La 98ª edizione degli Oscar – che si svolgerà il 16 marzo 2026 – si appresta ad essere una delle più peculiari di sempre proponendo, tra i possibili candidati alla regia, uno scontro fraterno in quanto i fratelli Josh e Benny Safdie, autori di Uncut Gems e Good Time, saranno probabilmente presenti entrambi, ognuno con il proprio esordio da regista.
Al di là della curiosità mediatica, questo confronto ha un grosso peso artistico: i Safdie hanno costruito la loro identità come un’unica voce autoriale, fondata su un controllo ossessivo della tensione, del caos e di personaggi estremi. La separazione, dunque, porta due film che diventano il banco di prova per capire quanto condividessero e quanto, invece, appartenesse già in origine a sensibilità distinte.
In questo contesto, Marty Supreme assume un significato che va oltre il singolo film, diventando non soltanto l’esordio solista di Josh Safdie, ma il primo tentativo di ridefinire un linguaggio che il pubblico ha sempre associato a un “noi” più che a un “io”.

Il film si carica così di una doppia responsabilità, reggere da solo l’eredità del cinema dei Safdie e, allo stesso tempo, dimostrare di poter esprimere la sua unicità senza replicarne meccanicamente le forme più riconoscibili.
Tuttavia, Marty Supreme si presenta sin da subito come un film profondamente riconoscibile, immerso fino in fondo nell’estetica e nelle ossessioni che hanno definito il cinema dei Safdie: ritmo, tensione e messa in scena rimandano apertamente a Good Time.
L’identità autoriale costruita negli anni, dunque, non si dissolve con la separazione e mantiene la sua continuità, punto da cui prende avvio la nostra analisi del film.
DREAM BIG
Marty Supreme si apre con Marty Mauser (Timothee Chalamet), un 22enne ebreo particolarmente sveglio e sfacciato che lavora nel negozio di scarpe dello zio Murray per potersi permettere di inseguire il suo vero sogno. Infatti Marty non è solo un ottimo venditore, ma ha un talento innato per il ping-pong, uno sport all’epoca semi-sconosciuto ma che a breve avrebbe raggiunto una certa popolarità negli Stati Uniti e in tutto il mondo.
Grazie ai soldi guadagnati, Marty può permettersi di partire per Londra, città nella quale si svolgeranno i British Open di ping-pong, in cui è certo di trionfare contro il campione in carica, l’ungherese Béla Kletzki (Géza Röhrig). Battendolo, Marty è convinto che porterà l’attenzione degli Stati Uniti d’America sul ping-pong, rendendo lui una vera e propria superstar, al parti di altre celebrità sportive.

Arrivato a Londra, Marty deve rivedere le proprie aspettative: infatti il ping-pong, per quanto in rapida crescita, è ancora uno sport di nicchia e i suoi atleti non possono pretendere grandi comodità. Stipato in una stanza d’albergo con altri due giocatori, il nostro protagonista decide che il posto più adatto per un atleta durante una competizione ufficiale non è quella topaia, bensì il Ritz, un hotel a cinque stelle e dunque più idoneo alla sua figura e alle sue ambizioni.
È proprio qui che incontra l’ex musa del cinema Kay Stone (Gwyneth Paltrow), per la quale perde la testa, arrivando a chiamarla in camera con il suo ricchissimo marito (Kevin O’Leary) affianco per sedurla, con successo.
Dal lato sportivo, invece, Marty è sulla cresta dell’onda: le prime partite vanno esattamente come si aspettava, batte Kletzki e chiunque altro gli venga messo contro con facilità disarmante.

Nonostante tutto sembri andare per il verso giusto per Marty, l’inaspettata partecipazione di Koto Endo (Koto Kawaguchi) , il rappresentante della nazione giapponese, mette a repentaglio ogni sua aspettativa. Non solo Marty non sapeva che il Giappone partecipasse all’evento (il Trattato di San Francisco era entrato in vigore due anni prima, nel 1952), ma Endo si presenta con una racchetta e una presa mai viste prima al mondo.
La sicurezza di Marty non vacilla neanche davanti a queste novità e lui mantiene la sua convizione ferrea di poter diventare il primo campione del mondo di ping-pong americano. Arrivati alla partita finale però, Endo batte Marty, umiliandolo come mai gli era successo prima, vincendo la finale con uno scarto netto.

