Durante la settimana della Gamescom, abbiamo avuto l’opportunità di provare uno dei survival horror più attesi dell’anno: Dying Light: the Beast, spin-off della saga omonima, originariamente concepito come DLC.
Dopo un secondo episodio che ha lasciato qualche delusione tra i fan della serie, con questo nuovo titolo gli sviluppatori puntano a fare marcia indietro, cercando di recuperare gli elementi che resero il primo capitolo così unico e apprezzato.

Il titolo originale ottenne infatti un grande successo grazie al suo approccio innovativo al genere survival horror, puntando molto sul parkour e sull’esplorazione, senza trascurare una trama avvincente che arricchiva l’intera esperienza di gioco.
Parkour e tanta violenza
La nostra prova ci ha dato l’opportunità di avere una panoramica completa delle meccaniche principali del titolo, che risultano in linea di massima molto simili a quelle delle precedenti installazioni. Non appena avviata la demo, ci siamo trovati di fronte a uno dei sopravvissuti dell’avamposto, che ci ha assegnato una missione secondaria piuttosto semplice, in linea con quelle che riceveremo abitualmente nel mondo di gioco.
Successivamente, ci siamo ritrovati nel bel mezzo dell’azione, lanciandoci agilmente tra i tetti della città alla ricerca del nostro obiettivo. Essendo sempre stato un elemento distintivo della serie, il parkour non poteva che essere perfetto, e infatti non ci ha affatto delusi. La sua tipica frenesia è rimasta intatta, conferendo al traversing una dimensione di puro divertimento e spingendoci a esplorare con entusiasmo ogni angolo del mondo di gioco.

Non può esistere, ovviamente, un Dying Light senza zombie, e la demo che abbiamo provato ne presentava diversi tipi. Proprio al centro del nostro obiettivo vi erano un gruppo di questi, formato da alcuni normali ed altri più robusti e complessi da abbattere.
Le fasi di combattimento sono riuscite a trasmetterci il medesimo feeling dei titoli passati, che già riusciva a bilanciare momenti di grande difficoltà, specialmente di notte, ad altri in cui, con un po’ di impegno e tanti proiettili, saremo in grado di fare una mattanza di non morti.
Inoltre, abbiamo avuto anche l’opportunità di provare a sopravvivere al calare della notte, uno degli aspetti più temuti e suggestivi del gioco, che è riuscito a terrorizzarci esattamente come nei capitoli passati.
Per respingere le orde di zombie, avremo a disposizione una varietà di armi corpo a corpo e da fuoco, ognuna delle quali avrà un’efficacia variabile a seconda della tipologia di nemico. Il sistema di combattimento, come da aspettative, ci è sembrato solido e molto divertente, anche nei momenti più frenetici, quando ci troveremo braccati da una moltitudine di nemici e costretti a fuggire. A contribuire a questa sensazione, c’è anche un buon livello di dettaglio nel gore, che rende ogni scontro ancora più immersivo e viscerale.

Dal punto di vista grafico, Dying Light: The Beast non ci è sembrato particolarmente all’altezza, soprattutto per quanto riguarda le texture. Nella versione demo, quest’ultime appaiono a tratti poco dettagliate e non riescono ad essere completamente conformi agli standard della next-gen, risultando comunque lungi dall’essere inaccettabili.
Del medesimo problema soffrono alcuni modelli, anch’essi non particolarmente brillanti; tuttavia, la mappa e specialmente l’HUB risultano essere visivamente unici e ricolmi di punti d’interesse, facendoci pensare che un’esplorazione più approfondita all’interno del gioco completo potrebbe rivelarsi molto invitante.
In conclusione, Dying Light: the Beast appare molto promettente ed ha il potenziale per riconquistare l’attenzione dei fan storici, dopo la piccola delusione causata dal secondo capitolo. A parte alcune problematiche a livello grafico, sembra destinato a offrire un’esperienza divertente e in linea con gli elevati standard fissati dal primo apprezzatissimo titolo della saga.
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