Parlare di Carmageddon nel 2026 significa toccare un nervo scoperto per chiunque abbia vissuto l’epoca d’oro dei titoli “politicamente scorretti” degli anni ’90. C’è stato un tempo in cui quel nome — insieme a compagni di scandalo del calibro di Mortal Kombat, Postal e Duke Nukem — non evocava soltanto divertimento, ma accendeva veri e propri dibattiti parlamentari, censure creative (chi ricorda il sangue verde o i pedoni trasformati in zombie e robot?) e quella sensazione proibita di star facendo qualcosa che, semplicemente, non si sarebbe dovuto fare su uno schermo.
Il tutto spinto all’estremo, nella maniera più violentemente creativa possibile: anarchia motorizzata allo stato puro, una libertà ludica e un carisma talmente debordanti da riuscire a coprire senza troppi sforzi anche i difetti più evidenti del gioco.
Tuttavia, il peso degli anni si è fatto sentire. Dopo i tentativi poco brillanti dal 2000 al 2015 (progetti che cercavano di replicare la magia originale senza però capirne davvero gli elementi che ne garantirono il successo, e la loro necessaria evoluzione) il franchise sembrava destinato a restare un ricordo sbiadito sotto uno strato di ruggine e fumo nero.
Per quasi un decennio, il brand è rimasto in un limbo, vittima di un ventennio ricco di tragedie su cui non è facile scherzare e di un mercato che sembrava aver dimenticato quanto potesse essere liberatorio travolgere tutto ciò che si muove, lanciati a 200 km/h su un corazzato armato di trivella gigante.
Complici le infinite polemiche sul politically correct, che da entrambi le parti della barricata ormai ammorbano e sterilizzano buona parte del dibattito mediatico contemporaneo, è arrivato il colpo di scena che davvero nessuno si aspettava. Quando ormai le speranze di rivedere Carmageddon in pista erano pressoché nulle i ragazzi di 34BigThings, lo studio torinese che ha ridefinito il concetto di velocità con gli eccellenti Redout, hanno deciso di rimettere mano alla leggenda.
Ma attenzione: non si tratta dell’ennesima operazione nostalgia né di un semplice lifting grafico pensato per cavalcare ricordi ormai sbiaditi.
Sterzando bruscamente verso una direzione inaspettata — quella del roguelite — hanno deciso di decostruire e ricostruire il mito. Carmageddon: Rogue Shift non è solo un seguito; è una reinterpretazione brutale che scambia la linearità del passato con la frenesia dei cicli di morte e rinascita che ormai hanno contaminato tantissimi generi diversi fra loro. La domanda sorge però spontanea: può la struttura tipica di titoli come Hades o Dead Cells sposarsi con il caos primordiale di un’auto corazzata che sventra pedoni e lamiere?

Allacciate le cinture (anche se in effetti non servono a molto), perché la risposta è più complessa di quanto possiate immaginare.
ZOMBIE CIECO, CENTO PUNTI!
L’incipit narrativo riprende uno dei concetti su cui si è sempre basata la trama — parecchio ballerina, va detto — dei vecchi Carmageddon, o meglio su cui si basava un contesto narrativo di comodo: siamo in un futuro distopico. I l mondo è ormai una landa desolata, dove poche megalopoli inquinate di notte sono assediate dai “Perduti”, o ”Wasted” in inglese, una massa infinita di zombi e creature mutate dall’esposizione prolungata a un particolarmente nocivo cibo sintetico. L’unica via di fuga per gli abitanti dei grattacieli-fortezza è partecipare alla Carmageddon, una serie di corse mortali il cui premio finale è l’accesso all’ultimo spazio-porto rimasto, per fuggire da un pianeta Terra ormai destinato all’annichilimento.
Una premessa che, storicamente, è sempre servita più a giustificare determinate scelte di design che a raccontare davvero qualcosa: nei Carmageddon originali, infatti, la presenza di zombi al posto dei pedoni rappresentava il compromesso narrativo adottato per giustificare le differenti versioni del gioco. A seconda dei mercati e delle edizioni, censurate o meno, ci si ritrovava così a investire esseri umani e animali, robot, zombie o persino improbabili dinosauri.
Una soluzione tanto goffa quanto geniale, che tentava di allontanare in alcuni paesi — almeno formalmente — il gioco dalle polemiche e dall’accostamento diretto a Death Race 2000, la leggendaria pellicola cinematografica dalla quale Carmageddon avrebbe dovuto inizialmente nascere come tie-in videoludico.
Il problema è che Rogue Shift questa cornice narrativa la accantona, in maniera ancora più estrema dei suoi predecessori, dove era solamente una scusa per lanciarsi al massacro. Tutte le informazioni realmente rilevanti sulla trama del gioco, così come i pochi accenni di lore, sono infatti relegati al sito ufficiale e a materiali esterni al gioco, mentre l’esperienza ludica vera e propria si limita a suggerirne l’esistenza senza mai neanche menzionarli.