Il Giappone è campione del mondo, Endo diventa un eroe nazionale essendo colui che ha battuto gli americani, gli stessi che pochi anni prima avevano provocato il più grande trauma per il paese.
Marty, invece, è costretto a rientrare a casa, più povero di prima, dove lo aspettano una ragazza incinta, una madre asfissiante e uno zio iperprotettivo che rivuole i propri soldi.
Il nostro protagonista, però, non si arrende e da qui in poi inizia a cercare il denaro necessario per andare in Giappone al prossimo torneo mondiale, nel quale intende battere Endo e riprendersi il posto da campione che è convinto gli spetti.
Una sequela di situazioni, incastrate come matrioske, creerà un percorso dinamico e asfissiante, in cui Marty potrà contare solo sulle proprie convinzioni e ossessioni per poter raggiungere i suoi obiettivi.
EFFETTO MATRIOSKA
Marty Supreme è un calderone di idee visive e narrative sublimi, fresche ed attuali.
I titoli di testa, per citarne una, che arrivano durante l’amplesso tra Marty e Rachel Mizler(Odessa A’zion), mostrano il viaggio degli spermatozoi verso l’ovulo, con sua conseguente fecndazione, concludndosi con l’ovulo stesso che si trasforma nella pallina da ping-pong arancione fulcro del marketing del film.
Oppure quando Safdie presenta Koto Endo sfruttando la forma del cinegiornale, donando spessore al personaggio e, allo stesso tempo, spezzando il ritmo della narrazione e della regia con inserti che sembrano essere di repertorio.
Si potrebbero citare altri espedienti brillanti, ma già questi ci fanno intuire che gli aspetti più importanti, originali e innovativi di Marty Supreme sono la sua struttura narrativa e la sua scrittura.

Infatti, per quanto la pellicola si presenti come un classico film sportivo in cui il protagonista è ossessionato dalla vittoria, differisce subito da molti altri titoli: Marty non è solo ossessionato dalla vittoria, ma dalla fama e dalla performance. Non è un caso che alla sua prima conversazione con Kay Stone si presenti dicendo “I’m something of a performer myself” (Sono anche io una specie di performer), lasciando intendere che per lui il ping-pong, come la vita, sia solo un palco su cui portare uno spettacolo.
Tuttavia, la più grande differenza tra Marty Supreme e un classico biopic sportivo la troviamo nel secondo atto quando il protagonista, invece che allenarsi per rialzarsi dal proprio fallimento, rimbalza da una parte all’altra per trovare i soldi per presentarsi al prossimo torneo. Solo nel III atto il film tornerà ad essere più simile ad una pellicola sullo sport, mostrando Marty affrontare le conseguenze di ciò che ha dovuto fare per arrivare al torneo e poter giocare.

L’altro interessantissimo aspetto della scrittura di Marty Supreme, oltre alla struttura generale, è “l’effetto matrioska” che Josh Safdie crea sapientemente insieme al suo co-sceneggiatore e montatore storico Ronald Bronstein nella parte centrale della pellicola. Infatti, nel cercare il denaro necessario, Marty finisce in una sequela di situazioni che si costruiscono una dentro l’altra, dando la sensazione di un protagonista costantemente vicino al proprio obiettivo, ma che non riesce mai ad afferrarlo.
Questo continuo altalenare tra la soddisfazione, nostra e di Marty, nell’essere ad un passo dai soldi, e la disperazione del perderli per motivi completamente casuali, è il collante che tiene lo spettatore appiccicato allo schermo.
Il discorso sulla scrittura di Marty Supreme, però, non si ferma qua, in quanto la caratterizzazione di Marty e dei comprimari che gli orbitano attorno è una grande parte dei meriti della sceneggiatura.
FIGURE IN ORBITA
Inevitabile dirlo, ma in Marty Supreme l’attenzione è rubata dall’interpretazione di Timothée Chalamet e dal suo Marty Mauser, anche grazie al lavoro del regista sul personaggio. L’ossessione di Marty, infatti è così grande da impedirgli di vedere più le persone intorno a lui come tali, ma come agganci a cui appigliarsi per scalare fino alla vetta, ingorando completamente i loro sentimenti.
È particolarmente interessante la scelta di inserire il personaggio di Kay Stone e di renderla l’unica che inquadra il vero Marty, comprendendo a fondo cosa muove le sue azioni e le sue ambizioni personali. Si tratta di un’idea di scrittura fresca, in quanto il loro rapporto non diventa la base per una relazione romantica, ma un appiglio per lo spettatore che vuole individuare l’essenza del protagonista.

