporzionati e riconoscibilissimi. Questo tipo di “minimalismo tecnico” testimonia la perizia degli artisti, che riescono a esprimere tanto in pochi punti grazie a un design sobrio e funzionale.

Un bellissimo esempio di livello con l’ascensore, sia a livello di gameplay che di design

Abathor poi non nasconde le sue radici e influenze nel design di personaggi, creature e ambienti dove si avvertono forti tributi a classici come Rastan, Golden Axe, Metal Slug e Castlevania, con citazioni visive e atmosfere arcade anni ’80/’90 che fanno da ponte tra nostalgia e innovazione. Questo omaggio non è banale e gli sviluppatori sembrano aver preso l’essenza di quei giochi e reinterpretata con consapevolezza moderna, mantenendo la sensazione retro ma inserendo dettagli e idee che ne aggiornano il linguaggio visivo oltre che strutturale.

La colonna sonora di Abathor si distingue per la varietà e la carica eroica che accompagna l’azione senza risultare mai ripetitiva, composta da professionisti della chiptune con oltre 40 tracce capaci di evocare un’autentica atmosfera anni ’80/’90, adatta sia ai momenti più frenetici che a quelli più raccolti.
La musica sa esaltare gli scontri con i boss e al contempo creare un senso di nostalgia arcade, contribuendo in maniera significativa all’immersione del giocatore.

Il sound design completa perfettamente l’esperienza con suoni distinti e puliti che accompagnano ogni azione, dagli attacchi e magie fino alle evocazioni, mentre gli effetti “pieni” richiamano i cabinati classici e rafforzano l’identità retrò del gioco.
L’accoppiata tra scenari, sprite e effetti sonori crea un insieme coerente e riconoscibile, che non solo enfatizza l’azione ma rafforza il carattere unico di Abathor, rendendolo memorabile sia dal punto di vista visivo che uditivo.


Ringraziamo Pow Pixel Games per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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Abathor (PC)
In Conclusione:
Abathor è un hack’n’slash bidimensionale che riesce nella rara impresa di evocare con fedeltà l’età d’oro dei cabinati e degli action 16-bit, reinterpretandone il linguaggio con una struttura moderna, ricca e sorprendentemente profonda. Pow Pixel Games costruisce un mondo coerente, brutale e mitologico, in cui ogni livello propone idee nuove, meccaniche dedicate e sfide calibrate con cura.
Pregi
Universo narrativo interessante e curato
Gameplay ricco, profondo e immediato
Livelli vari, creativi e mai ripetitivi
Rigiocabilità elevata
Pixel art raffinatissima
Colonna sonora chiptune di alto livello
Difetti
Kritias meno incisivo sia in termini di design che di gameplay
Cambio personaggio non disponibile dalla mappa
Cooperativa solo locale
9
Voto