All’interno del gioco trovano comunque spazio alcune pregevoli cutscene, portate avanti attraverso artwork animati dal forte impatto visivo. Si tratta però di interventi sporadici, più evocativi che narrativi, che funzionano come cornice estetica ma non riescono mai a trasformarsi in un vero collante narrativo tra una run e l’altra. Il risultato è un contesto interessante, coerente con la tradizione di Carmageddon, ma sfruttato in maniera minimale, quasi accessoria, laddove avrebbe potuto rappresentare un elemento distintivo ben più incisivo.
UN’EREDITÀ PERDUTA
E se da un lato non possiamo lamentarci troppo della mancanza di un universo narrativo ben costruito e narrato — sebbene nel moderno mercato videoludico questo sia ormai quasi d’obbligo — dobbiamo purtroppo constatare come tutti gli elementi assolutamente caratteristici e carismatici del buon vecchio Carmageddon siano stati messi da parte. I vecchi personaggi della serie? Scomparsi. Sognavate di rivedere la telecamera del cockpit che riprendeva le assurde espressioni di Max Damage o Die Anna ? magari con quella nostalgica tecnica in FMV tipica della fine degli anni ’90? Scordatevelo.

E questa mancanza non si estende solo ai protagonisti, sostituiti da un’anonimo avatar con su un casco, e giusto nelle rare cinematiche. Le schede informative con tutte le (rade) informazioni sui matti lunatici alla Wacky Races su cui dovevamo schiantarci, come Screwie Lewie, Vlad, Ed 101, i fratelli Grimm oPussy LaGore? Sparite nel nulla. Rimangono soltanto vaghi accenni, presenti praticamente solo come scritte a schermo (abbastanza inutili) sopra gli anonimi veicoli che si metteranno sul nostro cammino , che citano gli Autoscum, il capo della polizia Chief Biggun e pochi altri. Tutto il cast, che contribuiva in maniera fondamentale al carisma della serie, è stato praticamente cancellato.
E il problema purtroppo non si estende solo ai personaggi: anche i veicoli tipici della serie, quei bolidi pazzi, improbabili e spesso assolutamente incontrollabili che definivano gran parte del divertimento di Carmageddon, sono stati completamente messi da parte. Al loro posto troviamo dei sostituti più funzionali e ispirati a delle gloriose controparti reali come la Lancia Delta e la Renault 5 Turbo ma — eccezione fatta per pochi modelli — tutte assolutamente incolore e facilmente dimenticabili. L’originale follia meccanica fatta di spunzoni e armi bianche di ogni tipo, integrate nei basilari modelli, che rendevano ogni incidente imprevedibile e spettacolare, è stata sostituita da auto strutturalmente più regolari, idem per la fisica delle sportellate e i tamponamenti tra veicoli, incapaci di trasmettere quel mix di caos, carisma e puro divertimento irriverente che era il marchio di fabbrica della serie.
Ci sono comunque alcuni veicoli “boss”, pensati per tentare di riprendere quello spirito folle e irriverente che caratterizzava i capostipiti della saga. Purtroppo, l’effetto è spesso minimo: queste macchine speciali non riescono a restituire l’assurdità e la personalità dei vecchi bolidi iconici, restando più dei cameo scenici che veri protagonisti del caos su quattro ruote.

Anche le mappe, un tempo ricche di dettagli, easter egg, segreti e scorciatoie impensabili che rendevano ogni corsa unica e memorabile, sono state ridotte a scenari generici in stile post-apocalisse urbana: prive di identità e completamente incapaci di sorprendere il giocatore come accadeva un tempo. Anche in questo caso, in confronto alle glorie passate le mappe risultano troppo generiche e uniformi per esaltare davvero il loro ruolo, e tutto il contesto appare più una cornice funzionale che un vero mondo vivo da esplorare (e uccidere).
Il non aver voluto riprendere e magari modernizzare tutti questi elementi così iconici è, dal nostro punto di vista, il difetto più grave di Rogue Shift, e francamente resta difficile capire perché i 34BigThings abbiano voluto operare una scelta così controversa, rinunciando a tutto ciò che dava anima e personalità alla serie.
“Si, ma caro redattore”, direte voi, “Va bene tutto, ma Carmageddon era prima di tutto il nostro amato eccidio di pedoni innocenti di ogni forma e dimensione, possiamo ancora mettere sotto il vecchio col deambulatore e la pettoruta bagnina con quel soddisfacente SQUISH di sottofondo?”