Un altro personaggio degno di menzione, anch’esso non solo per scrittura, è Rachel Mizler (interpretata da una fantastica Odessa A’zion), una ragazza ebrea che abita nello stesso palazzo di Marty sin da quando erano bambini, diventandone con il tempo l’amante e la madre del suo bambino.
Marty Supreme inizia proprio con Marty e Rachel che, grazie ad un astuto inganno, sgattaiolano nel retro del negozio di scarpe durante il turno del giovane per fare l’amore, lasciando la ragazza inconsapevolmente incinta. Nel resto del I atto ci dimentichiamo di lei ma, non appena Marty torna a New York e la vede incinta di otto mesi, rientra subito nella sua vita senza più uscirne.
L’aspetto interessante di Rachel è che è molto più simile a Marty di quanto lui stesso voglia ammettere, in quanto la giovane inganna, truffa, scalcia e si aggrappa con le unghie e con i denti al suo unico obiettivo, proprio come il protagonista; la differenza è che lei non vuole diventare qualcuno, ma essere qualcuno per lo stesso Marty.

Altre menzioni d’onore vanno al personaggio di Wally, interpretato in maniera più che dignitosa dal rapper Tyler, The Creator, amico d’infanzia di Marty che lo aiuterà a cercare il denaro grazie al loro vecchio trucco: sfidare gli ingenui giocando a ping-pong per soldi nelle piste da bowling di periferia. Wally rappresenta ciò che Marty sarebbe probabilmente diventato se avesse seguito i consigli dello zio, ovvero se avesse scelto la responsabilità rispetto ai suoi sogni di gloria.
Infine, Abel Ferrara (Ėzra Miškin) e Kevin O’Leary (Milton Rockwell) completano il quadro di personaggi pittoreschi che compongono il grande affresco del film. Il gangster ebreo e il magnate dell’inchiostro non sono solo ostacoli o risorse per Marty, ma rappresentazioni di ciò che una persona è disposta ad affrontare per raggiungere il proprio obiettivo.
DINAMISMO ANACRONISTICO
Come accennato nell’introduzione di questa recensione, Marty Supreme è un grande film sotto diversi punti di vista, tra cui la regia e la fotografia, quest’ultima diretta da Darius Khondji (Eddington, Mickey 17, Uncut Gems tra gli ultimi).
È ipnotica e riesce ad immergere lo spettatore direttamente nella New York di metà anni ’50 grazie anche all’utilizzo delle lenti e dei teleobiettivi che, soprattutto nel finale, riescono a mostrarci il soggetto in primo piano nitido su di uno sfondo dinamico, la conversione visiva perfetta della centralità del protagonista e del suo perenne movimento.
La regia frenetica di Josh Safdie – punto di forza di Marty Supreme – , qui più contenuta e “mainstream” rispetto a Good Time, rispecchia perfettamente Marty e quella sua scintilla di vita che lo rende diverso dagli altri.
Infine, altro elemento geniale è la colonna sonora composta da Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), il quale ha sviluppato uno score ricco di synth, texture elettroniche unito a elementi neoclassici con sonorità più futuristiche e ritmiche, oltre a brani pop anni ’80 di artisti qualiTears for Fears, Alphaville e Peter Gabriel.

È proprio qui che sta il genio di Safdie e di Lopatin, i quali utilizzano una colonna sonora palesemente e volutamente anacronistica per rappresentare una persone che è, a tutti gli effetti, anacronistica. Marty ha idee di marketing rivoluzionarie (motivo per il quale Marty Supreme ha avuto un marketing così aggressivo), capisce prima di tutti che in futuro – nel nostro presente – la fama sarà fondamentale, e la colonna sonora suggerisce questa lettura al nostro orecchio senza che lo spettatore se ne accorga.
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