This Bed We Made è uno di quei giochi che si distinguono per un’idea tanto semplice quanto geniale: il primo titolo dello studio canadese Lowbirth Games prende una professione che nessuno si aspetterebbe di vedere al centro di un thriller investigativo, quella della cameriera d’albergo, e la trasforma nel cuore dell’intera esperienza. Il risultato è un giallo ambientato negli anni Cinquanta, capace di brillare in un mercato sempre più dominato da produzioni simili tra loro grazie a un concept originale e a un’identità ben precisa.
Per certi versi potrebbe sembrare un incontro improbabile tra Life is Strange e un film di Alfred Hitchcock: dal primo, il gameplay e il peso delle scelte; dal secondo, l’atmosfera e la suspense che accompagnano l’intera avventura.
Pubblicato quasi in sordina, non ha suscitato molto clamore come altri titoli; eppure, chi gli ha dato una possibilità si è trovato di fronte a un thriller investigativo sorprendentemente curato ed è proprio per questo che si merita un posto nella nostra rubrica Fuori Sync!
PRIMA REGOLA: ESSERE INVISIBILI
Il gioco inizia con un avvertimento: le decisioni prese (e anche quelle non prese) determineranno il nostro destino e pochi istanti dopo, ci troviamo nei panni di Sophie Roy, una giovane cameriera dell’hotel Clarington che sta per essere interrogata dalla polizia.
Sappiamo che qualcosa le è andato terribilmente storto, ma non abbiamo idea di cosa sia successo e, infatti, quando il detective le chiede di raccontare tutto dall’inizio, il gioco ci riporta alla mattina di quel giorno e vediamo la nostra Sophie intenta a pulire una delle camere dell’hotel.
All’apparenza sembra la classica ragazza timida, educata e riservata, ma il problema è lasciarla da sola in una stanza: nel giro di pochi secondi sta già aprendo cassetti, leggendo lettere private e curiosando ovunque… diciamo che il concetto di privacy non è esattamente il suo punto forte.
L’esplorazione, l’interazione con gli oggetti e i continui commenti di Sophie richiamano immediatamente le meccaniche di gioco di Life is Strange.

La trovata più brillante, però, è un’altra: vestiamo i panni di una persona qualunque, invisibile agli occhi di tutti, che sfrutta il proprio lavoro per osservare ciò che nessun altro nota.
È qui che il richiamo ad Alfred Hitchcock va oltre la semplice atmosfera: come in molti dei suoi thriller, i protagonisti sono spesso persone comuni che finiscono per essere coinvolte in qualcosa di molto più grande di loro.
Sophie non è una detective, ma ha solo un discreto talento nel ficcare il naso negli affari degli altri… dopotutto, è una divoratrice di riviste di gossip.
E quello che inizialmente sembra una semplice curiosità si trasforma ben presto in qualcosa di molto più pericoloso: tutto parte quasi per caso, con la scoperta di uno stalking ai danni di Sophie, ma il mistero cresce fino a coinvolgere alcuni ospiti dell’hotel.

Documenti, lettere d’amore nascoste e piccoli segreti diventano i tasselli di un’indagine destinata a prendere una piega decisamente più oscura.
A rendere tutto ancora più interessante è il gameplay, che trasforma il nostro lavoro di cameriera nello strumento principale dell’indagine: mentre rifacciamo un letto, svuotiamo un cestino o riordiniamo una stanza, possiamo interagire con gli oggetti che troviamo, decidendo se lasciarli al loro posto oppure disfarcene.
Ed è proprio questa libertà a rendere ogni scelta significativa, in quanto This Bed We Made non ci chiede soltanto di trovare indizi, ci chiede di decidere cosa farne, e ogni nostra azione (o omissione) contribuisce a modellare la storia e il destino dei personaggi.
Conviene lasciare tutto al proprio posto, oppure sbarazzarci di alcune prove, sapendo che questo potrebbe cambiare il destino di qualcuno? Il gioco non ci offre mai una risposta giusta e, nel dubbio, conviene ricordare la prima regola del manuale della cameriera: essere invisibili.
OGNI STANZA RACCONTA UNA STORIA
This Bed We Made ci dimostra anche che, con poche ambientazioni, è possibile costruire un mondo credibile, capace di trasmettere costantemente la sensazione di essere vissuto.
Anche senza incontrare direttamente gli ospiti e gran parte dei dipendenti, finiamo per conoscerli attraverso le loro tracce: esplorando le camere, gli spogliatoi e gli altri spazi dell’hotel, il gioco ci invita a osservare e riflettere, ricostruendo le vite di chi è passato prima di noi.