Nope. Spariti. Sostituiti da orde di zombie e bestie schifoidi di ogni forma e dimensione, abbastanza scialbe e generiche anch’esse. Tuttavia, considerate le tensioni globali e gli eventi reali che separano il primo Carmageddon da questo, è forse l’unica recriminazione che non ci sentiamo in grado di muovere. Del resto, spiattellare pedoni umani in maniera spettacolarmente creativa non sembra proprio il modo migliore per vedersi pubblicare un titolo nel 2026, se non ti chiami Rockstar Games. Anche degli open world moderni, eredi di saghe storicamente pregne di incidenti automobilistici mortali, comeMafia: Terra Madre (che abbiamo recensito qui), eliminavano quasi del tutto la possibilità di fare del male a passanti inermi.
CORRI, DISTRUGGI, RIPETI:
LA SVOLTA ROGUELITE
Il cuore pulsante dell’esperienza di Carmageddon: Rogue Shift risiede nel suo nuovo loop di gameplay, una campagna roguelite che miscela corse letali, combattimenti e progressione persistente. Ogni run si sviluppa come una serie di eventi generati proceduralmente, ma attenzione: questo riguarda solo la successione degli eventi, mentre le mappe non sono randomizzate. La qualità del level design è infatti piuttosto alta ( seppure le ambientazioni, come detto poco prima, siano parecchio generiche) e ogni livello conserva una struttura fissa unica, con strade, scorciatoie e rampe prestabilite.

Il sistema a progressione randomica mette il giocatore di fronte a scelte strategiche sul percorso da seguire, alternando gare, visite dal meccanico per potenziare o sostituire armi e perk, eventi élite che offrono ricompense maggiori ma sono più impegnativi, e boss fight contro mastodontici camion corazzati o velocissimi veicoli speciali. Il tutto garantisce una varietà e una tensione costante, in pieno stile roguelite. Sceglierete un percorso che vi porterà in un garage a sostituire la sparapiselli che montate di base sulla vostra auto o preferirete riparare il vostro mezzo? Oserete affrontare una gara elité solo perché il tracciato vi sembra adatto alle caratteristiche del vostro veicolo o andrete sul sicuro? Ogni partita vi metterà di fronte a decine di scelte come queste.
Ma come si completano le gare? Dimenticate il free-roaming totale dei capitoli classici e la libertà assoluta con cui ogni mappa poteva essere completata: uccidendo tutti i pedoni, distruggendo i concorrenti o semplicemente gareggiando come in una corsa normale. In Rogue Shift, le auto rivali tornano in pista e gli zombie rappresentano un’orda che non potrete estinguere, quindi per vincere gli eventi normali sarà necessario piazzarsi almeno al terzo posto del podio, anche se alcune gare particolarmente ostiche richiederanno di arrivare primi.
A mettersi tra noi e la vittoria non ci saranno solo un numero variabile di concorrenti, ma anche le pattuglie di Enforcers, la polizia del mondo diCarmageddon: Rogue Shift e le crescenti orde di Perduti, che presi in piccoli numeri sono meno che un fastidio, ma che in grossi branchi diverranno una spina nel fianco, oltre che potenzialmente pericolosi.

Oltre alle gare standard, ci saranno le survival race, in cui dovremo completare, assediati da vigilanti e zombie, l’intero tracciato entro un limite di tempo, e le boss fight, in cui dovremo sconfiggere il boss di turno o arrivare prima di lui al traguardo, mantenendo almeno un punto HP e rispettando i vincoli temporali.
Un’altra differenza importante rispetto ai capitoli classici riguarda i power-up: i tanti bonus folli e caotici delle vecchie edizioni sono stati eliminati, e qui troveremo solamente oggetti che ripristinano la salute del veicolo e munizioni da caricare nelle nostre armi. Anche il sistema di armi è stato rivisto: sono presenti diverse tipologie, dai fucili a pompa ai mitragliatori, fino a railgun e laser, tutte potenziabili e sostituibili tra un evento e l’altro. Questa meccanica permette di adattare lo stile di combattimento a ogni run, combinando veicoli, armi e perk in modi sempre nuovi, pur mantenendo una gestione più lineare e strategica rispetto al caos assoluto dei vecchi Carmageddon.

