Esistono titoli che attirano nuovi giocatori per le meccaniche proposte, per la storia, oppure semplicemente per il loro nome e quello della loro casa di produzione.
Altri, invece, riescono a catturare l’attenzione con la grafica, l’ambientazione… tutto quell’insieme di elementi che si può riassumere con il termine “vibes”.
Perché è così che D-topia si presenta, non come un titolo che vuole rivoluzionare il mondo videoludico moderno, nemmeno come il nuovo action dalla grafica ultra-realistica.
È un gioco che si mostra in tutta la sua semplicità, uno di quelli che oggi vengono definiti “cozy games”, titoli che ci portano per alcune ore altrove, in un mondo tranquillo e rilassante, dove possiamo liberarci dai nostri pensieri.
Tuttavia, vi è altro nell’ultimo titolo di Marumittu Games o è solo estetica, senza contenuto? Scopriamolo assieme.
Breve precisazione: il titolo è stato giocato in inglese, quindi alcuni termini specifici saranno tratti da questa versione e non da quella italiana.
TRAMA
D-topia ci trasporta su D-topia, appunto, un quartiere residenziale da qualche parte nell’universo, in un futuro non ben precisato. L’importante è sapere quale sia il suo scopo: creare un paradiso per gli esseri umani, un luogo in cui possono essere finalmente felici e senza pensieri.
Questo perché alle persone viene richiesto pressoché nulla, se non godersi le loro vite; infatti, la cittadina è gestita interamente dall’IA che si occupa dei negozi, delle pulizie, della distribuzione di cibo, ma anche della sorveglianza e del rispetto delle norme.
Dunque, qual è il nostro ruolo in tutto ciò? Noi siamo Shiro, un giovane che si è appena trasferito a D-topia con il ruolo di Facilitator, ovvero aiutare le persone con problemi che l’IA non sa gestire perfettamente.

Perché sì, man mano che converseremo con gli abitanti scopriremo che questa utopia non è perfetta, ha dei punti d’ombra, incongruenze naturali di un sistema basato su pura logica gestionale che vuole controllare persone imperfette nella loro umanità.
Quindi spetta a noi decidere, soppesare e trarre conclusioni su alcune situazioni che cambieranno non solo il destino degli abitanti, ma anche della stessa D-topia.
Come si può notare, il gioco si presenta come uno slice of life, scandito in sette giornate in cui scopriremo questo nuovo mondo, ma al contempo ci porremo domande etiche e filosofiche su cosa possa essere giusto o sbagliato quando si ricerca la felicità delle persone.
Per quanto, però, gli intenti siano buoni e i dilemmi messi sul piatto affascinanti, le scelte in sé sono abbastanza nette, tanto che è quasi impossibile non raggiungere il good ending a meno che non si ricerchi il bad ending per completismo.

Le interazioni in sé sono carine e piacevoli, tutti i personaggi hanno una buona caratterizzazione, adatta al tempo di gioco, e si è sempre curiosi di parlare con loro, giorno dopo giorno, per conoscerli meglio. Lo stesso world building, per quanto non approfondito nei minimi dettagli, è solido e credibile, anche perché ci vengono dati indizi sul mondo esterno a D-topia, mostrandoci quanto la realtà che viviamo sia piccola e unica nel suo essere.
Si potrebbe dire che, tra tutti, è proprio il protagonista ad avere meno personalità, ma è evidente che debba essere un foglio bianco, se valutiamo bene la trama e gli intenti del titolo: siamo noi a plasmare il suo carattere con le nostre scelte, una progressione in linea e congruente con i temi del titolo, soprattutto il finale.
La struttura narrativa, dunque, funziona, crea curiosità ed è ben costruita, se non in alcune battute finali, dove alcune soluzioni paiono forzate rispetto alle precedenti, con deus ex machina che sembrano strani per un titolo che, fino a quel momento, ha saputo gestire il suo tempo.
GAMEPLAY
Da come si è potuto intuire, gran parte del gameplay si basa sulle interazioni con i vari personaggi, tra scelte di dialogo e sezioni di Brain Meeting, i momenti in cui dobbiamo prendere le decisioni più importanti. Queste non sono semplici domande a scelta multipla, ma un vero e proprio processo cognitivo, realizzato con un diorama a scelta multipla, che ci permette di soppesare ogni decisione e valutare bene la situazione, prima di dare una sentenza definitiva.
Tuttavia, vi è altro in D-topia: non si tratta di una nuda e pura graphic novel, ma vi sono anche dei momenti di interazione con il mondo circostante, scanditi dal ritmo delle placide giornate all’interno di questo centro residenziale.
I più importanti, dopo i dialoghi, sono i puzzle mini-game, introdotti come forma di “lavoro” nella prima parte della giornata, ma poi utili quando dovremo correggere i malfunzionamenti dei bot.