Ogni ambiente, quindi, diventa un piccolo puzzle narrativo: c’è chi trasforma il bagno della propria stanza in una camera oscura per sviluppare fotografie compromettenti, chi nasconde lettere d’amore in una valigia chiusa a chiave e chi dissemina messaggi in codice nei condotti dell’hotel per comunicare. Ogni oggetto racconta qualcosa e può nascondere anche un indizio, ma spetta a noi capire quali dettagli siano davvero importanti e come collegarli tra loro.
UN INVESTIGATIVO CHE NON TI PRENDE PER MANO
Un altro aspetto interessante è che This Bed We Made non ha alcuna intenzione di aiutarti nella ricerca; pretende attenzione e premia chi osserva ogni dettaglio: infatti, nel corso dell’indagine decifreremo messaggi in codice, apriremo le casseforti degli ospiti e collegheremo indizi sparsi in stanze diverse, ma il gioco non ci prende mai per mano.
Gli enigmi non si risolvono seguendo un indicatore sullo schermo, bensì osservando, ragionando e mettendo insieme i pezzi ed è proprio per questo che, quando si arriva alla soluzione, la soddisfazione è autentica, perché sembra davvero di averla raggiunta con le proprie forze.
Naturalmente, bisogna essere scrupolosi: vale la pena aprire quel cassetto in più, tornare in una stanza visitata mezz’ora prima o ricordarsi di quel dettaglio che sembrava insignificante e che, all’improvviso, diventa la chiave per capire tutto il resto.

Sì, Sophie può fare qualche osservazione a voce alta e il diario raccoglie le informazioni più importanti emerse durante l’indagine, ma il gioco non rivela mai esplicitamente la soluzione.
L’unico vero limite è un’interfaccia non sempre intuitiva: capire con quali oggetti sia possibile interagire e quali facciano semplicemente parte dell’arredamento richiede spesso di passare il cursore su ogni elemento della stanza, rendendo l’esplorazione a tratti un po’ macchinosa. È una piccola sbavatura e la qualità dell’esperienza investigativa non viene compromessa.
UN THRILLER CHE VIVE DEI SUOI DETTAGLI
This Bed We Made non si limita a raccontare un mistero, poiché la storia ruota anche attorno ai piccoli drammi quotidiani dell’hotel: pettegolezzi, relazioni clandestine e qualche episodio di negligenza tra i dipendenti. Anche qui il gioco ci pone continuamente davanti a una scelta e, infatti, possiamo chiudere un occhio, coprire qualcuno oppure raccontare la verità, sapendo che ogni decisione può avere conseguenze anche sul destino dell’hotel.
A rendere tutto ancora più credibile contribuisce la ricostruzione degli anni Cinquanta, poiché non è soltanto una questione di arredamento, di costumi o di musica: l’hotel racconta continuamente la mentalità dell’epoca attraverso piccoli dettagli. Basta sfogliare un giornale, osservare una pubblicità o leggere un volantino per capire come venivano percepiti temi come la malattia mentale, l‘omosessualità o il ruolo della donna.

Nel frattempo c’è spazio anche per costruire un rapporto più personale con alcuni personaggi tramite le romance che, pur non occupando mai il centro della scena, rappresentano un’aggiunta piacevole capace di rendere Sophie ancora più umana e aumentare la rigiocabilità, non soltanto per scoprire finali diversi, ma anche per esplorare nuove dinamiche tra i personaggi.
Il merito, però, non è soltanto della scrittura: il doppiaggio contribuisce a dare spessore ai personaggi e rende credibili anche le conversazioni più semplici.
Allo stesso modo, la regia sorprende per la cura con cui costruisce molte scene: i giochi di luce nei corridoi, le inquadrature durante i dialoghi e quel tocco noir nella composizione dell’immagine ricordano più un thriller psicologico che un classico investigativo indie.
Certo, qualche limite c’è: una durata leggermente più generosa avrebbe permesso di approfondire meglio alcuni personaggi e di aumentare ulteriormente la tensione, ma, considerando che è il primo gioco di Lowbirth Games, è difficile non rimanere colpiti dalla sicurezza con cui lo studio mette in scena le proprie idee.

Si concentra su un’idea semplice, la sviluppa con intelligenza e costruisce attorno ad essa un piccolo thriller capace di tenerti incollato fino ai titoli di coda.
Mentre Lowbirth Games ha già annunciato un DLC del gioco: Lost and Found: A This Bed We Made Story, viene spontaneo sperare che sempre più persone decidano di recuperare questa piccola chicca investigativa.
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