Se durante una corsa perderemo una gara o il nostro veicolo verrà distrutto, la run si interromperà, a meno che non si possieda un “biglietto d’oro”, acquistabile presso i meccanici. In caso contrario, torneremo alla schermata di partenza, pronti a sfruttare i punti accumulati durante le vittorie della run, chiamati Beatcoin. Questi punti costituiscono il cuore della progressione permanente di Rogue Shift: potranno essere spesi per sbloccare nuovi veicoli, armi e perk “perenni”, oppure per acquistare tratti sostituibili per la nostra auto, che troveremo nei negozi distribuiti in maniera casuale durante le varie run. In questo modo, anche una sconfitta diventerà un’opportunità di crescita, incentivando il giocatore a migliorare veicoli e arsenale per le sfide successive e portandoci al classico loop mentale del ”giuro solo una partita e poi smetto”.
UN RACING FRENETICO, MA CONTROLLI RIVEDIBILI
La natura randomica di ogni run, unita ai quindici veicoli del nostro garage — ognuno con caratteristiche davvero sensibili a livello di peso, maneggevolezza, corazzatura e salute — alle tredici classi di armi (fucili a pompa, mitragliatrici, laser, lanciamissili e molte altre), ognuna con tre varianti, e ai potenziamenti che comprendono ben ottanta perk sinergici, conferisce al gioco una profondità sorprendente, che vi terrà incollati per tantissime ore al gioco.
Questa ricchezza di opzioni si combina con corse davvero frenetiche, aggressive e divertenti, più simili a un kart game in stile Crash Team Racing che a un canonico gioco di corse, in cui ogni curva, salto o contatto con gli avversari può cambiare l’esito della gara. La varietà di eventi rende ogni run unica, bilanciando strategia, azione e caos motorizzato in puro stile Carmageddon.

Le nostre impressioni sul feeling di guida sono contrastanti: in alcuni momenti i veicoli risultano reattivi e facili da controllare con precisione, mentre in altri sembrano dei veri e propri carrelli della spesa — o, peggio, dei carri armati — soprattutto a basse velocità o in retromarcia. Questa immotivata rigidità e mancanza di maneggevolezza rende talvolta frustranti le manovre d’emergenza, anche per i piloti più esperti, creando un curioso contrasto tra momenti di pura soddisfazione e altri di frustrazione. Sarà infatti frequentissimo sbandare in controsterzata in curve semplicissime senza apparente motivo, finendo per sbattere e incagliarsi in ostacoli di varia natura e faticando tantissimo a rientrare in gara, a volte perdendo senza un reale motivo e buttando all’aria una run perfetta.
GRAFICA E SONORO:
FUNZIONA, MA SENZA SCINTILLE
Dal punto di vista visivo, Carmageddon: Rogue Shift sfrutta l’Unreal Engine 5 e punta a un’estetica gritty post‑apocalittica, scelta che risulta discutibile, dato che le ambientazioni tendono a essere piuttosto scure e monocromatiche, con palette che privilegiano toni terrosi e grigi, arrivando persino a far apparire il comparto grafico più datato e meno vivace di quanto sia in realtà sotto i filtri. I livelli sfruttano cicli giorno‑notte dinamici e condizioni meteorologiche variabili — dalla pioggia che rende scivoloso l’asfalto alla nebbia diffusa che limita la visibilità — ma onestamente non ci è sembrato che questi elementi incidessero in modo significativo né sul gameplay né sul lato visivo.
I modelli di danno sui veicoli sono ben realizzati e offrono un feedback immediato sugli urti, con vetri rotti, paraurti piegati e parti che si staccano. L’effetto è visivamente apprezzabile, ma rimane ininfluente dal punto di vista del gameplay e, graficamente, abbastanza semplice se confrontato agli standard odierni o ad altri titoli del genere.
Nella nostra prova su PC, Carmageddon: Rogue Shift si é comportato in maniera solida e fluida con framerate stabile anche durante le corse più caotiche, elemento non scontato in un titolo caratterizzato da tanta frenesia, veicoli distruttibili e orde di nemici simultanei, e con pochi, quasi insignificanti bug anche in una versione pre-release. La scalabilità prestazionale si è rivelata più che buona, consentendo, nonostante la vituperata pesantezza del motore, di far girare bene il gioco anche su build non proprio recentissime.

Meno convincente è il comparto audio, in particolare la colonna sonora. In teoria, l’OST si inserirebbe bene nel contesto apocalittico, accompagnando l’azione con ritmi aggressivi e tensione costante, tra heavy metal ed EDM. Tuttavia, le tracce risultano piuttosto piatte e ripetitive, con mix che spesso appaiono meno memorabili di quanto ci si potrebbe aspettare da un titolo che punta così tanto sull’adrenalina. Dopo qualche ora di gioco, ci siamo ritrovati a ridurre il volume della musica per sostituirla con playlist personali. Buoni, invece, gli effetti sonori: urti, esplosioni e colpi d’arma da fuoco sono soddisfacenti, anche se i grugniti degli zombie risultano, ancora una volta, piuttosto ripetitivi.
Ringraziamo 34Big Things per averci fornito una chiave del gioco per realizzare questa recensione.
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