Perché sì, tra i nostri compiti di Facilitator vi è anche quello del meccanico riparatore, poiché i robot si rompono e non possono aggiustarsi da soli, motivo per cui spetta a noi risolvere anche questo problema. I puzzle sono abbastanza semplici e intuitivi, degli scaccia-pensieri che si potrebbero trovare sul cellulare, per passare il tempo, adatti all’atmosfera che il gioco vuole creare; forse l’ultimo in alcuni punti non è molto chiaro, ma tentativo dopo tentativo è risolvibile.
Oltre a ciò, vi sono collezionabili da trovare, oggetti da acquistare che sbloccano mini-abilità e NPC con cui interagire, diversi di giorno in giorno e nei vari momenti della giornata.
Potrebbe non sembrare molto, ma si tratta sempre di un cozy game di breve durata e, per quanto semplici, sono azioni che ci immergono ancora più in D-topia e ce la fanno vivere, lontani dalla frenesia del nostro mondo.

Tuttavia, c’è un lato leggermente frustrante in tutta questa calma: il gioco non gestisce al meglio i salvataggi, soprattutto per chi vuole tentare più run senza rovinare le precedenti, in quanto dovrà rigiocare tutto il titolo per giungere a una conclusione diversa, sempre e ogni volta.
Soprattutto sul finale si sente questa mancanza, quella di uno slot che ci permetta di salvare anche durante i momenti della giornata, evitando di ripercorrere dialoghi non skippabili per raggiungere anche un piccolo obiettivo.
COMPARTO ARTISTICO E TECNICO
Il gioco è minimalista in molti suoi aspetti: i modelli 3D sono in low poly, con texture piatte e una palette di colori che, per quanto fredda, riesce a cullarti in un tiepido abbraccio capace di ammorbidire i tuoi sensi.
Questo finché non si attiva il “cambio schermo”, la versione alternativa del mondo, nella quale ci viene permesso di aggiustare i vari bug dei robot, dove gli unici due colori presenti sono l’azzurro e il nero, consegnandoci così un ambiente più sinistro e spoglio.
Le animazioni dei personaggi sono essenziali, concentrate sulla parte superiore del corpo, soprattutto durante i dialoghi, ma sono così ben amalgamate che rendono ognuno di loro sempre credibile, immerso in un mondo che ha deciso di muoversi con più calma. Infatti riescono a dare personalità a tutti gli NPC, accompagnati da animazioni 2D del volto, semplici pure loro, ma efficaci; la grafica stessa è minimale, forse essenziale, e mantiene costanti i colori azzurrini e bianchi.

Le musiche sono adatte e perfette per l’ambiente di gioco presentato, in quanto sono brani che si potrebbero definire lo-fi, adatti per restare sullo sfondo, a rilassare chi li ascolta, magari occupato in altre attività. A essi si contrappongono dei momenti di puro silenzio, dove si sentono solo gli effetti sonori, istanti in cui prevale un senso di alienazione e sottile inquietudine.
Non è presente un doppiaggio, i testi sono tutti da leggere, ma forse sarebbe stato un eccesso, un suono che avrebbe rotto l’armonia eterea creata dal comparto visivo e audio.
Dal lato tecnico, non sono stati riscontrati bug e imperfezioni evidenti, mostrando che D-topia è un titolo pulito e ben ottimizzato, almeno nella sua versione da PC.
Ringraziamo Annapurna Interactive per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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