Sono diverse le produzioni che puntano a esplorare estetiche che richiamano le vecchie console, come PSX, e che propongono svariati contenuti, anche quelli più disturbanti e al limite della morale. Quell’epoca segnata da titoli capaci di far sentire il giocatore come l’artefice di azioni innominabili, sembrava essere svanita dopo l’arrivo delle produzioni tripla A, lasciando un vuoto che solo diverse case indipendenti possono colmare.
PIGFACE si inserisce in questa scia di sangue, presentandosi come un titolo che sfida il perbenismo dei moderni sparatutto in prima persona, rinunciando a una grafica mozzafiato per regalare una resa visiva sporca e sanguinaria.
Dietro a questo gioco si cela la mano di DreadXP, un’etichetta che ha reso celebre l’horror indipendente e le sperimentazioni assurde, decidendo di affidarsi a titolovesyou, un nuovo autore capace di presentare su schermo violenza gratuita. Il progetto si pone come una sfida aperta a chiunque vuole riprovare quelle sensazioni contrastanti di Manhunt o Hotline Miami, trasportando il giocatore in una dimensione dove ogni angolo può nascondere una minaccia letale.

TRAMA
Possiamo dire che la narrazione di PIGFACE non si perde in lunghe introduzioni o spiegazioni, ma preferisce gettare direttamente lo spettatore nel mezzo del terrore, che inizia con un trauma cranico e il ronzio metallico di una voce proveniente da un cellulare. Troviamo Exit, una donna che viene descritta senza troppi giri di parole come una figura terribile dedita ad azioni abominevoli, la quale si risveglia in un magazzino decadente con un ordigno esplosivo impiantato all’interno del suo cranio.
Il ruolo della protagonista è quello della Cleaner, uno spazzino per il crimine organizzato incaricato di eliminare bande rivali e ripulire le tracce di affari andati male, ritrovandosi in un appartamento che si regge a malapena in piedi, ma che funge da rifugio tra una carneficina e l’altra.
L’interessante ambiguità del racconto risiede nella mancanza di resistenza da parte di Exit, la quale accetta con una rassegnazione che sconfina nel piacere di uccidere, lasciando pensare che la bomba nel suo cervello sia solo un catalizzatore per continuare a commettere omicidi senza remore.

Le ambientazioni in cui si svolgono i crimini spaziano da fattorie isolate disperse nel nulla a motel fatiscenti, dove ogni stanza nasconde segreti che sarebbe meglio lasciare sepolti. Il senso di questa oppressione è amplificato dalla frammentarietà dei messaggi che riceviamo, dove le istruzioni per l’omicidio si mescolano a riflessioni ciniche sulla natura umana, lasciando intendere che, chi comanda queste esecuzioni provi un piacere perverso in queste azioni.
GAMEPLAY
L’anima ludica di PIGFACE è una danza massacrante che fonde gli sparatutto degli anni ’90 con la profondità tattica dei più complessi simulatori contemporanei. Ogni missione non è un corridoio pieno di nemici, ma un piccolo ecosistema dove il giocatore è chiamato a pianificare ogni azione, valutando se la furtività sia un’opzione o se sia necessario scatenare un demone per aprirsi la strada. La libertà di prendere diverse strade strategiche viene però bilanciata da una fragilità estrema della protagonista, che non possiede le solite barre della salute che non scendono mai, ma può morire rapidamente sotto i colpi dei nemici che sanno essere letali.
La gestione delle risorse diventa importante, costringendo a scavare all’interno delle aree alla ricerca di un caricatore in più o della morfina che potrebbero fare la differenza tra il successo e una morte dimenticabile tra la spazzatura e il degrado.

Un elemento abbastanza punitivo è l’estrema limitazione dell’inventario, una scelta di design che obbliga a pensare prima di mettere piede sul campo, poiché si può trasportare un’unica arma da fuoco. Questa piccola restrizione trasforma la raccolta delle armi che droppano i nemici in un’esigenza impellente, per cui una volta esauriti i pochi proiettili del proprio armamento, ci si ritrova a imbracciare una vecchia pistola o armi da mischia come coltelli arrugginiti.
Da notare la totale assenza di mirini a schermo o la mira facilitata, che costringe dunque il giocatore ad affidarsi esclusivamente al proprio istinto durante gli scontri più frenetici e ravvicinati, dove ogni errore è morte.
La personalizzazione dell’esperienza passa attraverso il sistema delle maschere che non ha solo una funzione estetica, ma conferisce bonus passivi capaci di alterare il modo in cui affrontiamo le sfide proposte dai vari contratti. Indossare la maschera Jawbreaker Juggernaut incoraggia un approccio molto fisico e verticale, aumentando l’altezza dei salti e la resistenza ai danni per chi preferisce piombare come Ezio Auditore sui propri bersagli. La scelta di scegliere una maschera non è banale, poiché il sistema di ricompense punisce i fallimenti attraverso le spese ospedaliere.

I nemici, sebbene mostrino pattern imprevedibili che possono sembrare difetti dell’intelligenza artificiale, reagiscono ai colpi con una fisicità disturbante, rotolando a terra o urlando di dolore prima di giacere definitivamente. Questo realismo eleva il titolo oltre il semplice sparatutto retrò, trasformandolo in una vera e propria prova dove la padronanza delle meccaniche di gioco deve camminare di pari passo con una pianificazione a lungo termine.
COMPARTO ARTISTICO E TECNICO
Per quanto riguarda il comparto artistico, in PIGFACE si eleva l’estetica low-poly − caratterizzata da modelli spigolosi e texture sgranate − a forma d’arte attraverso l’applicazione di filtri che simulano il degrado di un vecchio CD-ROM o di una trasmissione televisiva disturbata, in cui le tonalità marroni dominano incontrastate un panorama urbano che sembra non conoscere la luce del sole. Questa scelta cromatica acquisisce una coerenza tematica incredibile, andando a sottolineare il marciume di un’ambientazione dove la sporcizia non è un dettaglio decorativo, ma la sostanza stessa del mondo di gioco.
Le animazioni dei personaggi comunicano una violenza priva di fronzoli, con nemici che esplodono in nuvole rosse o che si accasciano al suolo seguendo le leggi della fisica quasi a voler sottolineare la fragilità del corpo umano di fronte a un freddo corpo di fuoco. Nonostante la semplicità visiva, il motore grafico gestisce i particellari per simulare gli schizzi di sangue che rimangono impressi sulle superfici.

Continuando con il comparto tecnico, PIGFACE si presenta solido, garantendo una fluidità che non viene mai compromessa nemmeno nelle situazioni più caotiche, offrendo una buona ottimizzazione per le configurazioni meno recenti. Sebbene abbiamo notato dei piccoli glitch legati alle collisioni, la sensazione generale è quella di un prodotto che utilizza la propria architettura tecnica per accompagnare una visione artistica coerente e priva di compromessi.
Ultimo, ma non per importanza, abbiamo il comparto sonoro che compie un ottimo lavoro fondendo ritmi legati a sonorità fredde e aliene dei sintetizzatori, creando un’atmosfera che pare sospesa tra un rituale antico e un futuro distopico dominato dalle macchine. Il ronzio persistente della bomba nel cranio della protagonista e i suoni prodotti dai colpi che impattano sulle superfici contribuiscono a creare un senso di immersione importante.
Ringraziamo Evolve PR per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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